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ENRICO CORNELIO AGRIPPA.

LA FILOSOFIA OCCULTA O LA MAGIA.

Prima traduzione italiana di Alberto Fidi.

LIBRO PRIMO.

LA MAGIA NATURALE.

CAPITOLO I.

In questi tre libri si mostrerà in quale modo i Maghi

raccolgano le virtù del

triplice mondo.

Come v'hanno tre sorta di mondi, l'Elementale, il Celeste e

l'intellettuale, e

come ogni cosa inferiore è governata dalla sua superiore e ne

riceve le

influenze, in modo che l'Archetipo stesso e Operatore sovrano

ci comunica le

virtù della sua onnipotenza a mezzo degli angeli, dei cieli,

delle stelle,

degli elementi, degli animali, delle piante, dei metalli e

delle pietre, cose

tutte create per essere da noi usate; così, non senza

fondamento, i Magi

credono che noi possiamo agevolmente risalire gli stessi

gradini, penetrare

successivamente in ciascuno di tali mondi e giungere sino al

mondo archetipo

animatore, causa prima da cui dipendono e procedono tutte le

cose, e godere

non solo delle virtù possedute dalle cose più nobili, ma

conquistarne nuove

più efficaci. Perciò essi cercano scoprire le virtù del mondo

elementale a

mezzo della Medicina e della Filosofia naturale, servendosi dei

differenti

miscugli delle cose naturali e le connettono poi alle virtù

celesti attraverso

i raggi e le influenze astrali e merc‚ le discipline degli

Astrologhi e dei

Matematici. Fortificano infine e confermano tutte queste

conoscenze con le

sante cerimonie della Religione e con la potenza delle

intelligenze superiori.

In questi miei tre libri io mi sforzerò di comunicare l'ordine

ed il

procedimento di tutte queste cose.

Il primo libro conterrà la Magia Naturale, il secondo la

Celeste e il terzo la

Cerimoniale.

Non so però se si potrà perdonare ad un uomo come me, di

ingegno e capacità

letterarie non eccelsi, d'aver osato affrontare sin dalla mia

adolescenza un

compito così difficile e oscuro. Per conseguenza non pretendo

che si presti

fede a quanto dirò in misura maggiore di quella che non sia per

essere

approvata dalla Chiesa e dai suoi fedeli seguaci.

CAPITOLO II.

Che cosa sia la Magia, in alquante parti si divida e quali

requisiti debba

possedere chi la professa.

La Magia è una scienza poderosa e misteriosa, che abbraccia la

profondissima

contemplazione delle cose più segrete, la loro natura, la

potenza, la qualità,

la sostanza, la virtù e la conoscenza di tutta la natura; e ci

insegna in

quale modo le cose differiscano e si accordino tra loro,

producendo perciò i

suoi mirabili effetti, unendo le virtù delle cose con la loro

mutua

applicazione e congiungendo e disponendo le cose inferiori

passive e

congruenti con le doti e virtù superiori.

La Magia è la vera scienza, la filosofia più elevata e

perfetta, in una parola

la perfezione e il compimento di tutte le scienze naturali,

perchè‚ tutta la

filosofia, regolare Si divide in Fisica, Matematica e Teologia.

La Fisica ci svela. la essenza delle cose terrene, le loro

cause, i loro

effetti, le loro stagioni, le loro proprietà, ne anatomizza le

parti e ricerca

quanto posso concorrere a renderle perfette, secondo questi

interrogativi:

Quali elementi compongono le cose naturali? Quale è l'effetto

del calore, Cosa

sono la terra e l'aria e cosa producono? Qual'è l'origine dei

cieli? Da che

dipendono le maree e l'arcobaleno? Chi presta alle nubi il

potere di generare

i fulmini che fendono l'aria? Qual'è la forza occulta che fa

errare pei cieli

le comete e fa entrare la terra in convulsione? Donde traggono

origine le

miniere d'oro e di ferro?

La Fisica, che è la scienza speculativa di tutte le cose

naturali, risponde a

tutte queste domande.

La Matematica poi ci fa conoscere le tre dimensioni della

natura e ci fa

comprendere il movimento e il cammino dei corpi celesti. E,

come dice

Virgilio,

.....perchè‚ il Sole governi coi dodici segni il mondo, perchè‚

le Pleiadi e le

due Orse e tutte le altre stelle percorrano

le vie del cielo, perchè‚ ci sia dato vedere le eclissi di Sole

e

di Luna, perchè‚ il Sole tramonti presto d'inverno e renda così

lunghe le

notti.

Di più la Matematica ci permette prevedere i cambiamenti del

tempo e ci fa

conoscere le stagioni più propizie alla semina e al raccolto e

quando sia

opportuno, correre i mari con le navi o abbattere gli alberi

nelle foreste.

La Teologia ci fa comprendere cosa è Dio, la mente, gli angeli,

le

intelligenze, i demoni, l'anima, il pensiero, la religione, i

sacramenti le

cerimonie, i templi, le feste e i misteri. Essa tratta della

fede, dei

miracoli, della virtù delle parole e delle immagini, delle

operazioni secrete

e dei segni misteriosi e, come dice Apuleio, ci insegna le

regole dei

cerimoniali e quanto la Religione ci ordina ci permette e ci

vieta.

La Magia racchiude in se queste tre scienze così feconde di

prodigi, le fonde

insieme e le traduce in atto. Perciò a ragione gli antichi

l'hanno stimata la

scienza più sublime e più degna di venerazione.

Gli autori più celebri vi si sono applicati e l'hanno posta in

luce e tra essi

si sono assai distinti Zamolxis e Zoroastro, così da esser poi

reputati da

molti gl'inventori di questa scienza. Abbaris, Charmondas,

Damigeron, Eudosso,

Hermippo hanno seguito le loro tracce, nonch‚ altri illustri

autori, fra cui

citiamo Trismegisto Mercurio. Porfiria, Giamblico, Plotino,

Proclo, Dardano,

Orfeo di Tracia, il greco Gog, Germa il babilonese, Apollonio

di Tiana e

Osthane, di cui Democrito Abderita ha commentato e posto in

luce le opere che

erano sepolte nell'oblio. Di più Pitagora, Empedocle,

Democrito, Platone, e

altri sommi filosofi, hanno compito lunghi viaggi per

apprenderla e una volta

di ritorno in patria hanno dimostrato quanto la stimassero e

l'hanno tenuta

nascosta gelosamente. Si sa anche che Pitagora e Platone

invitarono presso

loro per apprenderla sacerdoti di Memfi e che visitarono quasi

tutta la Siria,

l'Egitto, la Giudea e le scuole Caldea per non ignorarne i

grandi e misteriosi

principi e per possedere una tale scienza divina.

Coloro dunque che vorranno dedicarsi allo studio della Magia,

dovranno

conoscere a fondo la Fisica, che rivela le proprietà delle cose

e le loro

virtù occulte; dovranno esser dotti in Matematica, per scrutare

gli aspetti e

le immagini degli astri, da cui traggono origine le proprietà e

le virtù delle

cose più elevate; e infine dovranno intendere bene la Teologia

che dà la

conoscenza delle sostanze immateriali che governano tutte

coteste cose. Perchè‚

non vi può esser alcuna opera; perfetta di Magia, e neppure di

vera Magia, che

non racchiuda, tutte e tre queste facoltà.

CAPITOLO III.

Dei quattro elementi delle loro qualità

e della loro mutua mescolanza.

V'hanno quattro elementi che costituiscono la base di tutte le

cose materiali,

e cioè il fuoco, la terra, l'acqua e l'aria, che compongono

tutte le cose

terrene, non per fusione, ma per trasmutazione e per

aggruppamento e in cui

tutte le cose si risolvono quando si corrompono. Nessuno di

tali elementi si

trova allo stato di purezza; essi sono più o meno amalgamati

tra loro e sono

suscettibili di trasmutarsi l'un l'altro. Così la terra

trasmutandosi in fango

e diluendosi si cangia in acqua e una volta seccata e ispessita

ritorna a

essere terra e evaporandosi pel calore diventa aria e

quest'aria,

surriscaldata, si cambia in fuoco e questo fuoco, una volta

spento, ridiviene

ancora aria e raffreddandosi ancora più si metamorfosa in

terra, in pietra, o

in zolfo, come avviene a esempio della folgore.

Platone crede che la terra non sia affatto trasmutabile e che

gli altri

elementi sieno trasmutabili in essa e tra loro reciprocamente.

Pertanto la terra non trasmutata è separata dalle cose più

Sottili, ma è

sciolta e mescolata in queste che la sciolgono e di nuovo migra

in sè stessa.

Ciascun elemento ha due qualità specifiche, di cui la prima gli

è

caratteristica e inscindibile e l'altra è transattiva e comune

a un altro

elemento. Così il fuoco è caldo e secco, la terra è secca e

fredda, l'acqua è

fredda e umida e l'aria è umida e calda. Quando le due qualità

sono tutte e

due opposte, gli elementi sono contrari fra loro, come il fuoco

e l'acqua, la

terra e l'aria. V'è ancora un'altra specie d'opposizione tra

gli elementi,

perchè‚ alcuni, la terra e l'acqua, sono pesanti e altri,

l'aria e il fuoco,

leggieri. Perciò gli stoici chiamano passivi i primi due

elementi e attivi gli

altri due. Di più Platone stabilisce un'altra distinzione e dà

tre qualità a

ciascun elemento, ossia: la chiarezza, o penetrazione, la

rarefazione e il

moto al fuoco; l'ottusità la densità e l'immobilità alla terra.

E per queste

qualità la terra e il fuoco sono contrari. Gli altri elementi

prendono da

questi le loro qualità: l'aria infatti prende due qualità dal

fuoco, la

rarefazione e il moto, e una dalla terra, l'ottusità; invece

l'acqua ne prende

due dalla terra, l'oscurità e lo spessore, e una dal fuoco, il

moto. Però il

fuoco è due volte più rarefatto dell'aria, tre volte più mobile

e quattro

volte più attivo; l'aria è due volte più attiva dell'acqua, tre

volte più

rarefatta e quattro volte più mobile; l'acqua è due volte più

attiva della

terra, tre volte più rarefatta e quattro volte più mobile. Così

il fuoco ha lo

Stesso rapporto con l'aria, che l'aria con l'acqua e l'acqua

con la terra e

reciprocamente la terra con l'acqua, l'acqua con l'aria e

l'aria col fuoco.

E questa è la radice ed il fondamento di tutti i corpi, nature,

virtù ed opere

ammirabili. Perciò chiunque conoscerà le proprietà degli

elementi e le loro

mescolanze, potrà agevolmente operare prodigi e eccellere nella

Magia

naturale.

CAPITOLO IV.

Dei tre modi diversi di considerare gli elementi.

Per operare alcunchè‚ di efficace in Magia, occorrerà dunque

possedere la

conoscenza perfetta dei quattro elementi indicati. Ciascuno di

tali elementi

possiede tre qualità differenti; cosìcchè‚ il quaternario si

completa nel

duodenario e, progredendo attraverso al settenario e al

denario, giunge a

quella suprema unità da cui derivano tutte le virtù e tutte le

meraviglie.

Gli elementi del primo ordine sono quelli puri, non composti,

non

trasmutabili, non suscettibili di mescolanze e incorruttibili e

non da essi,

ma per essi, le virtù delle cose naturali rivelano i loro

effetti, perchè‚

possono tutto in tutto; e colui che le ignora non potrà operare

nulla di

meraviglioso.

Gli elementi del secondo ordine sono composti differenti e

impuri. Si può

pertanto ridurli con l'arte alla semplicità e alla purezza e

quando siano

restituiti alla loro semplicità, la loro virtù è sovra ogni

cosa e dà il

complemento di tutte le operazioni occulte e della natura delle

operazioni. E

questi sono i fondamenti di tutta la Magia naturale.

Gli elementi del terzo ordine non sono elementi nella loro

essenza e per se

stessi, ma sono decomposti, dissimili, provvisti di più sorta

di qualità e

possono cambiarsi reciprocamente l'uno nell'altro. Essi sono un

mezzo

infallibile e perciò si chiamano la natura di mezzo, o l'anima

della natura

mediana. Pochi ne intendono i profondi misteri; da essi

dipende, per certi

numeri ordini e gradi, la perfezione d'ogni effetto; per essi

si possono

operare meraviglie in tutte le cose naturali celesti e

supercelesti, nonchè‚

nella Magia, tanto naturale che divina. Perchè‚ per essi Si

compiono i legami,

le dissoluzioni e le trasmutazioni di tutte le cose, si

perviene a conoscere e

predire l'avvenire, e da essi discende lo sterminio dei cattivi

demoni e la

conciliazione dei buoni spiriti.

Nessuno dunque s'illuda di poter operare alcunchè‚ nelle

scienze segrete

magiche e naturali, senza queste tre specie di elementi e senza

ben

conoscerli. Ma colui che saprà ridurli e trasformarli l'uno

nell'altro, gli

impuri in puri, i composti in semplici, e discernerne la natura

intima e la

virtù e possanza in numero grado e ordine, perverrà agevolmente

alla perfetta

conoscenza delle cose naturali e dei segreti celesti.

CAPITOLO V.

Delle mirabili nature del fuoco e della terra.

Ermete dice che per ottenere effetti meravigliosi bastino il

fuoco e la terra,

passiva questa, attivo quello. Il fuoco, dice Dionisio, appare

in tutte le

cose e per ogni cosa e non è in nessuna cosa a un tempo,

perchè‚ illumina

tutto, può restando occulto e Invisibile quando esiste per s‚

stesso e non si

accompagna alla materia sulla quale esercita la sua azione e

per mezzo della

quale si rivela. Esso è immenso e invisibile, atto per sua

virtù alla propria

azione, mobile, capace di comunicarsi a quanto gli si avvicini;

esso rinnova

le forze e conserva la natura, rischiara, è incomprensibile pel

fulgore che lo

circonda e che lo copre; esso è chiaro, diviso, tendente a

salire, elevato

senza diminuzione, atto a muovere non appena è mosso; esso

comprende gli altri

elementi, restando incomprensibile, senza aver bisogno di

alcuno di essi, è

atto a crescere per propria virtù e a comunicare la sua

grandezza agli oggetti

che riempie di s‚; esso è attivo, poderoso, presente

invisibilmente in ogni

cosa; esso non vuol essere negletto, esso riduce la materia,

esso è

impalpabile e indiminuibile, quantunque si comunichi

prodigalmente.

Il fuoco, dice Plinio, è una parte immensa e illimitatamente

attiva delle cose

naturali e non è agevole giudicare se sia più fecondo nel

produrre o più

possente nel distruggere. Il fuoco penetra ovunque e presenta

la proprietà,

indicata dai pitagorici, di dilatarsi in alto e rischiarare, di

restringersi

in basso, dove resta tenebroso, e di prestare alla sua parte

mediana un po' di

ciascuna delle sue proprietà. Esso è unico nella sua specie,

agisce in modo

diverso sui soggetti a cui si comunica e si distribuisce

differentemente sulle

varie cose, come Cleante dimostra in Cicerone. Il fuoco di cui

noi ci serviamo

è latente in ogni sostanza: nella pietra, da cui sprizza col

semplice colpo

d'un martello, nella terra, che fumiga ove la si frughi;

nell'acqua, che

riscalda le fontane e i pozzi; nell'aria, che così di frequente

vediamo

infiammarsi. E ogni essere vivente e ogni animale e

ogni pianta si nutrirono di calore e quanto vive, non vive che

per il fuoco

che racchiude.

Le proprietà del fuoco superno sono il calore che feconda tutte

le cose e la

luce che a tutto dà vita.

Le proprietà del fuoco terreno sono l'ardore che tutto consuma

e l'oscurità

che tutto Isterilisce. Ma il fuoco celeste e luminoso fuga gli

spiriti delle

tenebre e impregna il nostro fuoco terreno della sua essenza e

di quella di

colui che disse: " Io sono la luce del mondo " e che è il vero

fuoco e il

padre d'ogni luce, da cui noi abbiamo tutto ricevuto, che è

disceso a

rispandere in terra il fulgore del suo fuoco e che l'ha

comunicato prima al

sole e agli altri corpi celesti, influenzandoli delle sue

proprietà. Così,

come gli Spiriti delle tenebre sono più forti in mezzo alle

tenebre intere,

gli spiriti benigni, che sono gli angeli della luce, diventano

più forti non

solo nella luce divina solare o celeste, ma benanco fra quella

derivata dal

nostro fuoco terreno. Per tale motivo coloro che primi hanno

trattato di cose

di religione e di cerimonie, hanno stabilito che non debbano

praticarsi

orazioni, salmodie, ne alcuna sorta di cerimonia, senza avere

in primo luogo

acceso qualche cero (nello stesso modo Pitagora ha detto non

doversi parlare

di Dio senza aver luce) e hanno voluto che si tenessero ceri e

fuochi accesi

presso i cadaveri per allontanarne gli spiriti maligni. E

l'Onnipossente

stesso voleva, nell'antica Legge, che tutti i sacrifici gli

venissero offerti

col fuoco e che il fuoco bruciasse perennemente sull'altare,

come le Vestali

del resto praticavano presso i Romani, conservandolo e

vigilandolo di

continuo.

Però la base d'ogni elemento è la terra, che è l'oggetto, il

soggetto e il

ricettacolo di tutti i raggi e di tutte le influenze celesti.

Essa racchiude

le semenze d'ogni cosa e contiene tutte le virtù seminali, il

che l'ha fatta

chiamare animale vegetale e minerale, perchè‚ una volta

fecondata dagli altri

elementi e dai cieli, è capace di per s‚ stessa di generare

ogni cosa. Essa è

suscettibile d'ogni sorta di fecondità e,

come la prima madre, capace di essere il punto di partenza d'un

accrescimento

illimitato d'ogni cosa, in modo che è il fondamento il centro e

la madre di

tutto. Per quanti segreti naturali voi possiate carpirle,

purchè‚ le sia

concesso di ristorare le sue forze e di restare esposta

all'aria, essa

non tarda a ridiventare fertile e feconda sotto gl'influssi

astrali e produce

da sola piante, vermi, animali, pietre e metalli. E una volta

purificata dal

fuoco, che le rende la vecchia semplicità e purezza, rinnovella

inesauribile i

suoi profondi secreti, così che resta la materia prima della

nostra creazione

il vero rimedio per la nostra restaurazione e conservazione.

CAPITOLO VI.

Delle mirabili nature dell'acqua dell'aria e dei venti.

Gli altri due elementi, l'acqua e l'aria, non sono meno

possenti e la natura

non cessa di operare per essi effetti mirabili. L'acqua è tanto

necessaria che

nessun animale può vivere senza di essa, e nessuna erba o

pianta può spuntare

se l'acqua non la irrora. Essa rinserra la virtù seminale

d'ogni cosa, non

esclusi gli animali di cui il seme è acquoso in modo evidente,

ne le frutta e

le erbe, perchè‚ quantunque le loro sementi siano terrestri,

non potrebbero

certo divenire feconde, se l'acqua non le inumidisse, sia con

l'imbeversi

dell'umidità della terra, della rugiada, o della pioggia, sia

con

l'innaffiarle espressamente. Mosè dice che solo la terra e

l'acqua sono capaci

di produrre la vita e attribuisce all'acqua la facoltà di

generare i pesci e i

volatili. Anche la Scrittura conferma che l'acqua prende parte

alla produzione

della terra, chiedendo: "perchè‚ gli alberi e le piante non

danno frutto?

Perchè‚ Dio non aveva ancora fatto piovere sulla terra".

La potenza dell'acqua è tanto grande, che senza di essa è

impossibile ogni

rinascita spirituale, come Cristo stesso ha testimoniato con le

sue parole a

Nicodemo. I suoi effetti sono anche rilevanti nelle espiazioni

e nelle

purificazioni, in cui non è meno utile del fumo e tutto quanto

in natura ha il

potere di generare, di nutrire e di far crescere, trae le sue

virtù da questo

elemento. Perciò Talete Milesio e Esiodo l'hanno proclamata il

principio

d'ogni cosa, il più antico e il più possente degli elementi,

quello che ha il

predominio sugli altri, perchè‚, come dice Plinio, l'acqua

inghiotte la terra,

spegne il fuoco, si eleva nell'aria, in forma di nube si rende

padrona del

cielo e risolvendosi in pioggia fa nascere tutto ciò che

produce la terra.

Plinio e molti altri storici hanno descritto un'infinità di

meraviglie

dell'acqua e anche Ovidio ne menziona le virtù:

Perchè‚ l'acqua del fiume Hammon è gelata a mezzodì e calda al

mattino e alla

sera? Si dice che le acque dell'Athamante sieno capaci

d'incendiare il bosco,

quando la luna sia nuova. V'ha presso i Ciconii un fiume, le

cui acque

induriscono come pietre gl'intestini di chi le abbia bevute e

rendono simili

al marmo gli oggetti che vi siano stati immersi. Lungo le coste

di Sibari

v'hanno acque capaci di dare ai capelli il colore dell'ambra e

dell'oro e,

cosa più sorprendente, altre capaci di cambiare non solo il

corpo ma anche

l'anima. Chi non ha udito parlare delle acque di Salmas e dei

laghi d'Etiopia?

Chi abbia bevuto di tali acque, diventa frenetico o cade in

letargo. Le acque

della fonte Clitoria fanno prendere in avversione il vino.

Invece quelle del

fiume Lynceste inebriano come il vino più generoso. V'ha in

Arcadia il lago

Feneo, di cui le acque sono innocue bevute durante il giorno e

dannose se

bevute di notte.

Giuseppe parla d'un certo fiume sito tra Arcea e Raphanea,

città della Siria,

che straripa la domenica e diventa asciutto durante gli altri

sei giorni della

settimana, come se le sue sorgenti venissero a un tratto a

inaridirsi, per

abbondare ancora di acque nel settimo giorno.

Le Sante Scritture menzionano la piscina di Gerusalemme, nella

quale colui che

discendeva per primo dopo che l'angelo ne aveva turbato le

acque, guariva

d'ogni malanno. La stessa virtù si narra avesse una fonte

dedicata alle Ninfe

Ioniche nei pressi del villaggio d'Eraclea, lungo le rive del

fiume Cytherone.

Pausania racconta che v'ha una fontana sul monte Lycaeus, in

Arcadia, chiamata

Agria, a cui si rendeva dopo i sacrifici il ministro di Giove

in tempi di

siccità. Immergendo allora nelle sue acque un ramo di castagno

e agitandole,

si elevavano dalla fonte spessi vapori che non tardavano a

condensarsi in nubi

a coprirne il cielo e al risolversi in pioggia abbondante e

benefica. Fra

molti altri autori, citeremo altresì Rufus, medico d'Efeso, che

ha scritto

cose sorprendenti sulle meraviglie delle acque e che, a mia,

cognizione, non

si trovano in nessun altro autore.

Resta ora da parlare dell'aria, che è uno spirito vitale che

penetra ogni

essere e tutti li fa vivere, agitando tutto e tutto riempiendo

di se. Perciò i

dottori ebrei non la classificano tra gli elementi, ma la

giudicano un legame

tra i differenti esseri e una essenza che tonifica

gl'ingranaggi della natura.

L'aria è la prima a ricevere le influenze celesti, che poi

comunica agli altri

elementi semplici e a quelli misti; essa riceve altresì, come

uno specchio

divino, le impressioni di tutte le cose, naturali e celesti,

non escluse le

parole e i discorsi, se ne impregna e a misura che penetra nei

corpi degli

uomini e degli animali, fornisce loro materia pei sogni, pei

presagi e per gli

auguri. Perciò accade che coloro che passino per i luoghi ove

sia stato ucciso

un uomo, o interrato di fresco un cadavere, si sentano invadere

dal timore o

dallo spavento. Perchè‚ l'aria in cotesti luoghi s'è impregnata

degli effluvi

delittuosi, o delle emanazioni cadaveriche, e diventa

generatrice di terrore.

Tutto ciò che agisce prontamente e produce una impressione

violenta, commuove

la natura e per tale fenomeno molti filosofi hanno ritenuto

l'aria la causa

dei sogni e in genere d'ogni impressione spirituale. L'aria si

carica delle

rassomiglianze provenienti dagli oggetti e dalle parole, che si

riverberano

per i sensi sino all'immaginazione e all'anima di chi le riceve

pel tramite

dell'epidermide, disposta appunto così da poter essere un buon

mezzo

ricettivo. Di più l'aria resta influenzata dalle emanazioni

astrali, risentite

più o meno dai differenti soggetti, a seconda della

disposizione naturale. In

tal modo un uomo può, in modo naturale e senza il scorso

d'alcun altro

Spirito, comunicare a un altro uomo il proprio pensiero, per

quanto grande sia

la distanza che intercorra fra loro, e in meno di un giorno,

bench‚ non si

possa precisare il tempo occorrente alla comunicazione. E' cosa

che ho visto

fare e che ho fatto io spesso e che già fu fatta dall'abate

Tritemio.

Plotino c'insegna anche il modo con cui gli oggetti, sia

spirituali che

corporali, producono certe emanazioni, per esempio per

influenza dei corpi sui

corpi, e come tali emanazioni si fortifichino nell'aria e si

presentino e si

mostrino ai nostri sensi e ai nostri occhi, tanto per mezzo

della luce che del

moto. Così noi vediamo, quando spira il vento del mezzogiorno,

l'aria

condensarsi in lievi nubi in cui, come in uno

specchio, si riflettono immagini lontanissime di castelli, di

montagne, di

cavalli e d'uomini, immagini che svaniscono a misura che le

nubi si disperdono

nella lontananza. Riguardo alle meteore, Aristotile dimostra

che l'arcobaleno

si forma per riverbero su una nuvola, in qualche modo come in

uno specchio. E

Alberto il Grande dice che le immagini dei corpi possono

formarsi facilmente

nell'aria che è umida, nel modo istesso che le immagini delle

cose sono nelle

cose. Racconta altresì Aristotile d'un uomo, debole di vista, a

cui l'aria

serviva da specchio; il suo raggio virtuale si rifletteva sopra

lui, senza

ch'egli giungesse a rendersi conto del fenomeno, e gli sembrava

scorgere la

propria ombra precederlo. Nello stesso modo si posano

trasmettere nell'aria

ogni sorta di immagini, per quanto lontane, a mezzo di certi

specchi e fuori

di questi specchi, immagini che dagli ignoranti

sono reputate figure di demoni o di spiriti, abbenchè‚ non

siano in effetti che

immagini inanimate di cose vicine. E' anche noto che praticando

in un luogo

oscuro un piccolo forellino attraverso al quale possa filtrare

un raggio di

sole, e sottoponendo al fascio luminoso un foglio di carta

bianca, o uno

specchio, si rende visibile sul foglio o sullo specchio quanto

avviene

all'esterno. Effetto ancora più meraviglioso , sebbene noto a

pochi, si

ottiene dipingendo un'immagine o scrivendo parole e esponendole

di notte, con

tempo sereno e con la luna piena, ai raggi della luna. Le

immagini,

moltiplicatesi nell'aria, tratte in alto e riflesse insieme ai

raggi lunari,

saranno attraverso grandi distanze da un altro conscio della

cosa vedute lette

e conosciute nel disco o circolo della luna; il quale artificio

è utilissimo

per comunicare Secreti alle città e paesi assediati e una volta

era praticato

da Pitagora, ed ancora oggi da alcuni, e parimente a me non è

ignoto.

Tutti questi fenomeni, nonchè‚ altri ancora più considerevoli,

riposano sulla

natura dell'aria e derivano le loro applicazioni dalla

Matematica e

dall'ottica. E non solo tali riflessioni impressionano la

vista, ma benanco

l'udito, com'è dimostrato dall'eco, e v'hanno segreti merc‚ i

quali un uomo

può udire quanto è detto da un altro, anche di nascosto.

L'aria origina i venti, che non sono che aria commossa e

eccitata, e di cui i

principali, che spirano dai quattro angoli del cielo, sono

quattro: Noto dal

mezzodi, Borea dal settentrione, Zefiro dall'occidente e Euro

dall'oriente,

così presentati nei seguenti due versi di Pontanus:

A summo Boreas, Notus imo spirat Olympo.

Occasum insedit Zephyrus, venit Eurus ab ortu.

Noto è nebuloso e umido, caldo e malaticcio e San Girolamo lo

chiama datore di

pioggie. Ovidio così lo descrive:

Il vento Noto spicca il volo con ali umide, coprendosi il

volto, terribile

d'oscurità, come d'una maschera di pece. La folta sua barba

lascia gocciolare

l'acqua lungo i fili d'argento. Le nubi s'indugiano sulla sua

fronte. Dalle

ali e dal seno lascia cadere acqua.

Ma Borea, il vento del settentrione, violento e rumoroso,

scaccia le nubi,

raffrena l'aria e fa gelare l'acqua. Ovidio lo fa così parlare

di se:

Io ho una mia possanza per la quale fo tremare e fugo le nubi

tristi, che mi

sono sommesse. Io atterro gli alberi, condenso i vapori e copro

la terra di

ghiaccio. Io son sempre lo stesso quando incontro gli altri

venti sotto la

volta dei cieli, che è il mio pianoro; io mi batto così

vigorosamente, che

l'aria che divide i nostri corpi ne rimbomba e che sprizzano

scintille dal

cavo delle nubi. Quando io sono rientrato e me ne sto chiuso

nel fondo degli

antri della terra, i mani se ne stanno inquieti e la terra

sussulta.

Zefiro, chiamato anche Favonio, è un vento leggerissimo che

soffia

dall'occidente ed è dolce freddo e umido. Raddolcisce i rigori

invernali e

produce tutte le erbe e tutti i fiori.

Euro, che gli è contrario e che si chiama altresì Subsolare ed

Apoleote

dall'Oriente, è un vento acquoso, nebuloso e divorante. Ovidio

parla così di

tutti questi venti:

Eurus ad Auroram, Nabahaeque regna recessit,

Perfidaque, radiis fuga subdita matutinis.

Vesper et occiduo quae littora sole tepescunt,

Proxima sunt Zephyro. Scythiam septemque triones

Horrifer invasit Boreas contraria tellus

Nubibus assiduis, pluvioque madescit ab Austro.

CAPITOLO VII.

Dei corpi composti dei loro rapporti con gli elementi e dei

rapporti fra gli elementi e l'anima, i sensi e i costumi.

Ai quattro elementi semplici succedono immediatamente i quattro

corpi composti

perfetti, cioè le pietre, i metalli, le piante e gli animali e

quantunque

tutti gli elementi concorrano alla composizione di ciascuno di

questi corpi,

ciascun corpo è maggiormente influenzato da un dato elemento.

Infatti le

pietre provengono dalla terra, essendo pesanti e tendendo al

basso e così

impregnate di secchezza ch'è impossibile liquefarle. I metalli

sono acquosi e

fusibili e, com'è riconosciuto dai fisici e dai chimici, sono

generati da

un'acqua densa e vischiosa o dal mercurio che anche esso è

acquoso. Le piante

hanno tali rapporti con l'aria, che non potrebbero spuntare e

svilupparsi che

in piena aria. Tutti gli animali infine traggono la loro forza

dal fuoco e la

loro origine dal cielo e il fuoco è tanto naturale in essi, che

non potrebbero

vivere senza.

Ciascuno di questi corpi è poi contraddistinto dalle diverse

qualità degli

elementi. Così, fra le pietre, quelle oscure e più pesanti

derivano dalla

terra; quelle trasparenti provengono dall'acqua e citiamo fra

queste il

quarzo, il berillo e le perle; quelle che galleggiano

sull'acqua e sono

spugnose, come la pietra pomice e il tufo, sono materiate di

aria; e alcune,

come la pirite l'asbesto e la pietra focaia, sono composte di

fuoco. Anche tra

i metalli, alcuno, come il piombo e l'argento, è composto di

terra, altri,

come il mercurio, d'acqua e così pure il rame e lo stagno

derivano dall'aria e

l'oro e il ferro dal fuoco.

Nelle piante le radici traggono origine dalla terra pel loro

spessore, le

foglie dall'acqua pel succo, i fiori dall'aria per la

sottigliezza, le sementi

dal fuoco per lo spirito generativo. Inoltre ve n'hanno di

calde, di fredde,

di umide e di secche, che prendono i loro nomi dalle qualità

degli elementi.

Fra gli animali alcuni sono dominati dalla terra e vi

s'annidano, i vermi, ad

esempio, e le talpe; altri, i pesci,

dall'acqua; altri, gli uccelli, dall'aria; altri dal fuoco,

come le salamandre

e le cicale, nonch‚ i piccioni lo struzzo ed i leoni, che son

pieni di calore

e che il saggio chiama bestie dall'alito infuocato. Di più

negli animali le

ossa hanno rapporto con la terra, la carne con l'aria, lo

spirito vitale col

fuoco e gli umori con l'acqua. E la collera è come il fuoco, il

sangue come

l'aria, la pituita come l'acqua, la bile come la terra. Infine

nell'anima,

secondo il parere di Sant'Agostino, l'intelletto è simile al

fuoco, la ragione

all'aria, l'immaginazione all'acqua e i sentimenti alla terra.

La stessa

disposizione si osserva nei sensi, perchè‚ la vista, che è

attiva merc‚ la luce

che deriva dal fuoco, partecipa del fuoco; l'udito dell'aria,

il suono

provenendo dalla percussione dell'aria; l'odorato e il gusto

dell'acqua, senza

la cui umidità non potrebbero esistere i sapori e gli odori; e

il tatto è

affatto terrestre e si riferisce precipuamente ai corpi più

spessi. Questa

analogia non manca neanche negli atti umani, perchè‚ il moto

tardo e grave ha

della terra; il timore la lentezza e la pigrizia hanno rapporto

con l'acqua;

la gaiezza e l'amabilità con l'aria; e l'impeto e l'ira

rassomigliano al

fuoco.

Gli elementi dunque primeggiano in tutte le cose e in tutti gli

esseri, ne

costituiscono l'intera composizione e le proprietà e comunicano

loro le

proprie virtù.

CAPITOLO VIII.

Della maniera con cui gli elementi si ritrovano nei cieli,

negli astri, nei

demoni, negli angeli e in Dio stesso.

E' opinione comune fra i platonici che come nel mondo archetipo

tutto si trovi

in tutte le cose, lo stesso avvenga nel mondo corporale, con la

sola

differenza che vi si trova in modo diverso, a seconda cioè la

differente

natura dei soggetti che ricevono le influenze o le impressioni.

Così gli

Elementi sono non solo in tutte le cose terrene, ma anche nei

cieli, nelle

Stelle, nei demoni, negli angeli e in Dio Stesso, che è il

creatore e

l'animatore di tutte le cose. Ma se gli elementi s'incontrano

in questo mondo

inferiore sotto forme grossolane e materializzate, nei cieli

invece sono allo

stato di purezza e in tutta la loro potenza. Così la solidità

della terra non

avrà nulla di grossolano e di materiale, l'agilità dell'aria

non sarà velata

da alcuna nebulosità, il calore del fuoco non avrà ardori, ma

solo splendori e

vivificazioni.

Tra gli astri Marte e il Sole partecipano del fuoco, Giove e

Venere dell'aria,

Saturno e Mercurio dell'acqua e quelli dell'ottavo cielo della

terra, così

come la Luna (che altri nonpertanto credono essere composta

d'acqua,) per la

ragione che a simiglianza della terra attrae le acque celesti e

imbevuta di

esse ce le trasmette e comunica per la sua vicinanza.

Tra le costellazioni alcune sono dominate dal fuoco, altre

dall'aria, dalla

terra e dall'acqua, perchè‚ gli elementi governano i cieli e vi

distribuiscono

le loro quattro qualità secondo i loro tre ordini differenti e

il principio il

mezzo e la fine di ciascuno di essi. Così l'Ariete prende il

suo principio dal

fuoco, il Leone il suo progredire e il suo accrescimento, il

Sagittario la sua

fine; il Toro trae il solo principio dalla terra, la Vergine il

suo progresso,

il Capricorno la sua fine; i Gemelli prendono il loro principio

dall'aria, la

Bilancia il progresso, l'Acquario la fine; il Cancro prende il

principio

dall'acqua, lo Scorpione il suo progresso, i Pesci la fine.

Gli elementi formano dunque e compongono con la loro mescolanza

tutti i corpi,

non esclusi i pianeti e i segni zodiacali. Lo stesso dicasi

degli spiriti, di

cui alcuni rassomigliano al fuoco o alla terra e altri all'aria

o all'acqua, e

lo stesso è detto da alcuni dei quattro fiumi infernali, di cui

Flegetonte

partecipa del fuoco, Cocito dell'aria, Stige dell'acqua e

Acheronte della

terra. La Santa Scrittura parla del fuoco che soffrono i

dannati e

l'Apocalisse menziona uno stagno di fuoco. Isaia dice che i

dannati saranno

percossi da Dio con aria corrotta, Giobbe dice che dal tormento

delle acque

gelate passeranno a quello d'un estremo calore e che v'ha una

terra di tenebre

e di sofferenze coperta dall'oscurità della morte.

Gli elementi si trovano egualmente in tutto ciò che appartiene

al cielo. Degli

angeli, che sono i saldi sgabelli del

Signore, s'incontrano la stabilità dell'essenza e la forza

della terra, unita

alla clemenza e all'amore, che sono le virtù dell'acqua

purificatrice. Perciò

il Salmista li chiama le acque, quando dice a Dio: Voi che

governate le acque

che stanno al disopra dei cieli. E in essi v'ha l'aria d'una

intelligenza

sublimata e l'amore del fuoco che brilla, così che le Sante

Scritture li

chiamano le ali dei venti e il Salmista, facendo altrove

menzione di essi,

dice: Tu che fai spiriti gli angeli tuoi e fuoco ardente i tuoi

ministri.

Fra gli angeli alcuni partecipano della natura del fuoco e sono

i Serafini, le

Virtù e le Potenze; i Cherubini partecipano della terra, i

Troni e gli

Arcangeli dell'acqua, le Dominazioni e i Principati dell'aria.

E del Supremo

Fattore non è forse detto che la terra s'apra e generi il

Salvatore e non è

egli chiamato nelle Sante Scritture sorgente di acqua viva,

parificante e

rigeneratrice, e soffio vitale? Mosè e San Paolo non dicono

anche che egli è

un fuoco divorante?

Nessuno può dunque negare che gli elementi non si trovino

ovunque e in primo

luogo in tutte le cose di questo mondo inferiore, sebbene

impuri e grossolani,

nonch‚ nelle cose celesti in cui s'incontrano più puri e più

nitidi e infine

in ciò che è al disopra dei cieli allo stato della perfezione

assoluta. Gli

elementi dunque sono: nell'archetipo le idee di tutto ciò che

si produce,

nelle intelligenze le potenze, nei cieli le virtù e sulla terra

le forme più

crasse.

CAPITOLO IX.

In che modo i poteri delle cose naturali

dipendano immediatamente dagli elementi.

Alcuni dei poteri naturali, come quelli di riscaldare, di

raffreddare,

d'inumidire e di seccare, sono puramente elementari e si

chiamano operazioni

primordiali o qualità che seguono l'atto, perchè‚ di per se

stessi son capaci

di trasformare la sostanza di tutte le cose, il che nessun

altra qualità

saprebbe fare. Altri risiedono nelle cose, provengono dagli

elementi che li

compongono e possiedono maggiori attività delle virtù

primordiali, come quelli

che maturano, che fanno digerire, che risolvono, che

rammolliscono, che

indurirono, che detergono, corrodono, bruciano, che sono

aperitivi,

evaporativi, confortanti, lenitivi, compressivi, attrattivi,

dilatanti e via

dicendo. Ciascuna qualità elementare compie, una volta

amalgamata, più

operazioni che non potrebbe compiere rimanendo isolata e queste

operazioni si

chiamano qualità secondarie, sempre secondo la natura e in

proporzione del

miscuglio delle virtù primordiali, come viene trattato

ampiamente nei libri di

medicina. I cambiamenti che si operano nella sostanza della

materia, sono

causati sia dal calore naturale che dal freddo. Talora queste

operazioni si

compiono sopra un membro determinato, come quelle che provocano

le orine, o il

latte, o i mestrui nella donna, e queste qualità si chiamano

terze e seguono

le seconde come le seconde seguono le prime. Perciò v'hanno

malattie causate

così dalle prime che dalle seconde e terze qualità, le quali si

guariscono con

queste qualità stesse.

V'hanno anche molte cose stupefacenti, che si possono fare

artificialmente

come il fuoco che stralcia l'acqua, chiamato fuoco greco, di

cui Aristotile ci

ha lasciato diverse ricette nel trattato particolare che ne ha

composto. Nello

stesso modo si può preparare un fuoco che si spegne con l'olio

e che si

accende con l'acqua fredda, fuoco chiamato acqua ardente, di

cui la

preparazione è ben conosciuta e che non consuma che s‚ stesso;

e si fanno

fuochi che non si spengono, oli incombustibili, lampade

perpetue che non

possono essere spente ne dal vento n‚ dall'acqua, Cosa affatto

incredibile se

non vi fosse la testimonianza di quella famosa lampada accesa

una volta nel

tempio di Venere, nella quale brucia la pietra asbesto, che non

può più

spegnersi una volta accesa. Al contrario si può preparare il

legno, o

qualunque altra cosa combustibile, in modo che non possa essere

attaccato dal

fuoco; allestire miscele che consentano di stringere

impunemente fra le mani

il ferro rovente o d'immergere le mani entro un metallo fuso e

perfino di

passare attraverso il fuoco senza pericolo di sorta. Infine vi

è una specie di

lino chiamato da Plinio asbestum, che è assolutamente

refrattario all'azione

del fuoco e Anaxilao dice che l'albero che ne sia avviluppato,

può essere

abbattuto, senza che sia possibile percepire alcun rumore.

CAPITOLO X.

Dei poteri occulti delle cose.

Oltre i citati, le cose racchiudono altri poteri non derivati

dagli elementi,

quali il neutralizzare l'effetto d'un veleno, il combattere gli

antraci,

l'attirare il ferro e altri. Tali poteri derivano dalla specie

e dalla forma

delle cose ciò che fa sì che le piccole quantità non producono

sempre piccoli

effetti come avviene per la qualità d'un elemento, perchè‚ tali

poteri essendo

formali possono produrre grandi effetti con poca materia,

mentre le qualità

elementari, per agire molto, richiedono molta materia. E si

chiamano poteri, o

proprietà, occulti, perchè‚ le loro causali ci sfuggono e lo

spirito umano non

può penetrarli. Perciò solo i filosofi hanno potuto, pel lunga

esperienza

piuttosto che per ragionamento, acquistarne in parte la

conoscenza. Per

esempio i cibi vengono digeriti entro lo stomaco merc‚ il

calore, che noi

conosciamo, ma vengono trasformati non per mezzo del calore,

perchè‚ in tal

caso si trasformerebbero meglio al fuoco anzich‚ nello stomaco,

ma per una

certa virtù occulta, che ignoriamo. Così v'hanno nelle cose

qualità elementari

e cognite e virtù naturali e insite in loro che ammiriamo pur

Senza poterle

penetrare. Di ciò ci da' un esempio la Fenice, che è un uccello

che rinasce

dalle sue ceneri come narrò Ovidio. Matreo s'era fatto ammirare

assai dai

greci e dai romani allevando una bestia selvaggia che divorava

se stessa. Chi

non si meraviglierebbe, apprendendo che v'hanno peSci che

vivono sotterra,

menzionati da Aristotile, da Teofrasto e dallo storico Polibio

nonch‚ pietre

che cantano descritteci da Pausania? Effetti tutti dei poteri

Occulti.

Così lo struzzo può digerire il ferro pel nutrimento del suo

corpo e il

pesciolino chiamato ecneide frena l'impetuosità dei venti, doma

l'ira dei

flutti e arresta le navi per quante vele esse possano portare.

Così le

salamandre e le bestiole dette pyraustae vivono nel fuoco e non

ne sono

consumate e le Amazzoni strofinavano le loro armi con un certo

bitume atto a

preservarle da Ogni logorio e dall'azione del fuoco, bitume

adoperato da

Alessandro il Grande per le porte caspie che erano di bronzo.

Si dice altresì

che l'arca di Noè, costrutta tanti secoli addietro e che esiste

tuttora sui

monti dell'Armenia, fosse stata spalmata di detto bitume.

Altre simili meraviglie sono appena credibili. Gli storici

antichi menzionano

i Satiri, che avevano figura metà umana e metà bestiale e che

nondimeno erano

esseri ragionevoli. San Girolamo stesso riferisce che un Satiro

parlò un

giorno a Sant'Antonio eremita, condannando in s‚ l'errore dei

gentili

d'adorare gli animali e scongiurandolo a pregare Iddio per lui,

e che un altro

Satiro venne offerto in dono all'imperatore Costantino.

CAPITOLO XI.

In che modo i poteri occulti vengano infusi nelle cose per

mezzo delle idee,

mediante l'Anima del mondo e i raggi delle stelle, e delle cose

che possiedono

tali poteri in grado maggiore.

I platonici dicono che tutte le cose terrene ricevono le loro

idee dalle idee

superiori e definiscono l'idea una forma unica, semplice, pura,

immutabile,

indivisibile, incorporea, eterna, che è superiore alle anime e

alle

intelligenze. La natura di tutte le idee è unica e tutte le

idee derivano dal

bene istesso, vale a dire da Dio, e solo differiscono tra loro

per certe

ragioni relative. Tutto quanto v'ha al mondo è immutabile e

unico e tutte le

cose si accordano tra loro perchè‚ Dio non sia una sostanza

differente, così

che in Dio tutte le idee sono una forma, e perchè‚

l'intelligenza, ossia

l'anima del mondo, sia imbevuta di esse e perchè‚ la natura

riceva dalle forme

infuse per le idee come una specie di germi inferiori. Infine

esse mettono

come ombre nella materia.

Si può aggiungere che nell'anima del mondo v'hanno tante fogge

seminali delle

cose, quante idee v'hanno nello spirito divino, per le quali

questo ha

impresso nei cieli negli astri e nelle immagini le loro

proprietà. Tutti i

poteri e le

proprietà delle specie inferiori dipendono dunque dagli astri,

dalle immagini

e dalle proprietà, in modo che ciascuna specie dipende da una

data immagine

celeste da cui trae il potere per agire, qualità che le è

propria e che riceve

dalla sua idea merc‚ le fogge seminali dell'anima del mondo.

Perchè‚ le idee

non solo sono la causa dell'essere, ma anche la causale delle

diverse virtù

che s'incontrano in una data specie e i filosofi dicono che le

virtù che

esistono nella natura delle cose agiscono sotto l'imperio di

altre virtù più

stabili, che non sono fortuite, ma efficaci, poderose,

infallibili e che non

producono nulla d'inutile o di vano. Queste virtù sono

operazioni delle idee e

non errano che accidentalmente e solo per impurità o

ineguaglianza della

materia e in tal modo le cose della stessa specie sono dotate

di virtù

maggiore o minore secondo la purezza o l'impurità della

materia. Così che i

platonici hanno potuto enunciare che le virtù celesti sono

infuse secondo i

meriti della materia e Virgilio lo ricorda quando canta:

Igneus est ollis vigor, et coelestiso origo seminibus, quantum

non noxia

corpora tardant.

Perciò le cose che ricevettero in grado minore l'idea della

materia, vale a

dire quelle che ricevettero a preferenza la rassomiglianza dei

corpi

separanti, possiedono virtù maggiori e più efficaci, simili

all'operazione

delle idee separate.

Dunque ora noi sappiano che la situazione e la figura dei corpi

celesti sono

la causa d'ogni virtù attiva che si riscontra nelle specie

inferiori.

CAPITOLO XII.

Come sopra individui diversi, anche della stessa specie, i

poteri esercitino

varia influenza.

L'aspetto e la situazione dei corpi celesti prestano ad alcuni

individui

poteri singolari così meravigliosi come alle specie, perchè‚

non appena alcun

individuo subisca l'influenza d'un oroscopo fisso o d'una

costellazione,

riceve un certo

potere particolare e mirabile di agire, di soffrire, o di

ricevere, oltre

quello che gli proviene dalla sua situazione e dalla specie a

cui appartiene e

ciò tanto per l'influenza dei corpi celesti, che per la

corrispondenza, la

sottomissione e l'obbedienza della sostanza delle cose prodotte

e generate

dall'anima del mondo, proprio nel modo istesso come i nostri

corpi obbediscono

alle nostre anime, perchè‚ noi sentiamo ciò che ciascuna forma

ci fa concepire.

I nostri corpi sono mossi dalle cose aggradevoli e ne sono

attratti o respinti

e lo stesso accade sovente delle anime celesti, quando esse

concepiscono idee

differenti. Così in natura v'hanno assai cose che sembrano

essere prodigi

dell'immaginazione dei movimenti superiori, il che fa sì che

non solo le cose

naturali

ma anche assai spesso quelle artificiali, ricevano virtù

differenti,

soprattutto quando l'anima di chi opera si sforza in tal senso.

Ciò ha fatto

dire ad Avicenna che tutto quanto si opera quaggiù esiste in

precedenza nei

moti e nelle idee delle stelle. Così in tutte le cose si

esplicano effetti

inclinazioni e abitudini differenti, non solo per le differenti

disposizioni

della materia, ma anche per le diverse influenze che ricevono e

per le forme

diverse non per differenza specifica ma particolare. Dio

stesso, che è la

causa prima d'ogni cosa, distribuisce tali diversità e le cause

seconde,

angeliche e celesti, cooperano con lui, disponendo la materia

corporea e le

altre cose che vi si riferiscono. E Dio comunica tutte le

virtù, per mezzo

dell'anima del mondo, con la potenza particolare delle idee o

immagini e delle

intelligenze superiori e col concorso dei raggi e degli aspetti

delle stelle,

merc‚ una concordanza armonica e particolare.

CAPITOLO XIII.

Donde provengano i poteri occulti delle cose.

Tutti sanno che la calamita ha il potere speciale di attrarre

il ferro, potere

che perde quando viene influenzata dal diamante. Nel modo

istesso l'ambra e il

balascio, strofinati e riscaldati, attirano la paglia. La

pietra asbesto, una

volta accesa, non si spegne più, o almeno non è possibile

spegnerla senza

sforzo. L'aetite fortifica il frutto delle donne e delle

piante. Il diaspro

arresta il sangue. La remora è capace di arrestare un vascello

in moto. Il

rabarbaro placa l'ira. Il fegato del camaleonte, bruciato,

eccita la pioggia e

i fulmini. Il carbonchio luccica nell'oscurità. La pietra

eliotropio limita la

vista e rende invisibile chi la porta. La sinochitide evoca i

demoni.

L'anachite fa apparire gli spiriti celesti. L'ennectis infonde

virtù

divinatorie in colui che l'abbia con se dormendo. V'ha in

Etiopia una certa

erba che si dice prosciughi gli stagni e faccia aprire tutto

ciò che è chiuso.

I re di Persia usavano munire i loro ambasciatori dell'erba

latace, affinch‚

non avessero mancato di nulla ovunque fossero andati. Un'altra

erba di Sparta,

o della Tartaria, mangiata o soltanto messa in bocca, rende poi

possibile il

resistere dodici giorni senza mangiare ne bere. Apuleio

riferisce in proposito

avergli rivelato gli dei che v'hanno più sorta di erbe e di

pietre, merc‚ le

quali l'uomo potrebbe sempre conservarsi in vita, ma che non

gli è permesso di

conoscerle, perchè‚, quantunque la sua vita sia breve, egli non

si stanca di

consacrarla al male. Nessuno degli scrittori che si Sono

occupati delle

proprietà delle cose, Ermete, Aron, Bochus, Orfeo, Teofrasto,

Tebith,

Zenothemi, Zoroastro, Evax, Dioscoride, Isacco l'ebreo,

Zaccaria il

babilonese, Alberto, Arnaldo, ha spiegato l'origine di tali

proprietà. Tutti,

nonpertanto, hanno asserito quello che Zaccaria scrive a

Mitridate, che nelle

virtù delle pietre e delle erbe è insita una grande forza ed il

destino umano.

Nondimeno Alessandro il Peripatetico opina che tali poteri

provengono dagli

elementi e dalle loro qualità, il che potrebbe esser credibile,

se le loro

qualità non fossero d'una stessa specie. Per tal motivo gli

Accademici,

seguendo la opinione di Platone attribuiscono tali poteri alle

idee che

formano le cose. Avicenna pretende invece che provengano dalle

intelligenze,

Ermete dagli astri e Alberto dalle forme specifiche delle cose.

Tali

differenze di opinioni sono in fondo più apparenti che reali,

ove si rifletta

che Dio, che è il principio e la fine di ogni virtù, dà

l'impronta delle sue

idee alle intelligenze, le quali, eseguendole fedelmente, le

comunicano ai

cieli e alle stelle, dalle quali si riverberano poi sulle cose

e che le forme

sono da lui distribuite pel ministerio delle intelligenze,

create per

invigilare sulle opere sue, così che tutti i poteri delle

pietre, delle erbe e

dei metalli vengono conferiti a mezzo di tali intelligenze. La

forma e i

poteri provengono dunque anzitutto dalle idee, poi dalle

intelligenze che

governano e guidano, poi dall'aspetto dei cieli e infine dalla

disposizione

degli elementi corrispondenti alle influenze astrali. Le

operazioni vanno

dunque compite sulle cose visibili in terra, merc‚ le forme

espresse; nei

cieli, merc‚ le virtù che dispongono sulle intelligenze,

operando per una

sorta di mediazione; presso l'archetipo, per mezzo delle idee e

delle forme

esemplari.

Così in ogni erba e in ogni pietra sono racchiusi poteri e

virtù mirabili e

altri ancora più grandi nelle stelle e inoltre ogni cosa riceve

alcunchè‚ dalle

intelligenze superiori, e soprattutto dalla prima causa, che

tutte le cose si

uniscono per esaltare in un concerto armonioso, simile a certi

inni sciolti in

onore del sovrano padrone. Tale l'invito dei santi fanciulli

della fornace di

Caldea:

"Benedite il Signore, o cose tutte che germinate sulla terra, e

quanto popola

le acque e gli uccelli del cielo e le bestie e le pecore, ed

assieme i figli

degli uomini".

L'accordo e il legame di tutte le cose con la causa prima e la

loro

corrispondenza con gli esemplari divini e con le idee eterne,

costituiscono

dunque esclusivamente la causa necessaria degli effetti. Ogni

cosa ha il suo

posto fisso e determinato nell'archetipo, per cui vive e da cui

trae origine,

e tutte le virtù delle erbe, delle pietre, dei metalli, degli

animali, delle

parole e di quanto altro esista, dipendono e provengono dalla

divinità, la

quale, sebbene operi a mezzo delle intelligenze e dei cieli,

pure talora

compie da se le sue operazioni, senza ricorrere al ministerio

di tali forze.

Queste operazioni si chiamano miracoli. Le cause prime agiscono

per una specie

di comando o di ordine e le cause seconde, che Platone e altri

chiamano

ministri, per una specie di necessità. La divinità le suscita e

le sospende a

suo piacere e in tali sue disposizioni Si compendiano i suoi

maggiori

miracoli. Così il fuoco pot‚ essere innocuo ai santi fanciulli

nella fornace

di Caldea; con il sole si arrestò per un giorno al comando di

Giosuè e

indietreggiò di dieci linee, o dieci ore, alla preghiera di

Ezechia; così,

durante la passione del Cristo, il sole Si oscurò di pieno

giorno. Ne è

possibile con alcuna indagine o ragionamento, con alcuna magia,

con alcuna

scienza, per quanto segrete e profonde, penetrare e conoscere i

modi di tali

operazioni; ma bisogna apprenderli e ricercarli a mezzo degli

Oracoli divini.

CAPITOLO XIV.

Cosa sia lo Spirito del Mondo e quale sia

il legame dei poteri occulti.

Democrito, Orfeo e molti pitagorici, che hanno ricercato

accuratamente le

virtù dei corpi celesti e dei corpi inferiori, hanno detto che

in ogni Cosa si

racchiude alcunch‚ di divino e non senza ragione, poich‚ non

v'ha cosa alcuna,

per quante virtù essa s'abbia, che possa esser contenta della

propria natura

senza il soccorso della potenza divina. Ora essi chiamavano dei

le virtù

divine diffuse nelle cose, virtù che Zoroastro chiama

attrattori divini,

Sinesio attrattive simboliche, altri vite, altri ancora anime,

da cui dicono

dipendere le virtù delle cose, o anche una materia che si

diffonde

spiritualmente sulle altre materie su cui opera, nel modo

istesso con cui

l'uomo estende il suo intelletto sulle cose intelligibili e la

Sua

immaginativa sulle cose immaginabili e questo intendevano dire

quando, per

esempio, asserivano che l'anima usciva da un essere per entrare

in un altro

essere allo scopo di affascinarlo e di immobilizzarlo, nel modo

istesso che il

diamante impedisce alla calamita di attrarre il ferro. Perciò,

essendo l'anima

il primo mobile, che agisce e si muove volentieri da se stessa

e per se stessa

e il corpo, o la materia, essendo inabile o insufficiente a

muoversi da se

stesso, si dice esser necessario un mediatore più eccellente

capace di riunire

il corpo all'anima. E questi è lo Spirito del mondo, che si

dice essere la

quinta essenza, perchè‚ non proviene dai quattro elementi, ma è

come un quinto

elemento superiore ad essi e che sussiste senza di essi. Vi è

dunque assoluto

bisogno d'un tale spirito affinch‚ le anime celesti giungano a

penetrare in un

corpo grossolano e a comunicargli le loro meravigliose qualità

e ciò tanto

nella

materia del mondo che in quella del corpo umano. E come le

anime nostre

comunicano merc‚ lo spirito le loro forze alle nostre membra,

così la virtù

dell'anima del mondo si rispande sopra tutte le cose merc‚ la

quintaessenza,

giacchè‚ non esiste nulla nell'universo che non sia influenzato

da qualche

particella della sua virtù e che sia affatto privo del suo

potere. In virtù di

tale spirito, tutte le qualità occulte si diffondono sulle

erbe, sulle pietre,

sui metalli e sugli animali, attraverso il sole, la luna, i

pianeti e le

stelle che sono superiori ai pianeti. E tale spirito ci sarà

tanto più utile,

quanto più sapremo separarlo dagli altri elementi e quanto

meglio sapremo

servirci delle cose in cui sarà penetrato con più abbondanza,

contenendo esso

ogni virtù produttiva e generativa. Perciò gli alchimisti

cercano estrarre o

separare questo spirito dall'oro, per applicarla in seguito a

ogni sorta di

altre materie simili, vale a dire ai metalli, così da

trasmutarle in oro o in

argento. Come noi abbiamo fatto e come abbiamo visto fare, pur

non potendo

produrre una quantità maggiore di oro di quella originaria da

cui avevamo

estratto lo spirito. Ciò perchè‚, non essendo questo spirito

condensato, non

può contro le sue proporzioni e dimensioni rendere perfetto un

corpo

imperfetto. Non nego però che la cosa si possa ottenere con

altri artifici.

CAPITOLO XV.

In che modo occorra ricercare e controllare i poteri delle cose

per mezzo

della rassomiglianza.

E' dunque provato come le cose possiedano proprietà occulte non

derivate dalla

natura elementare, ma insite in modo celeste, occulte ai nostri

spensi e che

la ragione stenta a comprendere, le quali provengono dallo

spirito del mondo

pel tramite dei raggi stessi delle stelle e non possono essere

conosciute che

con l'esperienza e le congetture. Perciò, volendo conoscerle,

occorrerà

considerare che tutte le cose sono in movimento e si convertono

in cose

simiglianti e inclinano verso s‚ stesse tanto in proprietà,

vale a dire in

virtù occulta, che in qualità, ossia in virtù elementare,

nonchè‚ talora in

sostanza, come si può constatare di tutto ciò che sia immerso a

lungo nel sale

che si tramuta in sale, perchè‚ ogni corpo agente, una volta

che abbia

incominciato ad agire, non si tramuta in un corpo inferiore,

ma, in un certo

modo e per quanto gli sia possibile, in un corpo simigliante e

che abbia

rapporto con esso. Cosa che possiamo constatare negli animali

sensitivi, nei

quali la virtù nutritiva non trasforma la carne o gli alimenti

in erba o in

pianta, ma bensì in carne sensibile. Così nelle cose ove

v'abbia qualche

eccesso di qualità o di proprietà come calore, ardire, freddo,

timore,

tristezza, collera, amore, odio, o qualche potere, sia naturale

che procurato

per artifizio o acquisito per azzardo accidente o abitudine,

come la

spudoratezza in una meretrice, tali cose eccitano grandemente a

una medesima

qualità passione o potenza, e in tal modo il fuoco suscita il

fuoco, l'acqua

l'acqua, una persona ardita l'arditezza.

I medici sanno che un cervello ne aiuta un altro, un polmone un

altro polmone

e perciò dicono che la persona che abbia gli occhi cisposi si

guarisce col

sospenderle al collo involto in un drappo bianco, l'occhio

destro di una rana

o di un granchio, se l'occhio ammalato è il destro, e l'occhio

sinistro pel

sinistro. Ugualmente le zampe d'una tartaruga guariscono i mali

dei piedi,

sempre applicando al piede offeso l'arto corrispondente

dell'animale e così

pure gli animali sterili causano la sterilità e i fecondi la

fecondità, cose

che si manifestano soprattutto a mezzo dei testicoli, della

matrice e delle

orine e che spiegano come una donna che prenda tutti i mesi

orina di mulo, o

alcunch‚ che vi sia stato lasciato a macerare, non possa

concepire.

Volendo dunque compartire qualche proprietà o qualche virtù,

bisognerà

conoscere in quali animali o in quali cose si riscontri più

accentuata tale

proprietà o virtù e fare uso della parte in cui la proprietà

abbia maggiore

vigore. Per farsi amare, ad esempio, occorre scegliere fra gli

animali più

caldi, colombo, tortora, passero, rondine e usarne le parti in

cui predomina

lo stimolo venereo, cuore, testicoli, matrice, verga, sperma,

mestrui, e ciò

nella stagione propizia alla fregola, perchè‚ allora le

proprietà di tali parti

sono molto più energiche. Egualmente, per aumentare l'ardire,

occorre munirsi degli occhi, del cuore, o della fronte d'un

leone o d'un

gallo. In questo senso va inteso ciò che dice Psello platonico,

che i cani, i

corvi, i galli aiutano a vegliare; e così pure l'usignuolo, il

pipistrello e

la civetta e di questi specialmente il capo, il cuore e gli

occhi. Chi porta

seco il cuore d'un corvo, non può dormire; la testa del

pipistrello, attaccata

al braccio destro, produce lo stesso effetto; la rana e il gufo

fanno parlare

molto, soprattutto ove se ne usi la lingua o il cuore, e la

lingua di una

rana, collocata sotto il capo d'un dormente, lo la sognare e

parlare nel

sogno. Si dice pure che il cuore d'un gufo, collocato sulla

mammella sinistra

d'una donna addormentata, le faccia rivelare tutti i suoi

segreti e che lo

stesso risultato si ottenga con il cuore d'una civetto o con

grasso di lepre

applicati sul petto della dormente. Gli animali di lunga vita

contribuiscono a

far vivere lungamente e tutte le cose che racchiudono in se la

virtù di

rinnovarsi contribuiscono a rinnovare i nostri corpi e a

ringiovanirli, cosa

evidente nei confronti della vipera e in generale dei serpenti

e nessuno

ignora come il cibarsi di serpi valga a ringiovanire i corvi.

Ugualmente la

fenice si fa rinascere dalle proprie ceneri e dalla zampa

destra d'un

pellicano, tenuta immersa per tre mesi in letame caldo, si

genera un

pellicano. I medici sfruttano tali poteri e con misture di

carni di tali

animali e elleboro sanno restituire talora a un corpo la stessa

giovinezza

promessa e procacciata da Medea alla vecchia Pelia. Si è infine

anche opinato,

che il suggere il sangue caldo che sgorga da una ferita inferta

a un orso,

possa accrescere le forze, dato che tale animale è assai

vigoroso.

CAPITOLO XVI.

In qual modo i differenti poteri si trasfondano dall'una alla

altra cosa e

s'influenzino reciprocamente.

Le cose naturali hanno tanto potere, che non solo lo esercitano

verso le cose

con cui vengono a contatto, ma comunicano addirittura a queste

cose il loro

steso potere. Così la calamita non solo attira gli anelli e le

catene di

ferro, ma li rende capaci di attrarre a loro volta altri

oggetti di ferro.

Perciò si dice che una donna pubblica infetti della sua

impudenza quanti le si

avvicinano e che indossandone le vesti o la camicia o

specchiandosi in uno

specchio in cui sia solita rimirarsi, si divenga arditi

impudenti e

lussuriosi. Così pure un sudario funebre sarà impregnato di

qualità saturniane

e la corda dell'impiccato ha proprietà meravigliose. Plinio

assicura che,

ricoprendo di terra una lucertola verde dopo averle crepato gli

occhi e

mettendo insieme in un recipiente di vetro alcuni anelli o

catene con ferro o

oro, allorch‚ la lucertola abbia ricuperato la vista, si

possano efficacemente

adoperare gli anelli o le catene a guarire le cisposità degli

occhi o a

preservarne. La stessa cosa si pratica con la donnola. Dopo

averle cavato gli

occhi, si collocano per un certo tempo gli anelli in nidi di

passeri o di

rondini e dopo si impiegano a suscitare l'amore o la

benevolenza.

CAPITOLO XVII.

Come si possano conoscere e sperimentare i poteri delle cose

merc‚ la loro

concordanza e la loro contrarietà.

Ci resta da connotare come tutte le cose abbiano tra loro

simpatie e

contrarietà, così che non v'ha nulla che non abbia da temere

alcuna cosa, la

quale le è ostile e nociva, e al contrario non abbia qualche

altra cosa che le

è gradita e giovevole. Tra gli elementi il fuoco è contrario

all'acqua, l'aria

alla terra e son tra loro d'accordo. Tra i corpi celesti

Mercurio, Giove, il

Sole e la Luna sono amici di Saturno e Marte e Venere gli sono

contrari; tutti

i pianeti, Marte eccettuato, sono amici di Giove e ugualmente

tutti odiano

Marte, eccetto Venere; Giove e Venere amano il Sole; Marte

Mercurio e la Luna

gli sono contrari; tutti amano Venere, salvo Saturno; amici di

Mercurio sono

Giove Venere e Saturno, nemici il Sole la Luna e Marte; della

Luna sono amici

Giove Venere e Saturno e Marte e Mercurio sono

nemici. Un'altra inimicizia o contrarietà fra i pianeti si

riscontra quando

abbiano domicili opposti, come tra Saturno e il Sole e la Luna,

tra Giove e

Mercurio, tra Marte e Venere e la contrarietà è tanto più

grande, quanto più i

pianeti hanno opposte le esaltazioni, come Saturno e il Sole,

Giove e Marte,

Venere e Mercurio. Invece l'amicizia è tanto più grande, quanto

più i pianeti

abbiano la stessa natura, qualità, sostanza, potenza, o virtù,

come tra Marte

e il Sole, tra Venere e la Luna, tra Giove e Venere. Così

dicasi dei pianeti

che abbiano la loro esaltazione nel domicilio di un altro, come

Saturno e

Venere, Giove e la Luna, Marte e Saturno, il Sole e Marte, la

Luna e Venere.

Le amicizie e le contrarietà dei corpi superiori si riverberano

identiche sui

corpi inferiori loro soggetti.

Tali amicizie e inimicizie non sono altro che certe

inclinazioni che le cose

hanno mutuamente l'una per l'altra, desiderio reciproco che non

si appaga che

pel possesso, ovvero antipatia per la cosa contraria, che è

abborrita e

accanto alla quale non è possibile trovar riposo.

Basandosi su tale concezione, Eraclito ha preteso che tutte le

operazioni Si

compiano per contrarietà e per simpatia. Le inclinazioni dei

corpi vegetali e

minerali sono della natura di quelle nutrite dalla calamita pel

ferro, dallo

smeraldo per la ricchezza, dal diaspro per la produzione e per

la generazione,

dall'agata per l'eloquenza. Così la nafta attrae il fuoco e vi

si precipita

dentro quando esso le si avvicina; la radice dell'erba aproxis,

come la nafta,

attrae il fuoco da lungi; la palma maschio e la palma femmina

si desiderano

tanto, che non appena un ramo dell'una sfiora un ramo

dell'altro, si piegano e

si allacciano e l'albero femmina non dà frutto senza

dell'albero maschio e

l'amigdale solitaria è meno feconda. L'olmo e l'oppio amano la

vite; l'olivo e

il mirto, il fico e l'olivo si amano reciprocamente.

Negli animali si riscontra simpatia tra il merlo e il tordo,

tra la cornacchia

e lo stornello, tra il pavone e il colombo, tra la tortora e il

pappagallo,

come documenta Saffo nei suoi versi a Faone:

e le bianche colombe si dilettano spesso dei pavoni variopinti

e il pappagallo

verde ama la nera tortorella.

Anche l'arsella e la balena sono amiche, ne l'amicizia si

riscontra solo tra

animali, ma altresì tra i metalli e i corpi vegetanti. Le gatte

amano tanto il

puleggio selvatico, che lo strofinarsi contro una tal pianta

vale a farle

concepire, anche senza l'intervento del maschio. E le cavalle

di Cappadocia

s'espongono al soffio del vento, che le alletta tanto da

fecondarle. Le rane,

i rospi, i serpi e ogni sorta d'animali e d'insetti

striscianti, amano un'erba

chiamata sedano del riso, che i medici dicono faccia morire

ridendo chi se ne

sia cibato. La tartaruga morsicata da un serpente, si guarisce

cibandosi

d'origano; la cicogna che abbia mangiato qualche serpe, trova

nell'origano un

efficace contravveleno; la donnola, prima di assalire il

reattino, si pasce di

ruta. Ciò ci indica che l'origano e la ruta possiedono virtù

contro i veleni e

che certi animali hanno una capacità istintiva che li aiuta a

scoprire i

rimedi salutiferi. Il rospo, per esempio, morso o avvelenato da

qualche altra

bestia, va a cercare la ruta o la salvia con cui stropiccia la

ferita.

Stolti rimedi sono stati così rivelati all'uomo dalle bestie.

Le rondini ci

hanno fatto conoscere che la celidonia è efficace per le

malattie dell'occhio,

servendosene esse per guarire gli occhi dei propri piccoli e

quando la gazza

si sente male, si cura con una foglia di lauro che porta nel

suo nido. Anche i

colombi selvatici, le gazze, le pernici e i merli fanno uso

delle foglie di

lauro per combattere gli acciacchi degli anni e i corvi le

usano per

neutralizzare il veleno del camaleonte. Il leone che ha la

febbre, si guarisce

divorando una scimmia; l'upupa incomodata dall'essersi cibata

di uva, si

ristabilisce con l'adianta o capelvenere. Il cervo e le capre

di Candia ci

hanno insegnato che il dittamo è atto a far uscire i dardi

dalle ferite,

liberandosene col cibarsi di tale erba. Le cerve, prima di

partorire, si

purgano con la sassifraga; coloro che sono stati morsi dalla

tarantola, si

curano mangiando gamberi e le troie morsicate da un serpe usano

lo stesso

rimedio; i corvi che si sentono avvelenati, vanno in cerca di

foglie di

quercia; gli elefanti usano le foglie d'olivo dopo avere

ingoiato un

camaleonte; gli orsi incomodati dalla mandragora, si pascono di

formiche; Le

oche le anitre e gli altri uccelli acquatici si curano con

l'erba siderite. I

piccioni, le tortore e le galline non usano altro rimedio che

l'erba

parietaria, le gru si servono del giunco, le pantere degli

escrementi umani

per guarire dal veleno dell'aconito, i cinghiali dell'edera, le

cerve del

carciofo.

CAPITOLO XVIII.

Delle inclinazioni negative.

V'hanno invece inclinazioni negative, che creano uno stato di

vera inimicizia

e di avversione fra l'una e l'altra cosa e le spingono a

fuggirsi

reciprocamente. Tali sono le inclinazioni del rabarbaro contro

il colera,

della teriaca contro il veleno, dello zaffiro contro il

carbonchio le febbri e

le affezioni dell'occhio, dell'ametista contro l'ubriachezza,

del diaspro

contro i flussi sanguigni e i fantasmi notturni, dello smeraldo

e

dell'agnocasto contro la libidine, dell'agata, contro il

veleno, della peonia

contro l'epilessia, del corallo contro le illusioni della bile

nera e i dolori

di stomaco, del topazio contro l'avarizia la lussuria e ogni

sorta di eccessi

passionali, delle formiche contro l'origano le ali del

pipistrello e il cuore

della upupa, di cui evitano l'incontro e al cospetto dei quali

fuggono.

L'origano è anche contrario alla salamandra e fra tale erba e

il cavolo esiste

tanta antipatia, che si struggono mutuamente. La zucca odia

tanto l'olio, che

si contorce al suo contatto e si dice che il fiele del corvo

allontani l'uomo

dai luoghi ove sia stato nascosto. Così pure il diamante è

tanto contrario

alla calamita, da impedirle di attrarre il ferro e le pecore

fuggono il sedano

ranino come mortifero, avendo la natura perfino improntato il

segno di tale

morte nel loro fegato. Le capre abborrono tanto dal grano

saraceno, che non

v'ha nulla che sia loro più pernicioso.

Tra gli animali, i topi e le donnole si odiano così, che, si

dice, basta

stropicciare i formaggi con cervello di donnola, perchè‚ i topi

se ne tengano

lontani. Lo stellione, bestiola malefica simile alla lucertola,

trema alla

vista dello scorpione, cade tramortito e suda freddo e anche

tra gli scorpioni

e i topi regna grande antipatia, così che l'applicazione di un

topo basta a

guarire dal morso d'uno scorpione. Scorpioni, stalabori, aspidi

e cavie sono

tra loro nemici e contrari. Si dice pure che non esistano

animali che più

s'avversino dei gamberi e dei serpenti; che il maiale morsicato

da un serpe,

si curi mangiando un granchio; che quando il sole si trova nel

segno del

Cancro, i serpenti si torcano. Lo scorpione e il coccodrillo si

combattono

l'un l'altro e se si tocca un coccodrillo con una penna d'un

certo uccello

d'Egitto detto uccello del Sole, o ibis, il quale si pasce di

serpenti, esso

s'immobilizza. L'ottarda s'invola alla vista del cavallo e il

cervo fugge

scorgendo il montone e la vipera. L'elefante ha paura udendo

grugnire un

maiale, come il leone in presenza del gallo, e la pantera non

osa toccare chi

si sia stropicciato con brodo di gallina, specialmente se

aromatizzato con

aglio. Tra le volpi, i cigni, i tori e le cornacchie esiste

scambievole

antipatia e tra gli animali che si fanno guerra continua

possiamo annoverare:

il nibbio e il corso, il clorius e la tortora, il gheppio e

l'aquila, il cervo

e il drago, il delfino e la balena, la murena e il congro.

L'aragosta ha tanta

paura del polipo, da morire al solo suo accostarsi; la pantera

teme la iena,

così da non poterle resistere e da non osare toccarla e basta

unire le pelli

dei due animali per far cadere il pelo della pantera. Orus

Apollo dice che

indossando la pelle di una iena, si può passare impunemente

attraverso

un'armata nemica. L'agnello non va mai d'accordo col lupo, lo

ha in orrore, lo

fugge e lo teme e si dice che le pecore si rattristino e non

mangino più se sì

sospende nella stalla la coda, la testa o la pelle d'un lupo.

Plinio narra che

l'esalòn, che è un uccelletto che si pasce delle uova del

corvo, quando scorge

la volpe insidiare i piccoli del corvo, gli presta soccorso

come contro un

nemico comune. Il cardellino, uccelletto che vive tra i rovi,

odia l'asino che

se ne ciba e tale odio è diviso da un altro uccelletto,

chiamato egythus.

Fra l'olivo e una donna scostumata regna tanta antipatia, che

se questa ne

pianta alcuno, non dà frutto o secca. Il leone teme sopra ogni

Cosa le faci

accese e si crede che lo si possa domare con tal mezzo. Il lupo

non teme le

armi, ma la pietra, che può produrgli una piaga verminosa; il

cavallo paventa

il cammello così da non poterlo guardare; l'elefante

irato si placa alla vista d'un ariete; il colubro teme l'uomo

nudo e lo

persegue quando è vestito. Si doma l'impetuosità del toro

incollerito,

legandolo a un fico; l'ambra attrae ogni cosa, tranne l'erba

detta confetto di

cavallo e ciò che sia stato untato d'olio, pel quale nutre una

naturale

avversione.

CAPITOLO XIX.

In qual modo sia dato conoscere e sperimentare nelle cose i

poteri dovuti a

tutta la specie, o connaturati a qualche cosa per dono

particolare

individuale.

Bisogna inoltre considerare che in certe cose v'hanno proprietà

che sono

comuni a tutta la Specie, come l'ardire e il coraggio nel leone

e nel gallo,

la timidità nella lepre e nell'agnello, la rapacia nel lupo,

l'astuzia nella

volpe, l'adulazione nel cane, l'avarizia nel corvo e nella

cornacchia,

l'alterezza nel cavallo, la ferocia nella tigre e nel

cinghiale, la melanconia

nel gatto, la libidine nel passero e così via. Infatti la

massima parte delle

virtù naturali si accompagna alla specie.

Altre proprietà sono nelle cose secondo l'individuo, come di

qualche uomo che

nutre avversione pel gatto, avversione che non si riscontra in

lui secondo la

specie umana. Avicenna narra di un uomo su cui il veleno non

aveva alcun

potere, per lo che i morsi delle bestie velenose non lo

incomodavano affatto e

Alberto riferisce di aver conosciuto a Colonia una ragazza, che

si cibava di

ragni e veniva su assai robusta. Così si può riscontrare la

sfrontatezza in

una libertina e la timidità in un ladro e perciò i filosofi

dicono che un

corpo che non sia stato mai attaccato dal male, contribuisce

molto a

combattere qualunque malattia, in modo che la bocca di un uomo

morto che non

abbia mai avuto febbre, applicata a un malato, vale a liberarlo

dalla

quartana.

Gli individui possiedono altresì molti altri poteri singolari

prodigati loro

dagli astri, come più sopra mostrammo.

CAPITOLO XX.

Dei poteri naturali che Si riscontrano in tutta la sostanza,

d'un individuo e

solo in qualche singola parte di altri individui.

Bisogna anche considerare che in alcuni individui i poteri

naturali sono

infusi in tutta la sua sostanza, o in tutte le sue parti. Così

la remora non

impedisce alle navi di avanzare in virtù d'una sola parte del

suo corpo, ma

dell'intera sua sostanza e la iena ha il potere di far tacere i

cani che

scorgono la sua ombra con tutta la sua sostanza. Egualmente la

celidonia

guarisce le malattie dell'occhio non per mezzo di speciali sue

parti, ma

indifferentemente sia con la radice, che con le foglie i fiori

e i semi.

Invece v'hanno poteri riscontrabili solo in singole parti delle

cose. Gli

occhi del basilisco e del catablepo hanno il potere di uccidere

l'uomo su cui

si soffermano e una virtù simigliante si riscontra nella iena,

che con lo

sguardo immobilizza e stordisce qualunque animale. Così dicasi

dell'occhio di

qualche lupo, che è capace di togliere l'uso della voce a

coloro che li

fissano, come dice Virgilio: Moeris ha perduto la voce, perchè‚

i lupi l'hanno

guardato.

In Tartaria, in Illiria e presso i Triballi, v'erano donne che

facevano morire

coloro su cui fissavano gli sguardi corrucciati. Anche i

Telchini, abitatori

di Rodi, recavano nocumento con gli occhi e perciò Giove li

sommerse. Gli

stregoni, a suscitare passioni similari, impiegano pei loro

colliri gli occhi

di alcuni animali.

La formica fugge innanzi al cuore di una upupa e non davanti al

suo capo, alle

sue zampe, o ai suoi occhi; il fiele d'una specie di ragno

velenoso, diluito

con acqua, attrae la donnola e non già la sua coda o la sua

testa; il fiele

della capra, chiuso in un recipiente di rame e sotterrato, fa

accorrere le

rane e il fegato di capra è contrario alle farfalle e alle

tignuole; i cani

fuggono chi porta un cuore di cane; le volpi non azzannano il

pollame pasciuto

con fegato di volpe.

Così le varie cose possiedono facoltà diverse sparse

differentemente in parti

differenti, come vengono loro infuse dall'alto a seconda della

differenza dei

soggetti che le ricevono, come per esempio nel corpo umano gli

occhi non

ricevono che la vista e le orecchie l'udito.

Nel corpo umano si trova un certo osso minuscolo, chiamato luz

dagli ebrei,

grosso come un cece mondato, che non è soggetto ad alcuna

corruzione, che non

è vinto dal fuoco, ma si conserva sempre illeso, dal quale,

come dicono, come

una pianta da un seme, nella risurrezione dei morti il nostro

corpo umano

ripullula e queste virtù non si dichiarano col ragionamento ma

con la

esperienza.

CAPITOLO XXI.

Dei poteri posseduti dalle cose viventi e di quelli

che permangono in esse dopo la morte.

Bisogna ancora conoscere che certe proprietà delle cose non

durano che mentre

queste sono in vita ed altre permangono anche dopo la loro

morte. Così la

remora arresta le navi e il basilisco e il catablepo uccidono

con lo sguardo

solo mentre sono viventi e una volta morti sono innocui; così

si dice che

un'oca viva applicata su un ventre malato lo guarisce e che

l'oca ne muoia.

Archita dice anche che l'applicazione del cuore d'un animale,

strappato appena

dal corpo e ancora caldo e palpitante, guarisce la febbre

quartana. Ugualmente

il cuore d'una upupa o d'una rondine, d'una donnola o d'una

talpa, mangiati

palpitanti, contribuisce a fortificare la memoria

l'immaginazione e

l'intelligenza e fa acquistare la facoltà divinatoria.

Si può enunciare pertanto che quanto si prende dagli animali,

siano pietre,

membra, escrementi, peli, unghie, o altro, occorra prenderlo da

animali ancora

vivi e da lasciarsi viventi anche dopo, se possibile. Perciò si

prescrive di

lasciar libera in acqua la rana, dopo averle tolto la lingua e

di non uccidere

il lupo a cui si sia strappato un dente o un occhio e così via.

Democrito ci ha insegnato a collocare la lingua d'una rana,

lasciata viva e

rigettata in acqua, sul cuore d'una donna addormentata, per far

sì che essa

risponda nel sonno a ogni nostra domanda. Si assicura pure che

gli occhi d'una

rana, applicati a un malato avanti che sorga il sole, valgano a

guarire dalla

febbre terzana e che gli stessi, uniti a carne di usignuolo

dentro una pelle

di cervo, impediscano di dormire. La spina del pesce pastinaca,

toltagli

vivente, applicata sull'ombelico, dopo aver rigettato in mare

il pesce,

facilita i parti. L'applicazione dell'occhio destro d'un

serpente lasciato

vivo guarisce le flussioni; l'occhio tratto da un pesce o

serpente marino

chiamato myra, legato sulla fronte d'un sofferente, guarisce

l'oftalmia ed al

pesce rinasce l'occhio, ma l'ammalato non ha libera la vista se

non lascia in

vita l'animale. Tutti i denti tolti a un serpente vivo

guariscono la febbre

quartana; tutti i denti d'una talpa viva guariscono i mali dei

denti; i cani

non abbaiano dietro colui che porti una coda di donnola

lasciata vivente. E

Democrito dice che la lingua strappata a un camaleonte vivo

serve ad

assicurarsi sentenze favorevoli e a facilitare gli sgravi, se

collocata nelle

vicinanze dell'abitazione, ma bisogna gnardarsi dal portarla in

casa, perchè‚

riuscirebbe perniciosa.

Altre proprietà non scompaiono con la morte e i platonici

dicono che ciò che

v'ha d'immortale in un corpo non cessa di operare in esso cose

mirabili. Così

ogni vigore permane nelle erbe e nelle piante, pur dopo averle

colte e

seccate, e le virtù infuse in esse producono pur sempre i loro

effetti, dal

che deriva che come l'aquila in vita primeggiò sopra tutti gli

uccelli, così

pur quando è morta le sue penne e le sue ali corrodono e

distruggono le penne

e le ali di tutti gli altri uccelli. Così pure la pelle del

leone logora tutte

le altre pelli, quella della iena distrugge quella del lupo e

la pelle del

lupo quella dell'agnello. Un tamburo di pelle di lupo,

percosso, ha la virtù

di impedire il rullo di un altro tamburo di pelle d'agnello e

così pure un

tamburo fatto con la pelle d'un riccio di mare fa scappare

tutti gli animali

che strisciano col suo suono. Infine se in uno strumento a

corda, liuto

chitarra o altro, si uniscono intestini di lupo e intestini di

pecora, sarà

impossibile trarne alcuna consonanza.

CAPITOLO XXII.

Come le cose inferiori siano sottoposte ai corpi celesti e come

i corpi umani

e quanto altro Si riferisce all'uomo provengano dalla

distribuzione dei

pianeti e dei segni.

E' certo che le cose inferiori sono sottoposte alle superiori e

che in un

certo modo, come dice Proclo, le une si ritrovino nelle altre,

così che le

cose terrestri si riscontrano nel cielo, ma in un modo celeste,

e quelle

celesti Si possono trovare in terra, ma in un modo terrestre.

Vale a dire a

seconda dei loro effetti. Perciò noi diciamo esservi quaggiù

esseri solari e

lunari, nei quali il Sole e la Luna hanno improntato alcunchè‚

dei loro poteri

e in tal guisa le cose ricevono alcune proprietà dalle stelle a

cui sono

sottoposte e dai loro aspetti.

Noi sappiamo che tutto ciò che è solare agisce sul cuore e

sulla testa, perchè‚

il domicilio o la cosa del Sole è il Leone e l'Ariete ne è

l'esaltazione. Così

pure i segni di Marte dominano la testa e i testicoli, a causa

dell'Ariete e

dello Scorpione e perciò l'immergere in acqua fredda i

testicoli di un uomo

preso dai fumi del vino e vacillante e il lavarli con aceto

costituisce un

pronto rimedio.

E' assai utile il conoscere in che modo le varie parti del

corpo umano Siano

attribuite ai pianeti e ai segni zodiacali. Seguendo le

tradizioni degli

Arabi, il Sole domina il cervello, il cuore, le coscie, le

midolla, l'occhio

destro e lo spirito vitale. Mercurio la lingua, la bocca e gli

altri organi

dei sensi così interni che esterni, le mani, le gambe, i nervi,

la fantasia;

Saturno la milza, il fegato, lo stomaco, la vescica, la

matrice, l'orecchio

destro e la facoltà ricettiva; Giove il fegato e la parte più

carnosa dello

stomaco, il ventre e l'ombelico (e perciò gli antichi hanno

posto l'immagine

d'un ombelico nel tempio di Giove Ammone), le costole, il

petto, gl'intestini,

il sangue, le braccia, la mano destra, l'orecchio sinistro e la

virtù

naturale; Marte il sangue, le vene, le reni, il chilo, il

fiele, le narici, il

dorso,

l'effusione dello sperma e le virtù irascibili o passioni;

Venere le reni, i

testicoli, la Vulva, la matrice, la virtù seminale, la

concupiscenza, la

carne, il grasso, il ventre, il pube, l'ombelico e tutto ciò

che serve

all'atto venereo, come l'osso sacro, la spina dorsale, i lombi,

la testa e la

bocca per cui si prodigano i baci; la Luna infine, a cui

s'attribuisce

l'intero corpo e tutte le membra, per la gran varietà dei

segni, domina

purtuttavia specialmente il cervello, i polmoni, il midollo

spinale, lo

stomaco, i mestrui, gli escrementi, l'occhio sinistro e la

potenza di

crescere.

Ermete dice che la testa d'un animale ha sette fori,

distribuiti ai sette

pianeti, cioè: l'orecchia destra a Saturo la sinistra a Giove,

la narice

destra a Marte, la sinistra a Venere l'occhio destro al Sole,

il sinistro alla

Luna e la bocca a Mercurio.

Così pure ogni segno zodiacale ha un predominio particolare.

L'Ariete governa

la testa e il viso, il Toro il collo, I Gemelli le braccia e

gli omeri, il

Cancro il petto i polmoni lo stomaco e i muscoli delle braccia,

il Leone il

cuore lo stomaco il fegato e la schiena, la Vergine

gl'intestini e l'interno

dello stomaco, la Bilancia le reni il femore e le narici, lo

Scorpione i

genitali, il Sagittario l'esterno delle coscie la parte

inferiore delle unghie

e gl'intestini, il Capricorno le ginocchia, l'Acquario gli

stinchi e le tibie,

i Pesci i piedi. Siccome questi ultimi tre segni sono in

concordanza tra i

corpi celesti, concordano altresì tra le membra, cosa che si

dimostra per

l'esperienza, poich‚ il freddo ai piedi incomoda il ventre e il

petto, il che

fa si che apportando rimedio agli uni si guariscano anche gli

altri e

riscaldando i piedi cessi il mal di ventre.

Le cose che sono sottomesse ad alcuno dei pianeti hanno perciò

relazione con

le membra, influenzate dallo stesso pianeta, soprattutto quando

questo si

trovi nel suo domicilio e nella sua esaltazione, giacch‚ le

altre dignità,

come le terne i termini e gli aspetti, sotto tal riguardo non

hanno

importanza. Così la peonia che ha il colore del limone, il

chiodo di garofano,

le bucce del limone, la maggiorana, il doricnio, la cannella,

lo zafferano,

l'aloe, l'incenso, l'ambra, il muschio e in parte la mirra sono

rimedi

efficaci per la testa e per il cuore a causa del Sole

dell'Ariete e del Leone.

Così

la piantaggine, erba di Marte, è efficace al capo e ai

testicoli a causa

dell'Ariete e dello Scorpione.

Inoltre i segni di Saturno contribuiscono alla tristezza e alla

melanconia,

quelli di Giove alla gioia e agli onori, quelli di Marte

all'ardimento alle

lotte e all'ira, quelli del Sole alla gloria alla vittoria e al

coraggio,

quelli di Venere all'amore alla voluttà e alla concupiscenza,

quelli di

Mercurio all'eloquenza, quelli della Luna alla vita volgare; e

i costumi e le

occupazioni umane sono distribuiti e ripartiti in

corrispondenza coi pianeti.

Perchè‚ Saturno governa i vecchi e i monaci, le melanconie, i

tesori nascosti e

quelli che Si conquistano con difficoltà e merc‚ lunghi viaggi;

Giove domina

gli uomini pii, i prelati, i re, i nobili e i capi, i beni

acquistati

lecitamente e onestamente; Marte governa i barbieri, i

chirurghi, gli uomini

d'arme, i carnefici, i macellai, i panettieri, i pasticcieri.

In modo simile

le altre stelle manifestano la loro azione, come è descritto

nei libri di

Astrologia.

CAPITOLO XXIII.

In che modo si possa conoscere da quali astri dipendono le cose

naturali e

quali cose sieno sottoposte al Sole.

E' assai difficile riconoscere da quale pianeta o segno dipenda

una data cosa.

Pure può conoscersi con la imitazione dei raggi, coi moti o

figure delle cose

superiori; per alcune anche coi colori e gli odori; in altre

ancora con gli

effetti delle loro operazioni consonanti a certe stelle.

Ciò premesso, sono solari: tra gli elementi il fuoco e la

fiamma, tra gli

umori il sangue e lo spirito vitale; tra i sapori quelli

violenti, o acri, o

forti temperati di dolcezza; tra i metalli l'oro pel suo colore

e pel suo

splendore; tra le pietre quelle che imitano i raggi del sole

per lo scintillio

dorato, come l'aetite che guarisce l'epilessia e debella il

veleno e l'occhio

di sole, simile a una pupilla raggiante, che fortifica il

cervello e

arrobustisce la vista. Il brillante, che riluce fra le tenebre,

preserva dalle

infezioni e dai vapori pestilenti; il crisolito, di colore

verde pallido e

rilucente e che esposto al sole sembra una stella d'oro,

fortifica lo Spirito,

combatte l'asma e, forato nel mezzo riempito il foro con pelo

d'asino e

attaccato al braccio sinistro, fa dileguare le visioni, i

fantasmi, i sogni e

la pazzia. L'iride, simile al cristallo e spesso esagonale come

questo,

esposto ai raggi del Sole, li assorbe e nel proiettarli per

riflessione fa

apparire l'arcobaleno sul muro opposto. L'eliotropo o girasole,

che è verde e

screziato di rosso ed è una specie di diaspro o di smeraldo,

rende glorioso

reputato e longevo chi lo porta e strofinato con la pianta

dello stesso nome

immerso in un recipiente pieno d'acqua ed esposto al sole, fa

apparire l'acqua

del colore del sangue. Di più, cosa ancora più meravigliosa,

rende invisibile

chi lo porti insieme alla pianta chiamata anch'essa girasole e

Alberto il

Grande e Guglielmo di Parigi confermano queste virtù. Anche il

giacinto riceve

dal sole virtù contro i veleni e le esalazioni pestilenziali;

di più rende

gradito e simpatico chi lo porti, procaccia ricchezze,

arrobustisce il cuore e

tenuto in bocca rallieta lo spirito. La pietra pyrophilos, che

è di un rosso

brizzolato e di cui parla Esculapio nel libro delle sue

Epistole a Ottavio

Augusto, secondo la testimonianza d'Alberto, è un tossico tanto

freddo che

impedisce al cuore d'un uomo morto di carbonizzarsi, così che

esponendolo

all'azione del fuoco per qualche tempo, si converte in pietra.

Questa pietra

possiede una virtù mirabile contro tutti i veleni e rende

glorioso e temuto

chi la porti. La pantaura (smeraldo), che è la pietra solare

per eccellenza,

scoperta, si dice, da Apollonio, attira a se le altre pietre

come la calamita

il ferro. E' efficacissima contro ogni sorta di veleni e si

chiama anche

panthera o pantocrhas, perchè‚ è screziata di mille colori.

Aaron la chiatta

evanthum. Fra le altre pietre solari v'hanno il topazio, il

crisopraso, il

rubino e, come l'orpimento, parecchi altri minerali sono solari

e in generale

quelli che hanno il colore e il fulgore dell'oro.

Tra le piante sono solari tutte quelle che si volgono verso il

sole, come il

girasole, e che ripiegano o chiudono le foglie al tramontare

del sole per

riaprirle al suo levarsi, come il loto, la peonia, la

celidonia, il limone, il

ginepro, la genziana, il dittamo, la verbena che fa vaticinare

e scaccia i

demoni, l'alloro, il cedro, la palma, il frassino, l'edera, la

vite e le

piante che preservano dalla folgore e non temono i rigori

invernali. Sono

anche solari molte droghe, come la menta, la lavanda, il

mastice, lo

zafferano, il balsamo, l'ambra, il muschio, il miele giallo, il

legno d'aloe,

il garofano, la cannella, il calamo aromatico, il pepe,

l'incenso, la

maggiorana e il rosmarino, che Orfeo chiama solis thymiama.

Tra gli animali sono solari quelli magnanimi coraggiosi e

amanti della

vittoria e della gloria, quali il leone che è il re degli

animali, il

coccodrillo, la lince, l'ariete, la capra, il toro guidatore di

armenti, che a

Eliopoli fu dagli Egiziani consacrato al sole e che, come il

bue Api a Memfi e

il toro Pathis a Erminto, fu chiamato verità. Il lupo è stato

anche consacrato

ad Apollo e a Latona. E' anche solare il cinocefalo, che latra

dodici volte

durante il giorno ed al tempo dell'equinozio orina dodici volte

nelle singole

ore ed altrettante di notte, per cui gli Egiziani lo incidevano

sugli orologi.

Tra gli uccelli sono solari la fenice, unico della specie,

l'aquila, regina

dei volatili, l'avvoltoio, il cigno e tutti quelli che sembrano

inneggiare al

sole al suo levarsi, come il gallo il corvo e lo sparviero, che

i teologi

Egiziani hanno considerato come il simbolo della luce e che

Porfirio ha

annoverato tra i solari. Inoltre tutti gli animali che possono

ricordare il

brillare del sole, come la lucciola; lo scarabeo, detto anche

cantaride, che

arrotonda pallottole e vi si adagia sopra e quelli, secondo il

pensiero di

Appione, che cangiano gli occhi a seconda del corso del sole.

Fra i pesci sono soprattutto solari il vitello marino, che

resiste alla

folgore, il dattilo e il polmone marino che brillano di notte e

quelli che

racchiudono le perle, che seccandosi si riducono in una pietra

del colore

dell'oro.

CAPITOLO XXIV.

Delle cose che dipendono dalla Luna.

Tra gli elementi dipendono dalla Luna la terra, l'acqua del

mare e dei fiumi e

i succhi e gli umori delle piante e degli animali, e

soprattutto quelli

bianchi, come l'albume delle

uova, i grassi, il sudore, le pituite e le superfluità dei

corpi. Tra i sapori

il salato e l'insipido.

Tra i metalli l'argento; tra le pietre il quarzo, la marcassite

argentata e

tutte quelle che sono bianche o verdi. Così pure la pietra

selenite, o pietra

lunare, trasparente, biancastra, che nel brillare imita il moto

della luna,

che porta in se l'immagine dell'astro e che ne segue le fasi. E

le perle, che

Si generano nelle conchiglie dalle gocciole d'acqua, e il

cristallo e il

berillo.

Tra le piante sono lunari il selenotropio che si volge verso la

luna, come il

girasole verso il sole; la palma, che rampolla un ramo a ogni

levarsi della

luna; l'issopo, specie di rosmarino, il più piccolo degli

alberi e la più

grande delle erbe, che partecipa degli uni e delle altre;

l'olivo e l'hagnus

castus, o albero casto; l'erba chinostate, che cresce e

decresce con la luna

in sostanza e in numero di foglie e non solo in umori e virtù,

cosa che alle

singole piante è comunte, ad eccezione delle cipolle di Marte,

le quali sole

hanno la forza di crescere e diminuire all'inversa degli

incrementi e

decrementi della Luna; come tra gli uccelli l'orige Saturnia è

nemicissima

tanto della Luna che del Sole.

Gli animali lunari sono quelli che vivono con l'uomo e hanno

nature opposte di

amore e di odio, come i cani di tutte le razze. Anche il

camaleonte è lunare,

perchè‚ cambia secondo il segno in cui si trova. Sono altresì

lunari le scrofe,

le cerve, le capre e quegli animali che osservano e seguono i

moti della luna,

come il cinocefalo e la pantera. Si dice che quest'ultima abbia

sulla spalla

una macchia simile alla luna, che si dilata e si restringe a

seconda delle

fasi lunari. Sono lunari i gatti, che dilatano e restringono la

pupilla; il

sangue dei mestrui, che s'accompagna al ciclo della luna e con

cui i magi

operano prodigi o cose mostruose; la iena che cambia di sesso e

che è soggetta

ai veleni e tutti quegli animali che si chiamano anfibi,

perchè‚ possono

soggiornare tanto sulla terra che nell'acqua, come il castoro e

la lontra,

nonch‚ quelli che Si cibano di pesci. Inoltre gli animali

mostruosi e quelli

generati da sconosciute semenze, come i topi, che nascono dalla

putredine del

suolo.

Tra gli uccelli sono lunari le oche, le anitre, i tuffatori,

gli acquatici,

quelli che Si cibano di pesci, quelli che si generano

ambiguamente, come le

mosche e le vespe, nate dalle carcasse equine, le api, che

nascono dalla

corruzione e dalla putredine dei bovini, i moscerini dal vino

guasto, lo

scarafaggio dalle carogne asinine. Soprattutto è lunare questo

ultimo che è

munito di due corna e che viene chiamato tauriforme. Esso

sotterra una

pallottolina durante i ventotto giorni in cui la luna compie il

giro dello

zodiaco e nel ventinovesimo, nella congiunzione dei luminari,

la dissotterra e

la getta nell'acqua, facendo schiudere così i suoi piccoli.

Tra i pesci il gatto di mare, dagli occhi mutevoli col mutar

della luna, e

tutti quelli che seguono i movimenti della luna, come la

torpedine, la remora,

il granchio, l'ostrica, i conchigliacei e le rane.

CAPITOLO XXV.

Delle cose che dipendono da Saturno.

Tra gli elementi sono saturniani la terra e l'acqua; tra gli

umori la bile

nera, tanto naturale che provocata, eccetto quella ben

riscaldata e bruciata;

tra i sapori quelli acidi e acri e quelli pesanti e grossolani.

Tra i metalli

il piombo e l'oro, sotto il rapporto della pesantezza, e la

marcassite d'oro;

tra le pietre la corniola, lo zaffiro, il diaspro bruno, la

calcedonia, il

magnete e tutte le cose terrestri oscure e pesanti.

Tra le piante l'asfodelo, la serpentaria, la ruta, il cimino,

l'elleboro, il

benzoino, la mandragora, il papavero; quelle che stordiscono e

che non sono

germinate; quelle che non danno frutto, quelle che producono

radici foglie

rami frutti neri, come il fico nero il pino e il cipresso;

tutti gli alberi

dannosi, contorti, amari, dall'odore violento, dall'ombra

ingrata, dalle

resine acri, privi di frutto, di lunga vita; quelle funeste e

consacrate a

Plutone, come il sedano, di cui gli antichi usavano cingere le

sepolture prima

di deporvi gli estinti e che perciò non imbandivano sulle loro

mense, perchè‚ è

triste e non si conviene al tripudiare.

Tra gli animali quelli che strisciano, i solitari, i notturni,

i tristi, i

contemplativi, i selvaggi, i timidi, quelli lenti a muoversi, i

laboriosi,

gl'immondi nel vitto e che divorano la loro prole, come la

talpa, l'asino, il

lupo, la lepre, il mulo, il gatto, il cammello, l'orso, il

maiale, la scimmia,

il drago, il basilisco, il rospo, tutti i serpenti, lo

scorpione, la formica e

tutti quelli generati dal putridume così in terra che nelle

acque e tra le

rovine, come i topi e diverse specie di vermi.

Tra gli uccelli sono saturniani quelli dal collo lungo e dalla

voce grossa,

come la gru, lo struzzo e il pavone consacrato a Saturno e a

Giunone, nonch‚

il gufo, la civetta, il pipistrello, l'upupa, il corvo e

l'orige. Tra i pesci

l'anguilla che vive solitaria, la civetta, che preda i topi e i

cagnolini e

che divora i suoi piccoli. Inoltre le tartarughe, le ostriche,

i

conchigliacei, le spugne.

CAPITOLO XXVI.

Delle cose che dipendono da Giove.

Tra gli elementi dipende da Giove l'aria; tra gli umori il

sangue, lo spirito

vitale e quelli che prolungano conservano e consolidano la

vitalità e la

vegetazione; tra i sapori tutti quelli dolci e gradevoli. Tra i

metalli lo

stagno l'argento e l'oro per la sua temperanza; tra le pietre

il giacinto, il

berillo, lo zaffiro, la tuthia, lo smeraldo, il diaspro verde e

in generale

tutte quelle di color verde e celeste.

Tra le piante la barba di Giove; il confetto equino, la

buglossa, la noce

moscata, il frumento, la menta, il mastice, l'inula campana,,

la viola, il

loglio, il giusquiamo e gli alberi fausti, quali la quercia, il

rovere, il

leccio, il faggio, il nocciuolo, il pioppo, il sorbo, il fico

bianco, il pero,

il melo, la vite, il susino, il frassino, l'olivo e l'olio e

inoltre le biade,

l'orzo, la liquerizia, lo zucchero e tutte le cose dal gusto

dolce e fine,

quali le noci, le mandorle, i pignuoli, le nocciuole, i

pistacchi, le radici

di peonia, il rabarbaro e la manna. Orfeo gli attribuisce anche

lo storace.

Tra gli animali quelli che non mancano di dignità e di saggezza

e quelli

mansueti e docili, come il cervo, il toro l'elefante, la pecora

e l'agnello.

Tra gli uccelli quelli di complessione temperata, quali i

polli, la pernice,

il fagiano, la rondine, il pellicano la cucupha e la cicogna,

che sono assai

sensibili e riconoscenti. E gli è anche consacrata l'aquila,

che è incisa

sulle imprese dei re e che è il simbolo della giustizia e della

clemenza.

Tra i pesci il delfino, l'anchia e una specie di grosso pesce

del Nilo, detto

filurus, a cagione della loro mansuetudine.

CAPITOLO XXVII.

Delle cose che dipendono da Marte.

Tra gli elementi il fuoco e tutto ciò che ha calore e che è

ardente o

bruciante; tra gli umori la collera. Tra i sapori quelli amari,

gli acri,

quelli che fanno bruciare la lingua e quelli che si qualificano

lacrimosi.

Tra i metalli il ferro, il rame rosso e quanto contiene fuoco e

zolfo; tra le

pietre il diamante, il magnete, la sanguinaria, tutte le specie

di diaspro e

l'ametista.

Tra le piante l'elleboro, l'aglio, l'euforbia, la cartabana, il

navone, la

rapa, il piccolo lauro, la scamonea; tutte quelle nocive per

eccedenza di

calore, o spinose, o dannose alla pelle, come il cardo, la

fiammula e

l'ortica; tutte quelle che fanno lacrimare nel mangiarle, come

la cipolla, lo

scalogno, il porro, la senape e infine gli alberi spinosi e il

corniolo che è

consacrato a Marte.

Tra gli animali quelli bellicosì, rapaci, arditi e

d'immaginazione ardente,

come il cavallo, il mulo, il becco, il lupo, il leopardo,

l'asino selvatico, i

serpenti e i draghi velenosi e tutti quelli che riescono

molesti all'uomo,

quali la pulce, la mosca, il cinocefalo, o scimmia a testa di

cane, pel suo

carattere irritabile. Tutti gli uccelli da preda che si cibano

di carne e

rodono le ossa, come l'aquila, il falco,

lo sparviero e l'avvoltoio; tutti gli uccelli crudeli e

selvaggi, come la

civetta, la nottola, i tinnunculi, i falchi, e tutti quelli

voraci e dalla

voce stridula rude e strozzata, come il corvo, la cornacchia e

la gazza, che è

particolarmente consacrata a Marte.

Tra i pesci il luccio, il barbio, la pastinaca e quelli

chiamati ariete,

becco, lupo e glauco, che sono rapaci e famelici.

CAPITOLO XXVIII.

Dello cose che dipendono da Venere

Tra gli elementi dipendono da Venere l'aria e l'acqua; tra gli

umori la

pituita, il sangue, lo spirito e la semente genitale; tra i

sapori il dolce,

l'untuoso e l'aggradevole.

Tra i metalli l'argento e il rame giallo e rosso; tra le pietre

il berillo, il

crisolito, lo smeraldo, lo zaffiro, il diaspro verde, la

corniola, l'aetite,

il lapislazzuli, il corallo e tutte quelle belle cangianti e di

colore bianco

e verde.

Tra le piante la violetta, la verbena, il capelvenere, la

valeriana, detta in

arabo phu, il timo, il ladanum, l'ambra, il muschio, il

sandalo, il coriandolo

e tutte quelle dolci profumate e aggradevoli, quali le pere, i

fichi e gli

aranci, di cui i poeti dicono Venere aver seminato il primo

esemplare a Cipro.

Inoltre le sono consacrate le rose mattutine e il mirto

serotino.

Tra gli animali quelli lussuriosi, come il gatto, il coniglio,

le pecore, la

capra, e specie il becco di cui si dice che incominci a darsi

al coito sin dal

settimo giorno dopo la nascita, il tordo per la Sua

magnificenza, e il vitello

per la sua lascivia.

Tra gli uccelli il cigno, la rondine, il pellicano, la

chenalopex o oca

selvatica, i quali amano assai i loro piccoli; il corvo, la

colomba che è

consacrata a Venere, la tortora di cui un tempo si ordinava il

sacrificio per

purificarsi dopo il parto, il passero anch'esso consacrato a

Venere, e che la

legge ordinava somministrare per mondare

dalla lebbra, male dipendente da Marte, essendosi riconosciuto

come il rimedio

più acconcio. Gli egiziani riconoscono anche l'aquila come

soggetta a Venere

pel suo calore, che la sospinge inesausta verso il maschio.

Tra i pesci Venere domina la gru, assai lasciva, il cancharus

che si batte per

la sua compagna, il titimallo per la, dolcezza del suo odore,

gli scari

salacissimi, i merli che si battono per amore del feto.

CAPITOLO XXIX.

Delle cose che dipendono da Mercurio

Tra gli elementi è mercuriana l'acqua che trascina confusamente

ed agita cose

disparate; tra gli umori sono specialmente dominati da Mercurio

quelli misti,

nonch‚ lo spirito animale e ugualmente tra i sapori quelli

strani e composti.

Tra i metalli gli appartengono l'argento vivo, lo stagno e la

marcassite

argentea. Tra le pietre lo smeraldo, l'agata, il porfido, il

topazio, quelle

variegate, quelle che hanno naturalmente aspetti diversi,

quelle artificiali,

come il vetro, e quelle miste di verde e di giallo.

Tra le piante il nocciuolo, il pentafillo, la mercorella, la

pimpinella, la

maggiorana, il prezzemolo e quelle che più hanno le foglie

corte e strette,

nature miste e colori differenti.

Tra gli animali, quelli scaltri, svegli, astuti, atti alla

corsa e a contatto

con l'uomo, come i cani, le scimmie, le volpi, le donnole, il

cervo e il mulo,

nonch‚ quelli ermafroditi e che cangiano volta a volta di

sesso, come la

lepre, la iena e simili. Tra gli uccelli quelli naturalmente

ingegnosi, dalla

voce musicale, e versatili, quali il cardellino, il beccafico,

il merlo, il

tordo, l'allodola, l'usignuolo, la calandra, il pappagallo, la

gazza, l'ibis,

il porfirione e lo scarafaggio unicorno. Tra i pesci il

trochus, che si

feconda da s‚ stesso; il polypus, fraudolento e che cangia di

colore, la

pastinaca a causa della sua industriosità, e il muggine che con

la sua coda

strappa l'esca dall'amo.

CAPITOLO XXX.

Come il mondo sublunare e quanto in esso è contenuto

sia distribuito ai pianeti.

Oltre alle cose indicate, tutto quanto si ritrova nel mondo è

sotto la

dominazione dei vari pianeti e non v'ha virtù che da questi non

sia derivata.

Così si attribuisce al Sole la luce vivificante del fuoco, a

Marte il calore,

alla Luna,

a Mercurio e alle stelle tutta la superficie della terra e a

Saturno la sua

pesantezza.

L'umore dell'aria soggiace a Giove, quello dell'acqua alla Luna

e quello misto

a Mercurio e a Venere. Le cause agenti nella natura seguono il

Sole, la

materia segue la Luna, la fecondità delle cause agenti Giove,

la fecondità

della materia Venere, la pronta esecuzione o compimento degli

effetti Marte e

Mercurio, il primo pel suo ardore e il secondo per la sua

abilità e per la sua

virtù proteiforme e la perseveranza o costanza e il continuarsi

delle cose

seguono Saturno. Nel regno vegetale proviene di Giove tutto ciò

che porta

frutto, da Venere tutto ciò che porta fiori, da Mercurio ogni

semente e ogni

corteccia, da Saturno ogni radice, di Marte ogni legno e dalla

Luna ogni

foglia. Dal che deriva che ciò che da frutto e non fiorisce

appartiene a

Saturno e a Giove, ciò che fiorisce e produce sementi, ma non

frutto,

appartiene a Venere e a Mercurio, ciò che si produce per

germinazione

spontanea e senza semente appartiene alla Luna e a Saturno.

Ogni bellezza

procede da Venere e la forza da Marte e ogni pianeta regge e

dispone tutto ciò

che gli è simile. Così nelle pietre il peso il legame e

l'immobilità vengono

da Saturno, il beneficio e il temperamento da Giove, la durezza

da Marte, la

vita dal Sole, la grazia e la bellezza da Venere, la virtù

secreta da Mercurio

e il beneficio comune dalla Luna.

CAPITOLO XXXI.

In che modo le province e i regni sieno distribuiti ai pianeti.

Il mondo intero, nei suoi regni e nelle sue provincie, è anche

distribuito ai

pianeti e ai segni. Sono soggetti a Saturno col Capricorno: la

Macedonia, la

Tracia, l'Illiria, l'India, l'Arriana, la Gordiana, contrade

site quasi tutte

nell'Asia Minore; allo stesso con l'Acquario: la Sarmazia,

l'Oxiana, la

Sogdiana, l'Arabia, la Fazania, la Media e l'Etiopia, paesi

quasi tutti della

grande Asia. Sono soggetti a Giove col Sagittario: la Toscana,

il paese dei

Celti, la Spagna e l'Arabia felice; allo stesso con i Pesci: la

Licia, la

Lidia, la Cilicia, la Pamfilia, la Paflagonia, la Nasamonia, la

Garamantica.

Marte con l'Ariete governa la Bretagna, la Gallia, la Germania,

la Barstania,

il centro della Siria, l'Idiumea e la Giudea; con lo Scorpione:

la Siria, la

Comagenia, la Cappadocia, la Metagonitide, la Mauritamia e la

Getulia. Sono

soggetti al Sole col Leone: l'Apulia, l'Italia, la Sicilia, la

Fenicia, la

Caldea, l'Orsenia, o Orchenia. Venere col Toro governa le

Cicladi, i paesi

costieri dell'Asia Minore, l'isola di Cipro, il paese dei Parti

e dei Medi e

la Persia; con la Bilancia: il paese de Battriani, la regione

Caspiana, la

Siria, la Tebaide, l'Oaside e il paese dei Trogloditi. Mercurio

coi Gemelli

domina l'Ircania, l'Armenia, la Mantinea, la Cirenaica, la

Marmarica e il

Basso Egitto; con la Vergine: la Grecia, l'Acaia, Candia,

Babilonia, la

Mesopotamia, l'Assiria e il paese degli Elamiti, di cui parlano

le Scritture.

La Luna col Cancro domina la Bitinia, la Frigia, la Colchide,

la Numidia,

l'Africa, Cartagine e la Carchedonia.

Tutto ciò è riferito da Tolomeo, a cui possono attribuirsi

parecchie opinioni

degli altri astrologhi.

Coloro che sapranno combinare queste divisioni con l'assistenza

delle

intelligenze che le governano, con le benedizioni delle tribù

d'Israel, con le

missioni degli apostoli e con i segni tipici delle sacre

lettere, potranno

ricavarne grandi cose e profezie e oracoli sopra ogni regione.

CAPITOLO XXXII.

Delle cose che dipendono dai segni e dalle stelle fisse

e dalle loro immagini e rassomiglianze.

Le stelle fisse governano le loro immagini terrestri e perciò

l'Ariete celeste

governa quello terrestre, il Cancro i gamberi, il Toro celeste

il toro e il

bue terrestre, il Leone i leoni, la Vergine le vergini, lo

Scorpione gli

scorpioni, il Capricorno le capre, il Sagittario i cavalli, i

Pesci gli

animali acquatici. Così pure l'Orsa celeste presiede agli orsi,

l'Idra ai

serpenti e la costellazione del Cane ai cani.

Apuleio attribuisce ai segni e ai pianeti certe erbe

particolari; per esempio

all'Ariete la salvia, al Toro la verbena maschile, ai Gemelli

la verbena

femina, al Cancro la bugola o erba mora, al Leone il ciclamino,

alla Vergine

il puleggio selvatico, alla Bilancia il girasole, allo

Scorpione l'artemisia,

al Sagittario l'anagallide, al Capricorno il lapazio,

all'Acquario la

serpentaria, ai Pesci l'erba saracena, a Saturno il semprevivo,

a Giove

l'agrifoglio, a Marte il peceudano, al Sole l'eliotropio, a

Venere il

capelvenere, a Mercurio il verbasco, alla Luna l'agloofotide.

Ma Ermete,

confortato da Alberto il Grande, dà a Saturno l'asfodelo, a

Giove il

giusquiamo, a Marte la piantaggine, al Sole la poligonia, a

Venere la verbena,

a Mercurio il pentafillo, alla Luna la chinostate. Noi

conosciamo per

esperienza che gli asparagi sono soggetti all'Ariete e il

basilico allo

Scorpione.

Inoltre, secondo la dottrina d'Ermete e di Thebith, menzionerò

qui alcuna

delle maggiori stelle, di cui la prima, Algol, presiede tra le

pietre al

diamante e tra le piante all'elleboro nero e all'artemisia.

Seguono le Pleiadi

che presiedono tra le pietre al quarzo e tra le piante all'erba

diacedon

all'incenso e al finocchio e inoltre hanno dominio sul

mercurio. La terza,,

Aldebaran, ha sotto di s‚ il brillante e il rubino e tra le

piante l'erba

titimala e il caprifoglio. La quarta si chiama il Caprone e tra

le pietre ha

lo zaffiro e tra le piante il marrobbio, la menta, l'artemisia

e la

mandragora. La quinta, il Cane maggiore, governa il berillo fra

le pietre e fra le piante l'erba Savina l'artemisia e la

serpentina. La sesta,

il Cane minore, ha come pietra l'agata e fra le piante il

girasole e il fiore

del puleggio. La settima, il cuore del Leone, fra le pietre ha

la granata e

fra le piante la celidonia l'artemisia e il mastice. La ottava,

la coda

dell'Orsa maggiore, ha come pietra il magnete, come piante la

cicoria, che

volge a settentrione i fiori e le foglie, l'artemisia e il

fiore di pervinca e

fra gli animali il dente del lupo. La nona si chiama l'ala del

Corvo e fra le

pietre ha la corniola nera, fra le piante l'acetosa, il

quadragenum, il

giusquiamo e fra gli animali la lingua della rana. La decima,

la Spiga,

governa lo smeraldo e tra le piante la salvia, il trifoglio, la

pervinca,

l'artemisia e la mandragola. La undicesima si chiama Alchamech

e presiede tra

le pietre al diaspro e tra le piante alla piantaggine. La

dodicesima, Elpheia,

ha come pietra il topazio e come piante il rosmarino, il

trifoglio e l'edera.

La tredicesima si chiama il cuore dello Scorpione e domina tra

le pietre la

sardonica e l'ametista e tra le piante l'erba saracena e lo

zafferano. La

quattordicesima, l'Avvoltoio cadente, governa fra le pietre il

crisolito e fra

le piante la serretta. La quindicesima, la coda del Capricorno,

ha fra le

pietre la calcedonia e fra le piante la maggiorana,

l'artemisia, la valeriana,

un'erba simile al puleggio e la radice della mandragora.

Bisogna inoltre sapere che le cose, pietre piante animali o

altro, non sono

governate da un solo astro, ma spesso ricevono l'influenza di

più astri, non

tanto singolarmente quanto congiuntamente. Così tra le pietre

la Calcedonia è

soggetta a Saturno e Mercurio, con la coda dello Scorpione e

del Capricorno;

lo zaffiro a Giove e a Saturno Con la stella Alhayoth; la,

tuthia a Giove al

Sole e alla Luna; lo smeraldo a Giove a Venere e a Mercurio con

la Spiga;

l'ametista, secondo Ermete, a Marte a Giove e al Cuore dello

Scorpione; il

diaspro a Marte a Giove e alla stella Alchamech; il crisolito

al Sole a Venere

e a Mercurio con l'Avvoltoio cadente; il topazio al Sole e a

Elpheia; il

diamante a Marte e ad Algol. Tra i vegetali la serpentaria è

sottomessa a

Saturno e al Serpentario celeste; il mastice e la menta a Giove

e al Sole, ma

il mastice si ricollega altresì al cuore del Leone e la menta

al Caprone;

l'elleboro a Marte e alla testa d'Algol; il muschio e il

sandalo al Sole e a

Venere; il coriandolo a Venere e a Saturno, ai quali è

consacrato. Tra gli

animali infine il vitello marino è soggetto al Sole e a Giove;

la volpe e la

scimmia a Saturno e a Mercurio; i cani domestici a Mercurio e

alla Luna.

CAPITOLO XXXIII

Delle impronte e dei caratteri delle cose naturali.

Tutti gli astri possiedono una loro natura particolare e

proprietà

caratteristiche che riverberano e improntano sui corpi

inferiori, sugli

elementi, sulle pietre, sulle piante, sugli animali. Perciò

ogni cosa riceve

una impronta speciale, a seconda della propria disposizione

armonica, dalla

stella che la irradia, la quale le conferisce un carattere che

la ricorda e la

virtù ch'essa acquista in tal modo è differente in genere in

ispecie e in

numero dalla natura sua propria. Ogni cosa pertanto ha un suo

carattere,

derivato dalle influenze degli astri e specialmente di

quell'astro che

predomina in essa e i vari caratteri contengono e ritengono le

varie virtù

stellari, riverberandoli a loro volta sulle altre cose su cui

si riflettono.

Perciò è dato attrarre le influenze superiori, sia con le

stelle fisse che coi

pianeti e coi segni e con le loro immagini, usando materie

adatte, scegliendo

il tempo propizio e mettendo in opera il cerimoniale

conveniente.

Gli antichi sapienti, che si sono a lungo occupati a ricercare

le condizioni

occulte delle cose, hanno osservato gli aspetti, le figure, i

segni, i sigilli

e i caratteri degli astri, cose tutte che la natura stessa ha

impresso sulle

cose di quaggiù, alcune sulle pietre, altre sulle piante e

sulle giunture dei

ramoscelli, altre sulle differenti membra degli animali.

Infatti l'alloro, il

giuggiolo il girasole e tutte le piante solari mostrano i

caratteri del sole

nelle loro radici e nella struttura dei nodi. Io stesso si

riscontra nelle

ossa e nelle spatule degli animali, donde ha avuto origine la

divinazione

spatulare. Anche nelle pietre è dato ritrovare i caratteri e le

immagini dei

corpi celesti; ma siccome fra tanta diversità di cose

non sarebbe possibile enunciare sicuri principi scientifici,

tralasceremo di

parlare dei segni che si possono riscontrare sulle altre cose,

per soffermarci

a esaminare quelli relativi alla natura umana, immagine

perfetta e completa

che rispecchia in s‚ tutto l'universo e che contiene tutta

l'armonia celeste,

in cui senza dubbio ci sarà dato trovare tutti i segni e tutti

i caratteri di

tutte le stelle e in modo tanto più efficace, quanto meno essi

sono lontani

dalla natura celeste.

Siccome però il numero delle stelle non è conosciuto che da

Dio, lo stesso

dovrà dirsi dei loro segni, nonch‚ dei loro effetti sulle cose

di quaggiù e

perciò nessun intelletto umano potrebbe approfondirvisi e per

conseguenza

ancora poche cose sono state acquisite per ragionamento o per

esperienza dagli

antichi filosofi e chiromanti e molti tesori naturali rimangono

ignorati. Ciò

premesso, noi qui trascriveremo solo i segni e i caratteri

d'alcun pianeta,

conosciuti dagli antichi chiromanti attraverso la mano

dell'uomo. Giuliano li

chiama lettere sacre o divine, perchè‚, secondo le Sacre

Scritture, è detto che

la vita degli uomini è impressa sulle loro mani e queste sono

simili presso

tutti i popoli, qualunque lingua essi parlino. Tali caratteri

sono tanti, che

gli antichi e i moderni chiromanti ne hanno riempito parecchi

volumi. Basterà

mostrare qui l'origine dei caratteri naturali e indicare in

quali cose sia

dato ritrovarli

Ecco, nella tavola, i grafici dei caratteri sacri o divini,

ossia le lettere o

caratteri dei sette pianeti.

Lettere o caratteri di Saturno.

Lettere o caratteri di Giove

Lettere o caratteri di Marte

Lettere o caratteri del Sole

Lettere o caratteri di Venere.

Lettere o caratteri di Mercurio.

Lettere o caratteri della Luna.

CAPITOLO XXXIV

Come si possano attrarre le influenze e i poteri dei corpi

celesti a mezzo

delle cose naturali.

Volendo conoscere la forza o la proprietà d'alcuna stella

bisognerà servirsi

delle cose che le si riferiscono e che ricevono la sua

influenza e come con la

pece con lo zolfo e con l'olio si prepara il legno a ricevere

la fiamma, Così

impiegando cose conformi all'operazione e alla stella, si può

constatare come

un beneficio particolare si riverberi sulla materia

acconciamente disposta a

mezzo dell'anima del mondo. Dico acconciamente, perchè‚ occorre

che la materia

impiegata sia in armonia con le sue qualità naturali e tali

qualità sono tanto

delicate e imponderabili, che solo con gran pena si riesce a

compiere un'opera

perfetta col loro mezzo.

Masticando un granello di senape, si avverte un sapore

penetrante e forte, che

fa spuntare le lacrime agli occhi; il calore del fuoco fa

apparire quanto si è

scritto con latte o con succo di cipolla; le lettere tracciate

sulla pietra

con grasso di becco, totalmente invisibili compaiono come

scolpite quando

s'immerge la pietra nell'aceto. In tal modo l'armonia celeste

mostra la virtù

nascosta nella materia, l'eccita, la fortifica e per così dire,

dallo stato di

potenza la riduce ad atteggiamento quando le cose sieno esposte

vantaggiosamente e nel tempo opportuno ai corpi celesti. Quando

per esempio si

vuol trarre qualche virtù dal Sole, bisogna cercare alcunch‚ di

solare tra le

piante, i metalli, le pietre e gli animali e particolarmente

ciò che fra tali

cose sia superiore nell'ordine solare. Così, a mezzo dello

spirito del mondo,

si ritrarranno maggiori benefizi dal Sole.

CAPITOLO XXXV

Dei miscugli delle cose naturali e della loto utilità.

Noi sappiamo che la natura delle cose terrene non comprende in

ciascun corpo

tutte le qualità dei corpi celesti, disseminate invece in

ispecie diverse,

essendovi, per esempio, più

cose solari di cui ciascuna non comprende tutti i poteri del

Sole. Perciò

talora è necessario nelle operazioni ricorrere a mescolanze, in

modo che se il

Sole avesse disseminato cento o mille sue virtù fra altrettante

piante,

animali, o simili, ci converrebbe raccogliere tutte queste cose

e mescolarle

per poter sfruttare efficacemente l'unione di tante virtù.

Nei miscugli v'hanno due sorta di poteri; l'uno proprio

delle singole parti, che è celeste, l'altro acquisito

artificialmente per la

riunione e il dosaggio effettuati in concordanza col cielo

sotto una data

costellazione. Quest'ultimo potere procede dal rapporto mutuo,

dalla

rassomiglianza delle singole cose con le superiori o celesti,

dalla consonanza

del soggetto che riceve con quello che agisce. Così da una data

miscela di

erbe di vapori e simili, risulta un corpo composto in modo

fisico e

astronomico, che possiede molte delle proprietà positive

ricevute dagli astri,

come il miele nelle api, che proviene da svariati succhi di

fiori e che è

ridotto in una forma che ne contiene tutte le virtù merc‚

un'operazione

ammirabile e un certo artificio quasi divino. N‚ è meno

ammirabile ciò che

dice Eudosso di Gnido del miele artificiale, preparato in Libia

da un popolo

di giganti e per nulla diverso da quello delle api. Perchè‚

ogni mescolanza è

perfettissima, quando la riunione delle singole parti sia fatta

in modo da

ottenere un tutto non facilmente Scindibile, come possiamo

constatare nelle

pietre e in corpi differenti composti e riuniti talora da una

certa forza

naturale, in modo che sembrano formare un unico corpo. Come

constatiamo di due

alberi innestati assieme e delle ostriche unite con le pietre

da una certa

virtù segreta della natura. Si sono visti infatti animali

cangiarsi in pietra

e talmente unirsi alla sostanza della pietra, da non formare

più con essa che

un sol corpo omogeneo. E l'ebano, tra le piante, ora è legno,

ora è pietra.

Perciò i miscugli fatti sotto le influenze celesti, per la

varietà delle

azioni superiori e per la possanza naturale, producono

risultati meravigliosi,

come è degli unguenti, dei colliri, delle fumigazioni, e

simili, di cui

troviamo menzione nei libri di Chiramide, d'Archita, di

Democrito e di

parecchi altri autori, non escluso Ermete nel volume intitolato

Alchorat.

CAPITOLO XXXVI

Dell'Unione delle cose miste e dell'introduzione di una forma

di vita più

nobile e sensibile.

Più la forma d'una cosa è nobile, più è pronta e disposta a

ricevere e più ha

potenza d'agire ed è così che gli effetti incomprensibili delle

cose appaiono

meravigliosi quando queste sono impiegate nel momento propizio

e preparate in

miscugli atti a conciliare loro le stelle, la vita e l'anima

sensibile. Le

materie preparate, dopo aver ricevuto la dovuta forma,

acquistano un sovrano

potere, cancellando con la perfetta mescolanza la contrarietà

ordinaria e la

loro complessione diventa tanto più perfetta, quanto più la

mescolanza è

lontana dalla contrarietà. Ora il cielo, che è onnipossente,

quando genera

alcunch‚ con la digestione perfetta della materia, comunica

insieme alla vita

le celesti influenze e qualità tanto più meravigliose, quanto

più nella vita

stessa e nell'anima sensibile del nuovo essere si riscontrino

capacità e

disposizione a ricevere le più nobili e sublimi virtù. Inoltre

talora la

proprietà celeste è assopita, come è nello zolfo lontano dal

fuoco o dalla

fiamma, e talora altresì arde nel corpo vivente, come lo zolfo

acceso che

rispande i suoi vapori su tutto quanto gli è vicino. In tal

modo si rendono

possibili certe operazioni così meravigliose come quelle che si

leggono nel

libro di Nemith, detto anche le Leggi di Plutone, perchè‚

simili generazioni

sono mostruose e non si compiono secondo le leggi naturali. E'

noto che i

vermi generano le zanzare, i cavalli le vespe, che le api

provengono dai

bovini, che il granchio privato delle zampe e sepolto produce

lo scorpione,

che l'oca incenerita e Sparsa nell'acqua genera le rane e,

cotta intera

tagliata a pezzi e riposta in luogo umido sotterra, genera i

rospi, che il

basilico schiacciato fra due pietre genera scorpioni, che i

capelli d'una

donna che abbia le sue regole, nascosti sotto il letame,

diventano serpenti;

che un pelo della coda d'un cavallo, gettato nell'acqua, prende

vita e Si

trasforma in un verme venefico e che infine per artificio si

può far generare

da un uovo di gallina un essere di forma umana, cosa che io

stesso ho visto e che ho saputo compiere e che i magi chiamano

la vera

mandragora.

Bisogna dunque conoscere quali sieno le materie rese perfette

dalla natura o

dall'arte, o quelle composte dalla riunione di più materie che

più sieno

capaci di ricevere le influenze celesti, perchè‚ il rapporto o

la congruenza

delle cose naturali alle celesti è sufficiente ad attirare le

influenze

superiori e tutto ciò che è perfetto e puro non può essere

incapace di

ricevere le loro virtù. E v'hanno tali legami e connessioni tra

la materia e

l'anima del mondo, la quale influisce quotidianamente sulle

cose naturali e su

tutto ciò che la natura ha elaborato, che è impossibile che la

materia

predisposta non possa ricevere una vita e una forma più nobile.

CAPITOLO XXXVII

In che modo, con certe preparazioni naturali e artificiali, ci

sia dato attrarre dall'alto alcuni benefici celesti e vitali.

Dicono gli Accademici con Trismegisto e con Iarchas il bramano,

e confermano i

Mecubali ebraici, che tutto quanto si trova in questo mondo

sublunare e

inferiore è soggetto alla generazione e alla corruzione e lo

stesso avviene

nel mondo celeste, ma in un certo modo celeste e anche nel

mondo

intellettuale, sebbene in modo più perfetto, e finalmente in

modo

perfettissimo nell'archetipo. E dicono che ogni cosa inferiore

corrisponde

secondo il proprio genere alla sua superiore e riceve da esso e

dai cieli

quella forza celeste che si chiama quintaessenza o Spirito del

mondo, o natura

mediana, e dal mondo intellettuale il vigore spirituale e

vivente, che supera

ogni virtù proveniente da qualsivoglia qualità e infine

dall'archetipo,

attraverso i suoi intermediari e secondo il suo grado, la virtù

originale di

ogni perfezione. In questo modo ogni cosa può essere ridotta

dalle cose

inferiori agli astri, dagli astri alle loro intelligenze e di

là qualsiasi

cosa può in modo acconcio essere ridotta al suo archetipo;

dalla serie delle

quali cose ogni magia e ogni più occulta filosofia procede

poich‚

quotidianamente si forma alcunch‚ di naturale merc‚ l'arte e

alcunch‚ di

divino a mezzo del naturale.

Ciò considerando, gli Egiziani hanno chiamato maga la natura,

vale a dire

forza magica, perchè‚ essa attira le cose simili per mezzo

delle sue simili e

le cose convenienti merc‚ le convenienti. E i Greci hanno

chiamato simpatia

questa attrazione mutua delle cose tra loro, vale a dire delle

superiori verso

le inferiori e viceversa.

In tal modo la terra conviene all'acqua per la freschezza,

l'acqua all'aria

per l'umore, l'aria al fuoco pel calore, il fuoco al cielo per

la materia e il

fuoco non si mischia all'acqua che merc‚ l'aria ne l'aria alla

terra che per

l'acqua. L'anima così non si mescola al corpo che per lo

Spirito e

l'intelletto Si mescola allo spirito per l'intermediario

dell'anima. Ciò fa sì

che la natura, nel dar forma al feto, tragga lo spirito

dall'universo, e

questo spirito è l'esca nello spirito e nel corpo per

conseguire divinamente

l'intelligenza e la mente, come nel legno si ha la secchezza

per agevolare la

penetrazione dell'olio. L'olio imbevuto nel legno è l'esca per

il fuoco ed il

fuoco è il veicolo della luce.

Tali esempi ci mostrano come merc‚ certe preparazioni naturali

e artificiali

si possano attrarre a noi alcuni benefici celesti. Perchè‚ le

pietre e i

metalli convengono alle erbe, le erbe agli animali, gli animali

al cielo, il

cielo alle intelligenze, le intelligenze alle proprietà divine

e agli

attributi della divinità, nonch‚ alla stessa divinità, a

immagine e

somiglianza della quale tutte le cose sono state create. Ora la

prima immagine

della divinità è il mondo, quella del mondo è l'uomo quella

dell'uomo

l'animale, quella dell'animale il zoofito, quella del zoofito

la pianta,

quella della pianta i metalli, quella dei metalli le pietre. La

pianta si

accomuna all'animale per la vegetazione, l'animale all'uomo pei

sensi, l'uomo

ai geni per l'intelletto, i geni alla divinità per

l'immortalità. La divinità

si congiunge alla mente, la mente all'intelletto, questo

all'intenzione,

l'intenzione all'immaginazione, l'immaginazione alla

sensazione, la sensazione

ai sensi, i sensi alle cose.

Vi è un tale legame e una tale continuità nella natura, che

ogni virtù

superiore, diffondendo i suoi raggi con una sequela congrua e

continua su

tutte le cose inferiori, colà sino alle ultime e le inferiori

attraverso alle

singole loro superiori

pervengono alle superiori. Poich‚ le cose inferiori pervengono

mutuamente alle

superiori, in modo che le influenze che provengono dalla prima

causa vanno

sino alle infime come per una corda tesa, di cui toccando

un'estremità subito

freme tutta, dimodoch‚ questo toccamento si propaga sino

all'altra estremità e

muovendo una cosa inferiore, anche la superiore, a cui essa

risponde, si muove

come le corde in uno strumento bene accordato.

CAPITOLO XXXVIII

In che nodo possiamo ricevere dall'alto non solo doni celesti e

vitali, ma

intellettuali e divini.

Ritengono i magi che sia possibile, per la conformità delle

cose inferiori con

le superiori, trarre con opportuni influssi del cielo le cose

celesti; e così

pure mediante queste cose celesti renderci ben disposti e

vicini i demoni

celesti, pedissequi delle stelle. Perciò Giamblico Procio e

Sinesio assicurano

che si possono ricevere non solo doni celesti e vitali, ma

anche intellettuali

e divini, merc‚ alcune materie che hanno un potere divino

naturale, vale a

dire che s'accordano naturalmente con le cose superiori, una

volta ben riunite

insieme e composte in parte in modo fisico e in parte in modo

astronomico. E

Ermete Trismegisto scrive che un congruo demone anima

immediatamente

un'immagine o una statua ben composta di cose congruenti con

tale demone,

fatto menzionato anche da Sant'Agostino nell'ottavo libro della

sua Città di

Dio.

Perchè‚ nel mondo esistono tali rapporti che le cose celesti

attirano le

supercelesti per la virtù attiva e per la partecipazione delle

specie diffuse

universalmente. E questa virtù attiva o principale muta le cose

nascoste in

manifeste e per mezzo di quest'ultime attrae quelle segrete,

operando per

esempio a mezzo dei raggi delle stelle, delle fumigazioni,

delle luci, dei

suoni, delle cose naturali che convengono alle celesti, nelle

quali, oltre le

qualità corporali, si riscontrano maniere d'essere, cause,

sensi, numeri e

misure incorporee e divine.

Di talch‚ noi leggiamo che gli antichi operavano spesso cose

divine e

ammirabili a mezzo delle cose naturali.

Così la pietra che si trova nella pupilla dell'occhio della

iena, posta sotto

la lingua, fa divinare. La pietra lunare selenite produce lo

stesso effetto;

con l'anachite si evocano le immagini divine; con la

sinochitide si fanno

apparire le ombre infernali. Anche la peonia, chiamata altresì

marmoritide,

perchè‚ cresce fra i marmi dell'Arabia colle frontiere della

Persia, è

adoperata spesso dai magi, che vogliono far apparire le

divinità. Si dice che

un'erba detta theangelida faccia profetare e che v'abbiano erbe

capaci di fare

resuscitare gli estinti. Lo storico Xantus narra di un dragone,

che rese la

vita a un suo piccolo con l'erba bale e di un certo Tillone,

stato ucciso da

un drago, resuscitato con la stesse erba. E Giuba racconta che

in Arabia fu

resa la vita a un uomo con un'erba.

Esamineremo in seguito, se tali cose sieno possibili in favore

dell'uomo merc‚

erbe o altre cose naturali, ma è certo che simili effetti sono

ottenibili nei

confronti degli animali. Perchè‚, collocando fra ceneri calde,

o in succo di

papavero selvatico o di erba gattaria, una mosca annegata o

un'ape, questi

insetti ritornano in vita e mettendo sotto il letame con sangue

di avvoltoio

un'anguilla morta per mancanza di acqua, in pochi giorni la si

vede ricuperare

la vita. E se si taglia a pezzi una remora e la si rigetta in

mare, i pezzi si

ricompongono e l'animale torna a vivere. E' noto infine che col

suo sangue il

pellicano fa rivivere i propri piccoli morti.

CAPITOLO XXXIX.

Come con certe sostanze si possano attrarre le divinità che

governano il mondo

e i demoni loro ministri.

Nessuno ignora come si possano attrarre gli Spiriti maligni con

artifici

malvagi e profani e Psello parla dei maghi gnostici, che

ordinariamente

praticavano i riti esecrabili usati già in onore di Priapo o

dell'idolo Panor,

in cui i sacrifici erano compiuti con le parti sessuati

denudate. Se pur non è

favola, cose simili si narrano della trista setta dei Templari

e sono note le

depravazioni della stregoneria, in cui la debolezza e la follia

femminile

sogliono tradurre in atto vergognosi eccessi.

Con tali mezzi dunque è dato attrarre gli spiriti maligni.

Tutta la potenza di Satanadiceva a San Giovanni lo spirito

maligno parlando

del mago Cinopoè in lui ed egli congiura con noi e noi con lui

e Cinopo ci

obbedisce, come noi gli obbediamo.

Parimente nessuno ignora che ci è dato attrarre gli angeli

celesti con le

opere buone, con la purezza dell'animo, con le orazioni, con le

pie

mortificazioni e altre simili cose. Non bisogna dunque dubitare

che, nello

stesso modo, a mezzo di certe sostanze, non sia possibile

attrarre anche le

divinità che dominano la terra, o almeno gli spiriti loro

ministri, i geni

dell'aria, come li chiama Ermete. Così noi leggiamo che gli

antichi sacerdoti

formavano statue e immagini che influenzate dagli spiriti

stellari,

predicevano l'avvenire.

CAPITOLO XL

Dei legamenti, di che specie essi siano

e come si traducano in atto.

Abbiamo parlato delle virtù e dell'efficacia meravigliosa delle

cose naturali;

dobbiamo ora intrattenerci dei mezzi per costringere gli uomini

ad amarsi o a

odiarsi, per procacciare le malattie e la salute, per impedire

ai ladri di

rubare in un dato posto, o ai negozianti di vendere o comprare

in un altro

luogo, per impedire a un esercito di oltrepassare certi limiti,

per

costringere le navi a non uscire dal porto per quanto il vento

sia favorevole

e le vele ben distese, per far si che un mulino non possa

girare. Il mezzo

d'incantare un pozzo o una fontana, così da non potervi

attingere acqua; o un

campo affinch‚ non produca più nulla, o una località perchè‚

non vi si possa

edificare, o il fuoco perchè‚ non sia possibile accenderlo in

un dato luogo o

perchè‚ un dato combustibile cacciato entro un fornello bene

acceso non possa

bruciare.

Ugualmente il mezzo per incantare la folgore e le tempeste,

perchè‚ non abbiano

da nuocere; per impedire ai cani di abbaiare; per costringere

gli uccelli a

non volare e le bestie selvatiche a non fuggire e altre cose

simili confermate

dall'esperienza continua.

Tali incanti o legamenti si effettuano coi veleni, coi colliri,

con gli

unguenti, con le pozioni o filtri, con le cose che si attaccano

o si

sospendono, con gli anelli, con le immagini e i caratteri con

gl'incantesimi e

le imprecazioni, con le luci, coi suoni, coi numeri, con le

parole e i nomi

con le invocazioni, coi sacrifici, con gli scongiuri, con gli

esorcismi, con

le consacrazioni, con i riti le superstizioni e le

osservazioni.

CAPITOLO XLI

Dei veleni e del loro potere.

Si dice che i veleni abbiano tanto potere, da fare avvizzire

cangiare e venire

meno tutto ciò che è loro inferiore come ne parla Virgilio:

Moeris m'ha dato queste erbe velenose raccolte nel mare, che ne

produce di più

specie e merc‚ le quali spesso io l'ho visto cangiarsi in lupo

e nascondersi

nelle foreste. Spesso anche l'ho visto fare uscire i morti

dalle loro

sepolture e trasportare le messi dall'uno all'altro campo.

E, parlando dei compagni d'Ulisse:

La crudele maga Circe cangiò coloro che avevano forma umana in

vere bestie.

Lucano, parlando di quella strega Tessala che faceva apparire i

Mani, dice:

Si mescola ciò che la natura ha prodotto di più pericoloso,

come la bava dei

cani che rifuggono dall'acqua, le budella della lince, il

midollo d'una iena

crudele, quello d'un cervo nutrito di serpenti, senza

tralasciare la remora,

quel pesciolino che ferma le navi, n‚ gli occhi del drago.

Apuleio parla della strega Pamfilia, specializzata nelle

operazioni d'amore, a

cui l'ancella Fotis apportò i peli

del ventre d'una capra pregna invece dei capelli del giovane

Beota. La quale,

impiegando diverse spie di magie e merc‚ la violenza cieca

degli Spiriti che

la servivano, faceva assumere ai cavalli aspetto umano. E

Sant'Agostino dice

aver udito esservi in Italia donne capaci di cambiare a vista

gli uomini in

bestie con un pezzo di formaggio e, dopo averne usato a loro

capriccio di

farli ritornare uomini.

CAPITOLO XLII

Dei mirabili poteri di certi veleni.

Ora narrerò di alcuni beneficii, affinch‚ con il loro esempio

sia preparata la

via a tutta questa considerazione. Tra questi è il sangue dei

mestrui, capace

di far inacidire tutte le nuove produzioni. Così una vite su

cui cada resta

per sempre infruttuosa, gli alberi piantati o innestati muoiono

e le frutta

seccano, i germi bruciano nei giardini, gli specchi le lame dei

rasoi e la

purezza dell'avorio si appannano, il ferro si arrugginisce. Il

rame produce un

veleno micidiale, i cani si arrabbiano e prodigano morsi

inguaribili, le api

periscono, la tela annerisce al bucato, le cavalle abortiscono,

le asine non

possono generare durante tanti anni per quanti grani d'orzo

guastati dal

flusso abbiano mangiati, la cenere delle stoffe su cui esso fu

sparso fa

cangiar colore alla porpora e impallidire i fiori. Si dice

anche che guarisca

la quartana, impregnandone la lana d'un ariete nero e

collocandola entro un

braccialetto di argento. Oltre la quartana guariste la terzana,

stropicciandone la pianta dei piedi del sofferente e riuscendo

ben più

efficace se proviene da una donna che ignori d'avere le sue

regole. Combatte

altresì l'epilessia e diluito in acqua o in qualche pozione,

immunizza della

rabbia canina.

Una donna che abbia le sue regole che cammini nuda in un campo,

farà perire le

tignuole, le lumache, le cantaridi e quanti altri insetti

nocivi vi si

annidino. Bisogna però aver cura a che ciò non avvenga al

levare del sole,

altrimenti seccherebbero le messi.

Plinio ci narra molte cose intorno a tal veleno, che ha potere

maggiore quando

la luna è calante o nuova, e durante i primi anni, quando la

donna è ancora

giovanetta e vergine. In tal caso sparso sul limitare della

casa, ha il potere

di rendere nullo ogni sortilegio. Si dice che i fili d'una

stoffa che ne siano

stati impregnati non possano bruciare e abbiano il potere di

estinguere un

incendio. Si dice anche che, somministrati insieme a radice di

peonia e

castoro, valgono a guarire dalla tisi. Inoltre, facendo

arrostire lo stomaco

d'un cervo, mischiandovi qualche brandello di detta stoffa e

portando il tutto

addosso, non si può esser feriti da alcun dardo. I capelli

d'una donna

mestruante, messi dentro il letame, generano serpi e il

bruciarli fa fuggire

col loro odore i serpenti, perchè‚ ha tale virtù venefica da

avvelenare anche

le bestie velenose.

Il polledro porta in fronte nascendo una escrescenza carnosa

della, grossezza

di un fico secco e di color nero, che la cavalla ha cura di

divorare subito

dopo la nascita del piccolo e ove omettesse di far ciò,

concepirebbe tanta

avversione pel suo puledro, da rifiutargli il nutrimento. Tale

escrescenza,

detta ippomane, si dice abbia gran virtù a suscitare l'amore,

se se ne forma

una pozione con sangue dell'amante. Un altro veleno detto anche

esso ippomane

è quello che secerne la giumenta in caldo e di cui parla

Virgilio:

Hinc demum hippomanes, vero quod nomine dicunt pastores, lentum

distillat ab

inguine virus.

Hippomanes quam saepe male legere novercae,

miscentes herbas et non innoxia verba.

E il satirico Giovenale:

Hippomanes carmenque loquar, coctumque venerum privigno datum.

Apollonio narra nei suoi Argonauti che l'erba di Prometeo,

generata dal sangue

gemuto in terra mentre l'avvoltoio rodeva il fegato del

superbo, che porta un

fiore simile a quello dello zafferano, secerne dalla profonda

radice un succo

nero come quello del faggio, che rende invulnerabile al ferro e

al fuoco il

corpo umano untato di tal succo, dopo aver compito l'opera

divina di

Proserpina.

Sassone il grammatico scrive che un certo Frotone aveva un

abito impenetrabile

alle frecce. La iena, al dire di

Plinio, ha differenti veleni. Stropicciando del suo sangue i

battenti d'una

porta, non è più possibile evocare le divinità e intrattenersi

con esse.

Bevendo una decozione del suo occhio in sangue di donnola, ci

si fa odiare da

tutti. La parte estrema del suo intestino vale a garantire

dalle vessazioni

dei potenti e ad assicurare il successo nelle liti e nei

processi, portandone

sempre un poco con s‚; e portandolo legato al braccio sinistro

ci si fa amare

e seguire da una donna che ci scorga.

Il sangue di basilisco, detto anche sangue di Saturno ha tanto

potere da far

ottenere dai grandi ciò che loro si richiede e dalle divinità

la salute e ogni

grazia. Si dice che la zecca tratta dall'orecchio sinistro d'un

cane nero e

applicata a un malato, valga a far pronosticare intorno alla

durata della sua

vita, bastando dopo l'applicazione interrogarlo e se l'infermo

risponde, v'ha

speranza che guarisca mentre se tace è indizio di morte.

Dicono altresì che una pietra morsicata da un cane rabbioso

abbia potere di

discordia se messa in una bevanda.

La lingua d'un cane, messa nella calce e attaccata al pollice

con l'erba dello

stesso nome, ossia. la cinoglossa, impedisce ai cani d'abbaiare

e lo stesso

effetto si ottiene con la placenta d'una cagna. I cani fuggono

chi porti un

cuore di cane.

Plinio racconta che certe rane che vivono fra i cespugli

spinosi, hanno un

veleno tanto attivo da operare cose meravigliose. Un ossicino,

collocato nella

parte sinistra del loro corpo, vale a far entrare in

ebollizione l'acqua

fredda, a frenare le violenze canine, a eccitare l'amore e

l'odio se preso in

decozione. Estratto invece dalla parte destra del corpo,

arresta il bollore

dell'acqua e la fa raffreddare, impedisce l'amore, smorza le

concupiscenze, e

chiuso entro una pelle di serpente scuoiata di fresco guarisce

la quartana e

le altre febbri. Infine la loro milza e il loro fegato sono

efficaci antidoti

ai veleni dell'animale stesso.

Si dice anche che il ferro che abbia servito a spargere il

sangue umano, abbia

virtù speciali. Perchè‚ foggiandone e morso e sproni è

possibile montare e

ammansare il cavallo più indomito e ferrandogliene le zampe lo

si rende rapido

nella corsa e infaticabile. Occorre però incidervi sopra

caratteri e nomi

appropriati. Il vino in Cui sia stato immerso un ferro col

quale sia stato

tagliato il collo umano, bevuto, guarisce dalla quartana.

Infine una pozione

di cervello d'orso bevuto nel cranio dell'orso rende feroce

come un orso e chi

l'abbia trangugiata, si crede tramutato in tale animale e opera

come questo,

sinch‚ almeno non sia finito l'effetto della pozione, senza

tuttavia

risentirne in seguito danno fisico.

CAPITOLO XLIII.

Delle fumigazioni e del loro potere.

Alcune fumigazioni che hanno rapporto con gli astri, valgono a

comunicare le

qualità celesti diffondendosi nell'aria e nello spirito, vapori

l'una e

l'altro. L'aria così s'impregna facilmente delle qualità della

cose inferiori

e delle celesti e penetrando nel nostro spirito ci fa acquisire

disposizioni

meravigliose. Perciò le fumigazioni sono assai indicate a chi

abbia da

vaticinare, preparando a ricevere le ispirazioni divine. Si

dice che i profumi

del seme del lino e dello psillo, delle radici della violetta e

del sedano

facciano scorgere le cose future e contribuiscano alla

profezia. Porfirio

opina che gli spiriti dell'aria s'attraggano e s'insinuino con

i vapori dei

profumi loro appropriati e che con lo stesso mezzo si possano

eccitare la

folgore e i nembi. E' noto infatti che il fegato del camaleonte

bruciato sui

tetti eccita le pioggie e i tuoni, mentre il bruciare la sua

testa e la sua

gola dissipa gli uragani. I profumi composti sotto le influenze

convenienti

degli astri fanno apparire immagini e spiriti, per esempio una

miscela di

coriandolo, di sedano o di giusquiamo e di cicuta. Perciò tali

erbe sono

chiamate erbe degli spiriti. Anche un profumo composto di

radici di ferula col

suo succo di cicuta, di giusquiamo, di tasso barbasso, di

sandalo rosso, di

papavero nero, fa apparire i demoni, mentre aggiungendo

papavero si

discacciano gli spiriti da ogni luogo, risultato che si ottiene

anche con un

profumo di puleggio selvatico, di peonia, di menta e di ricino.

Con certi profumi si attraggono o si fugano certi animali. Le

ossa bruciate

del collo d'un cervo fanno radunare i serpenti e le corna del

cervo li fanno

fuggire. Lo stesso effetto producono le ali del pavone. Il

polmone dell'asino

bruciato allontana tutte le bestie velenose, l'unghia del

cavallo o del mulo

fa fuggire i topi e quella del piede sinistro del mulo anche le

mosche. Una

fumigazione di fiele di seppia disseccato, con timo rose e

aloe, farà apparire

la stanza piena d'acqua o di sangue, spruzzandola d'acqua di

mare o di sangue,

e il suolo tremerà se vi si spargerà un po' di terra lavorata.

N‚ bisogna credere che gli effetti delle fumigazioni sieno

passeggieri, non

più del resto di quanto non accada dei vapori dei contagi e

come avviene per

la lebbra ad esempio, di cui resta per sempre alcunch‚ negli

abiti del

sofferente, così da infettare anche molto più tardi colui che

li indossasse.

Perciò ci si serve dei profumi nella preparazione degli anelli

e in molte

altre cose magiche e tesori ascosì in cui riescono molto utili,

al dire di

Porfirio. Così se alcuno avesse nascosto qualche tesoro nel

momento in cui la

Luna fosse congiunta al Sole e si fumigasse il luogo con

coriandolo zafferano

giusquiamo sedano e papavero nero in parti eguali, ridotti in

polvere e

amalgamati con SUCCO di cicuta, non sarebbe possibile ad alcuno

scoprirlo e

impadronirsene, perchè‚ gli spiriti lo vigilerebbero

assiduamente e

tormenterebbero colui che volesse rendersene padrone.

Ermete dice che lo sperma di marsuino o di balena non ha rivali

per attrarre i

demoni. Lo si prepara misto a legno d'aloe, muschio, zafferano,

timo e sangue

di upupa e coi suffumigi subito congrega gli spiriti aerei e se

Si fanno con

esso suffumigi vicino ai sepolcri dei morti, congrega i mani e

le ombre dei

morti.

Similmente per le operazioni sotto gli auspici del Sole

profumiamo con

sostanze solari, per quelle sotto gli auspici della Luna con

sostanze lunari e

così via. E bisogna sapere che come v'hanno contrarietà tra gli

astri e tra

gli spiriti, così ve n'hanno tra i profumi. L'aloe e lo zolfo,

l'incenso e il

mercurio sono opposti e contrari e gli spiriti che si

attraggono col legno

d'aloe sono fugati dallo zolfo. Proclo ne dà un esempio,

citando che lo

spirito che si aveva abitudine di far comparire sotto l'aspetto

d'un leone,

spariva mostrandogli un gallo, perchè‚ questi due animali sono

contrari tra

loro.

CAPITOLO XLIV.

Della composizione di certe fumigazioni adatte ai pianeti.

Si compone un profumo pel Sole con zafferano, ambra, muschio,

legno d'aloe e

di Balsamo, bacche di lauro, garofani, mirra e incenso,

proporzionando a

seconda della minore intensità di aroma, incorporando cervello

d'aquila; o

sangue di gallo bianco, e riducendo in pillole o pasticche.

Un profumo alla Luna con la testa d'una rana disseccata e gli

occhi di un

toro, semi di papavero bianco, incenso e canfora, il tutto

incorporato col

sangue delle mestruazioni d'una donna, o con sangue d'oca.

Un profumo a Saturno con semi di papavero nero e di giusquiamo

e radici di

mandragora, magnete e mirra, amalgamando con cervello di gatto

o sangue di

pipistrello.

Un profumo a Giove con semi di frassino, legno d'aloe, storace,

gomma di

benzae, lapislazzuli e Spuntature di ali di pavone, incorporati

con sangue di

cicogna o di rondine, o cervello di cervo.

Un profumo a Marte con euforbio, radici di un albero nero

chiamato bdellio e

di rapa selvatica, con elleboro, magnete e poco zolfo, il tutto

incorporato

con cervello di corvo, sangue d'uomo e sangue di gatto nero.

Un profumo a Venere con muschio, ambra, legno d'aloe, rose

rosse e corallo

rosso, amalgamati con cervello di passero e con sangue di

colombo.

Un profumo a Mercurio con mastice, incenso, chiodi di garofano,

pentafillo e

pietra d'agata, incorporando con cervello di volpe o di donnola

e sangue di

gazza.

Inoltre i profumi di Saturno possono essere formati d'ogni

sorta di radici

aromatiche come quelle del costo e dell'incenso; quelli di

Giove con tutti i

frutti odorosi, come la

noce moscata e i chiodi di garofano; quelli di Marte con tutti

i legni

odoriferi, sandalo, cipresso, balsamo, aloe; quelli del Sole

d'ogni sorta di

gomme, incenso, mastice, benzae, storace, ladanum, ambra,

muschio; quelli di

Venere coi fiori, rose, viole, zafferano e simili; quelli di

Mercurio con

tutte le cortecce odoranti dei legni e della frutta, nonch‚ con

tutti i semi

aromatici, come la cannella, la cassia, la noce moscata, la

scorza di cedro,

le bacche di alloro; quelli della Luna con tutte le foglie

profumate, come la

foglia d'India, quelle del mirto e del lauro.

Bisogna inoltre sapere, che in tutte le operazioni benigne la

fumigazione

dovrà essere buona odorosa e preziosa e nelle operazioni

malefiche la

fumigazione dovrà essere invece fetida e poco costosa.

Anche i dodici segni dello zodiaco hanno i loro profumi.

L'Ariete ha la mirra,

il Toro il costo, i Gemelli il mastice, il Cancro la canfora,

il Leone

l'incenso, la Vergine il sandalo, la Bilancia il galbano, lo

Scorpione

l'opoponaco, il Sagittario l'aloe, il Capricorno l'assa,

l'Acquario

l'euforbio, i Pesci il timo. Ermete descrive il più efficace

dei profumi

composto di sette droghe in corrispondenza del potere e della

virtù dei sette

pianeti, prendendo da Saturno il costo, da Giove la noce

moscata, da Marte

l'aloe, dal Sole il mastice, da Venere lo zafferano, da

Mercurio la cannella e

dalla Luna il mirto.

CAPITOLO XLV.

Dei colliri degli Unguenti e dei filtri e dei loro poteri.

I colliri e gli unguenti, che operano in virtù delle cose

naturali e delle

celesti, possono cangiare trasfigurare e intensificare il

nostro spirito in

modo da poter agire non solo sul proprio corpo, ma anche sopra

un corpo

vicino, merc‚ i raggi visuali i sortilegi e il contatto. Ed

essendo il nostro

spirito un vapore del sangue sottile, puro, brillante, aereo e

untuoso, è

indicato comporre i colliri di quei simiglianti vapori che

abbiano maggior

rapporto con la sostanza del

nostro spirito e possano meglio allettarlo e trasformarli con

la loro

somiglianza. Certi unguenti possiedono tale virtù e le

malattie, i veleni, gli

amori possono essere eccitati e comunicati stropicciandosene le

mani, o gli

abiti, e anche coi baci è possibile ispirare l'amore, avendo

alcunch‚ in

bocca, come leggiamo in Virgilio che Venere consigliasse a

Cupido:

Quando la felice Didone ti accoglie fra le sue braccia e ti

stringe e ti

prodiga teneri baci, instillale un fuoco nascosto e affascinala

col veleno.

La vista però, il più perfetto dei nostri sensi, che imprime in

noi in modo

più penetrante e più profondo l'immagine delle cose, conviene

meglio con lo

spirito fantastico, il che Si rivela specialmente nei sogni,

nei quali ci si

presenta meglio quanto abbiamo già visto, che quanto abbiamo

udito o percepito

con le altre nostre sensazioni. Perciò quando i colliri

modificano i fluidi

visuali, questi comunicano più facilmente le loro impressioni

all'immaginazione, la quale le riflette al senso esteriore

della vista. E in

questa si forma una sensazione a immagine di date specie e

forme che suscita

visioni strane e inconsuete, in modo che si crede scorgere

immagini terribili,

demoni e altre simili cose.

Così con fiele umano, occhi di gatto nero e certe altre

sostanze si preparano

i colliri che popolano l'aria di ombre. Ovvero con sangue di

upupa di

pipistrello e di becco e si dice che uno specchio d'acciaio

unto di estratto

di artemisia e profumato, mostri gli spiriti invocati. Si

preparano egualmente

profumi e unzioni, che fanno parlare camminare e agire come se

fossero desti

coloro che dormono e che obbligano anzi a compiere cose di cui

sarebbe

incapace un uomo desto. Altre unzioni ci fanno intendere suoni

sovrumani,

orribili o aggradevoli, e vedere cose mai viste e perciò i

melanconici credono

vedere e intendere quanto l'immaginazione esaltata crea loro

internamente.

Così che temono ciò che non è da temere, fuggono senza che li

si perseguiti,

vanno in collera e si accapigliano con il vuoto.

Le operazioni della magia possono suscitare tutte queste

passioni coi profumi,

con gli unguenti, coi veleni, con le lampade e con le luci, con

gli specchi,

con le immagini, con gl'incantesimi e le parole, con i suoni di

certi

strumenti, con differenti cerimonie, coi culti, con le

superstizioni e di

tutto

ciò si tratterà partitamente a suo luogo. E con tali artifici

non solo si suscitano le passioni le apparizioni e le immagini,

ma si cangiano

perfino le cose e gli uomini, transmutandoli in forme affatto

differenti e i

poeti ricordano Proteo, Periclimene, Acheloo e Metra, la figlia

di Erisichton.

Così Circe tramutò i compagni di Ulisse e un tempo gli uomini

si cangiavano in

lupi dopo aver gustato di ciò che veniva sacrificato a Giove

Lyceus, cosa che

Plinio narra essere accaduto a un certo Demarco. Anche Agostino

ne parla e

dice avere appreso che in Italia v'erano donne che tramutavano

gli uomini in

bestie, somministrando loro nel formaggio un certo veleno, e

dopo averli

gravati di come secondo il loro bisogno, li facevano ritornare

uomini, come

avvenne a un certo Prestanzio. Infine nelle Sacre Scritture si

legge che i

magi di Faraone tramutavano in draghi le loro verghe e il

sangue in acqua.

CAPITOLO XLVI.

Delle legature e delle sospensioni fisiche.

Quando l'anima del mondo feconda con le sue virtù tutte le

cose, sia generate

naturalmente sia fabbricate artificialmente, infondendo loro le

proprietà

celesti per operare alcuni mirabili effetti, allora le stesse

cose ci

comunicano le loro virtù, non solo quando sono sfruttate con le

fumigazioni le

decozioni e simili, ma anche quando, dopo averle avviluppate in

alcunch‚ di

acconcio, ce le sospendiamo al collo o altrove e le sfioriamo

in alcun modo.

Così esse ci rendono la salute, ci danno l'ardire o il timore o

la tristezza o

la gioia, ci fanno amabili o terribili o graditi o

disprezzabili o rispettati

o temuti o odiati.

Ciò accade anche in riguardo agli alberi, quando sono innestati

l'uno

all'altro, e per tale artificio l'agricoltore lega la palma

maschio alla

femina, quando questa curva

i suoi rami verso il fecondatore, accesa dal desiderio. Nello

stesso modo

constatiamo che il pesce torpedine, sfiorato da lontano con un

bastone,

stordisce la mano che pur lo tocca

indirettamente e toccando una lepre marina, se ne riceve danno.

Si dice anche

che una stella di mare, intinta in sangue di volpe e inchiodata

su un uscio

con un chiodo di rame, preservi l'abitazione da ogni veleno. E

un uomo non può

giacersi con una donna, che porti seco un ago messo previamente

nel letame,

coperto poi di terriccio tratto da una tomba e avviluppato in

un drappo

funerario.

Da tali esempi vediamo dunque che si possono ricevere certi

poteri mediante i

legamenti le sospensioni e i contatti di certe cose. Occorre

però che i

legamenti e le sospensioni si compiano sotto l'influsso delle

costellazioni

convenienti, usando determinati fili di metallo o di seta,

capelli, budella,

nervi e peli o setole di certi animali, inviluppando le

sostanze in

appropriate foglie d'erba, o pelli di bestie e simili. Così,

per attrarre il

potere del Sole o d'un corpo solare su alcuna cosa, bisognerà

adoperare filo

d'oro o di seta, color zafferano, avvolgere in foglia d'alloro

o pelle di

leone e praticare la sospensione quando il Sole domini nel

cielo. E per

assicurarsi il potere di alcunch‚ di soprannaturale, occorre

avviluppare la

cosa, sotto la dominazione di Saturno, in una pelle d'asino o

in un drappo

funerario, sopratutto per le opere tristi, e appenderla con

filo nero.

CAPITOLO XLVII.

Degli anelli e del modo di prepararli.

Gli anelli, sempre assai considerati dagli antichi, fatti nel

tempo dovuto e

nei dovuti modi, largiscono le loro proprietà a coloro che li

portano e li

rendono allegri o tristi, calmi o terribili, arditi o timidi,

amati o odiati,

preservandoli dalla malattia, dai veleni, dai nemici, dagli

spiriti maligni e

da quanto possa nuocere.

Il modo di costruire tali anelli è il seguente. Quando qualche

stella propizia

è in ascensione ed in aspetto favorevole con la Luna, o in

congiunzione con

essa, si prende una pietra e erba soggetta a questa stella

ponendovi la

pietruzza con l'erba o la radice soggetta, senza tralasciare la

iscrizione

delle immagini, dei nomi, dei caratteri e i suffumigi. Ma di

queste cose ne

parleremo altrove, dove tratteremo delle immagini e dei

caratteri.

Leggiamo in Filostrato che Iarchas, il migliore dei sapienti

dell'India, donò

a Apollonio sette anelli che avevano i poteri dei sette

pianeti, perchè‚ ne

portasse uno per ciascun giorno della settimana e con tal mezzo

quegli visse

ben centotrenta anni, conservando sempre il vigore giovanile.

Si legge anche

che Mosè, legislatore degli Ebrei, avendo appreso le scienze

occulte,

preparasse anelli per l'amore e per l'oblio. Aristotile

menziona l'anello di

Batto, Cireneo, che indicava la riconoscenza e l'onore. Si

legge ancora degli

anelli di un certo filosofo chiamato Eudamo, efficaci contro le

morsicature

dei serpenti e i sortilegi. Giuseppe dice lo stesso di Salomone

e Platone ci

parla di Gige, possessore di un anello che aveva il potere di

rendere

invisibile chi lo avesse avuto al dito. Costui, merc‚ tale

anello, pot‚

giacersi con la regina, far perire il principe suo consorte e

divenire re

della Lidia.

CAPITOLO XLVIII.

Delle proprietà dei luoghi e delle stelle

che dominano ciascun luogo.

I luoghi hanno anch'essi poteri mirabili, che ricevono dalle

influenze delle

stelle. Infatti, come narra Plinio, se udendo cantare il cuculo

ci si ferma,

si scava il suolo nel punto preciso in cui si è arrestato il

piede destro, se

ne asporta il terriccio e lo si sparge in un luogo qualsiasi,

ivi non

alligneranno mai più pulci. Così una manciata di terra su cui

abbia strisciato

qualche serpe, gettata addosso alle api, vale a farle tornare

al nido e la

polvere in cui si sia avvoltolata una mula, vale a sopire

l'ardore dei sensi

spargendosela sul corpo. Si ritiene anche che la terra in cui

si sia

avvoltolato un uccello da preda, raccolta entro un pannolino

rosso, guarisca

la febbre quartana e che un uomo di fresco salassato, passando

a digiuno ove

un epilettico sia

caduto di recente, si contagi di epilessia. Plinio riferisce

che un chiodo di

ferro conficcato nel posto dove un epilettico abbia posato il

capo, diventi un

rimedio sovrano per tale male. Un'erba qualsiasi cresciuta sul

capo di una

statua, attaccata con filo rosso a un punto qualsiasi del

corpo, fa cessare

subito il mal di testa. Qualunque erba che cresca lungo le rive

dei ruscelli e

dei fiumi, colta prima che spunti il sole senza esser visti da

alcuno e

applicata all'insaputa del malato sul suo braccio sinistro,

libera dalla

terzana.

Riguardo ai luoghi appropriati alle stelle, quelli male

odoranti, tenebrosi,

sotterranei, tristi, religiosi e funesti, come i cimiteri, le

abitazioni

abbandonate, le vecchie case cadenti, gli antri solitari, le

caverne, i pozzi,

nonch‚ le piscine, gli stagni e le paludi sono attribuiti a

Saturno. A Giove

si attribuiscono tutti i luoghi privilegiati, le aule dei

tribunali dei

consigli e delle assemblee dei principi e dei magistrati, le

tribune, le

accademie, le scuole e tutti i posti netti fastosi e olezzanti.

Marte domina i

luoghi di fuoco e di sangue, le fornaci e i forni, le

macellerie, le croci, i

patiboli, i campi di battaglia di esecuzione e di massacri. Il

Sole ha i

luoghi chiari e sereni, i palazzi dei re, le corti

principesche, le aule, i

pulpiti, i teatri, i troni e quanto v'ha di regale e di

magnifico. Venere

possiede e anima le fontane gradevoli, i prati verdeggianti, i

giardini

smaltati di fiori, i letti bene adorni, i lupanari e, come dice

Orfeo, le

verdi rive e i bagni, le sale da ballo e tutto quanto ha

relazione con la

donna. Mercurio ha i negozi, le scuole, le taverne, i mercati,

le fiere. La

Luna i deserti, le foreste, le rocce, i luoghi sassosi, le

montagne, i boschi,

le fontane, le acque, i fiumi, i mari le rive e le navi, e si

dice possieda

vari boschi sacri, le strade pubbliche, i granai.

Perciò coloro che vogliono compiere opere d'amore, nascondono

d'ordinario gli

strumenti dell'arte, anelli immagini o specchi, in qualche

lupanare, che

infonde in essi potere per una certa facoltà venerea. Così pure

le cose

acquistano il cattivo odore dei luoghi male odoranti e vi si

corrompono e

v'imputridiscono, come altre s'impregnano di aromi nei luoghi

balsamici.

Per le stesse ragioni coloro che vogliono servirsi di erbe di

Saturno di Marte

o di Giove, guardano all'oriente o

al mezzogiorno. Ad oriente, perchè‚ tali pianeti godono

sorgendo dal sole; a

mezzogiorno, perchè‚ i loro principali domicili sono i segni

meridionali, ossia

l'Acquario, lo Scorpione, il Sagittario, il Capricorno e i

Pesci. E coloro che

vogliono servirsi di alcunch‚ di venereo, di mercuriale, o di

lunare, guardano

a occidente, perchè‚ tali pianeti godono di essere occidentali

o a settentrione

perchè‚ i loro principali domicili sono i segni settentrionali

e cioè il Toro,

i Gemelli, il Cancro e la Vergine. Così infine per le

operazioni solari,

bisogna guardare a oriente e a mezzogiorno, o anche al Sole

istesso e alla sua

luce.

CAPITOLO XLIX.

Della luce e dei colori, delle torce e delle lampade e dei

colori attribuiti

agli astri e ai loro domicili, nonch‚ agli elementi.

La luce, che è una qualità formale un'atto intellettivo e

un'immagine, che è

diffusa dallo spirito divino su tutte le cose, che in Dio Padre

è la prima e

vera luce, nel Figlio lo splendore illuminante, nello Spirito

Santo un ardore

che supera ogni comprensione, non esclusa quella dei Serafini,

come dice

Dionigi; una volta diffusa negli angeli diviene una

intelligenza viva, una

gioia che dilaga oltre i limiti della ragione. Essa viene

ricevuta per gradi

differenti secondo la natura del soggetto ricevente e nei corpi

celesti

diviene un'abbondanza e una propagazione efficace della vita e

uno splendore

visibile; nel fuoco un vigore naturale, infuso dai corpi

celesti; nell'uomo un

ragionamento fulgido e una conoscenza ragionevole delle cose

divine, ma

esplicabile in modo diverso, secondo le varie disposizioni dei

corpi, come

vogliono i peripatetici o, cosa più verosimile, secondo

l'intenzione della

causa distributrice, che la scompartisce a suo talento. Di lì

passa alla

fantasia, ma sopra il senso: ma infine soltanto immaginabile

passa al senso, a

quello degli occhi soprattutto, ove diventa una chiarezza

visibile, e si

comunica alternativamente ai corpi luminosi, nei quali diviene

il colore e la

bellezza che rifulge, e ai corpi oscuri, in cui è una certa

virtù benefica e

generante che penetra sino al centro, ove, condensandosi, si

trasforma in

calore tenebroso che punge e brucia. Ciò perchè‚ ogni cosa,

secondo la sua

capacità, risente la vigoria della luce, che tutto raccoglie a

se col calore

vivificante e, penetrando in tutti gli esseri, fa agire le loro

qualità e le

loro virtù.

Perciò i magi non permettono che alcuna cosa sia coperta

dall'ombra d'un

malato, ne che le sue orine vengano esposte alla luce del sole

o della luna,

perchè‚ i loro raggi penetranti s'impregnerebbero delle loro

cattive qualità e

diverrebbero nocivi ad altri corpi Per la stessa ragione gli

stregoni si

preoccupano di proiettare la loro ombra su colui che intendono

affascinare e

in virtù dello stesso principio la iena fa tacere i cani

sfiorandoli con la

sua ombra.

La luce si produce artificialmente a mezzo di lampade, di

torce, di candele,

di certe sostanze e di certi liquidi scelti secondo l'influsso

astrale e

combinati nel dovuto modo, cose tutte che per solito producono

effetti

ammirabili e spesso ammirati dal volgo. Plinio cita sulla

testimonianza di

Anasilao, che bruciando in apposite torce il liquore seminale

del cavallo o

dell'asino, si rendano visibili mostri e teste di cavallo o di

asino; che i

moscerini stemperati nella cera e bruciati, facciano vedere le

mosche; che la

pelle d'un serpente bruciata in una lampada, faccia apparire

serpenti. Si dice

che l'uva in fiore, lasciata al macero in un recipiente pieno

d'olio,

comunichi all'olio tale virtù che, alimentandone una lampada,

quel faccia

vedere la stanza colma di grappoli d'uva. Ciò riesce egualmente

con le altre

frutta. Un miscuglio d'erba centaurea miele e sangue di upupa,

produce in una

lampada l'effetto di far sembrare i circostanti più grandi e di

notte, con

tempo sereno, fa vedere le stelle correre all'impazzata pel

cielo. Il nero di

seppia messo in una lampada, ha la virtù di far apparire neri

gli astanti. Si

dice che una candela formata di sostanze saturniane e spenta

nella bocca d'un

morto da poco, faccia diventar tristi tutti i presenti le

quante volte in

seguito venga accesa. Ermete Platone e Chiranide, e Alberto fra

i più moderni

in uno speciale trattato, descrivono più specie di simili

lampade e torce.

Anche i colori sono luci mescolate con le cose che d'ordinario

le sottopongono

agli astri e ai corpi celesti più congruenti e noi diremo in

seguito quali

colori presentino le luci degli astri, come per essi si conosca

la natura

delle stelle fisse e cosa bisogni impiegare per fare ardere

simili lampade e

simili luci. Ora mostreremo in che modo i colori delle cose

terrene e delle

cose miste sieno distribuiti ai pianeti.

Tutti i colori che convengono a Saturno o lo rappresentano sono

neri, grigi,

terrei, plumbei e oscuri; quelli che appartengono a Giove sono

azzurrini,

aerei, verdeggianti sempre o verdi, chiari, porporini, misti

d'oro e

d'argento. I colori rossi, ardenti, flammei, violacei,

purpurei, Sanguigni e

ferrigni rappresentano Marte; quelli d'oro, gialli o

fulgidamente porporini il

Sole. Tutti i colori bianchi, vaghi, mutevoli, cangianti,

verdi, rossi, un po'

giallognoli e porporini rappresentano Venere Mercurio e la

Luna. Così pure la

prima e la settima casa del cielo hanno il colore bianco, la

seconda e la

dodicesima il verde, la terza e la undecima il giallo, la

quarta e la decima

il rosso, la quinta, e la nona il colore del miele, la sesta e

la ottava il

nero.

Anche gli elementi hanno i loro colori, per mezzo dei quali i

fisici giudicano

della complessione e delle proprietà della natura, perchè‚ il

colore della

terra, che proviene dal freddo e dal secco, è fosco e nero e

significa la bile

nera e natura saturniana; l'azzurro che volge al bianco

distingue la pituita,

perchè‚ il freddo rende bianco l'umido e nero il secco; il

rossastro o il

maculato di rosso contrassegna il sangue; il colore del fuoco o

della fiamma

ardente la collera, la quale, potendosi mescolare agevolmente

per la sua

sottigliezza con tutte le cose, genera in seguito differenti

colori. Perchè‚,

mista col sangue, domina il rosso se il sangue è in abbondanza,

se la collera

è in eccedenza si forma un colore un po' meno rosso e se il

miscuglio è eguale

un rosso uniforme; se la collera è bruciata col sangue forma un

grigio, che

volge al rosso deciso se domina il sangue e al rosso attenuato

se domina la

collera; se la collera è mista d'umore melanconico, si forma un

color nero e

se è mista di melanconia e di flegma un grigio, che assume toni

fangosi se

domina la flegma, toni verdastri se domina la melanconia che si

volgono al

color del limone se la collera non è mescolata

che in eguali proporzioni alla flegma, e si sbiadiscono se

v'abbia eccesso

dell'una o dell'altra.

Tutti i colori infine si accentuano nelle sete e nei metalli,

nelle sostanze

luminose, nelle pietre preziose, nelle cose che più

rassomigliano ai corpi

celesti e soprattutto nei corpi viventi.

CAPITOLO L.

Della fascinazione e del suo artificio.

Il fascino è un legame o incanto, che dallo spirito dello

stregone entra nel

cuore di colui che si strega attraverso i suoi occhi. Lo

strumento della

fascinazione è uno spirito, vale a dire un vapore puro,

lucente, sottile,

proveniente dal sangue più puro generato dal calore del cuore,

il quale emette

come raggi attraverso gli occhi, raggi che trascinano seco un

vapore

spirituale impregnato di sangue, come constatiamo negli occhi

cisposi e rossi,

che infettano dello stesso male gli occhi sani a causa del loro

raggio che

diffonde i vapori del sangue corrotto. Così un occhio bene

aperto proietta,

merc‚ una ferma volontà, i suoi raggi su alcuno e lo spirito

del fascinatore

penetra attraverso gli occhi dell'affascinato sino al suo

cuore, se ne rende

padrone, lo ferisce, ne infetta lo spirito. Il che fa dire ad

Apuleio: i

vostri occhi sono penetrati attraverso i miei nel mio interno e

hanno acceso

un gran fuoco nella mia carne e nelle mie midolla.

Gli uomini vengono stregati da uno sguardo fisso e frequente e

i legami più

forti si annodano con gli occhi, perchè‚ allora lo spirito

dell'uno si

congiunge a quello dell'altro e il contatto spirituale degli

occhi sprigiona

scintille. Gli amori più ardenti s'accendono così con una sola

occhiata, che,

simile a un dardo, trafigge un cuore. Lucrezio ha cantato:

L'anima nostra

ferita dalla passione fa dolorare il corpo e il sangue

rifluisce subito verso

la parte piagata.

La forza del sortilegio può essere accresciuta con l'uso di

unguenti, di

legami e di altre cose simili, adoperate ad

arrobustire vieppiù la volontà. Così gli stregoni, per

suscitare l'amore,

usano i colliri venerei, fatti con l'ippomane il sangue delle

colombe o dei

passeri; per incutere timore gli unguenti marziali, come quelli

fatti con gli

occhi del lupo o della iena e simili; per arrecare nocumento, o

per

procacciare le malattie, le sostanze saturniane. E così via.

CAPITOLO LI.

Di alcune osservanze atte a produrre effetti meravigliosi.

Certe azioni racchiudono tanto potere naturale, da poter

procacciare o guarire

certe malattie. Così si dice che ci si liberi dalla quartana,

legando al collo

d'un'anguilla, dentro un pezzo di tela, la smozzicatura delle

unghie del

malato e rimettendo vivo nell'acqua l'animale. Plinio dice che

la smozzicatura

delle unghie della mano o del piede del sofferente, miste a

cera e appiccicate

a un uscio vicino prima che spunti il sole, liberino da tutte

le specie di

febbri, sia continue che intermittenti. Ovvero la si colloca in

un formicaio,

si prende la prima formica che se ne impadronisce, e che perciò

si contagia

del male, e la si lega al collo del sofferente. Si dice che il

prendere un

legno colpito dalla folgore e lo scagliarlo lontano con le mani

dietro il

dorso, liberi da qualunque male. Contro la quartana è efficace

il sospendersi

al collo, avvolto in una sciarpa di lana, un chiodo sottratto a

una forca, o

anche il nasconderlo in un buco o in una caverna ove il sole

non possa

penetrare. Le scrofole guariscono al contatto della mano d'una

persona morta

d'improvviso. Si facilita il parto stentato d'una donna

collocando nel suo

letto una pietra o una freccia con cui sieno stati uccisi a

ciascun colpo

successivamente un uomo un cinghiale e un orso, ovvero la punta

d'un alabarda

tratta dal corpo d'un uomo senza che abbia sfiorato il suolo.

Le frecce,

tratte nello stesso modo da un corpo senza aver toccato la

terra e collocate

in un letto, rendono innamorati. Si guarisce dall'epilessia,

mangiando la

carne d'una bestia selvaggia abbattuta con la stessa arma con

cui sia stato

ucciso un uomo. Ci si preserva dai mali degli occhi,

umettandoli tre volte con

l'acqua con cui ci si lavi i piedi. Alcuni guariscono le

malattie inguinali,

facendo in una striscia di tela sette o nove nodi e

pronunziando a ciascun

nodo il nome d'una vedova. I mali della milza si guariscono

applicandovi sopra

la milza d'una bestia, e murandola poi nella parete o nel

soffitto della

stanza dell'ammalato, ripetendo le parole acconce nove volte.

Anche l'orina

d'una lucertola verde guarisce da tali mali, se sospesa dentro

un recipiente

davanti alla camera del sofferente, così che questi, uscendo o

rientrando,

possa toccarla con la mano. Si ritiene che colui che faccia

morire una

lucertola annegandola in orina di vitello, senta smorzare ogni

sua

concupiscenza. Il mescolare la propria orina a quella d'un

cane, fa divenire

lenti nell'opera venerea e intorpidire le reni. Il lasciare

scorrere tutte le

mattine qualche goccia della propria orina sull'uno dei propri

piedi, vale a

valorizzare qualunque cattivo rimedio. Lo sputare nella gola

d'una certa

minuscola rana che s'arrampica sugli alberi, lasciandola libera

in seguito, fa

passare la tosse. Sputare nella scarpa del piede destro prima

di calzarla

preserva da ogni pericolo in qualunque luogo si passi. Lo sputo

è anche

efficace contro l'epilessia e i contagi in genere. Alcuni,

sputandosi in

grembo, domandano e ottengono dalle divinità il perdono delle

violenze

commesse. Era anche costume rendere più efficaci le

medicazioni, sputando e

formulando una triplice imprecazione. Per liberare dai lupi una

data contrada,

basta prendere le zampe rotte di uno di cotesti animali,

trapassarle con un

coltello e spanderne il sangue ai limiti del terreno o del

luogo da preservare

dalle loro scorrerie.

Gli abitanti di Trezeno, per preservare le loro vigne dal vento

notus, hanno

sperimentato essere molto efficace l'afferrare in due un gallo

mentre il vento

spira, tirarlo da ambo le estremità sinch‚ non Si squarti nel

mezzo, volgersi

le spalle, fare il giro del podere recando in mano ognuno la

metà

dell'animale, incontrarsi ancora nello stesso posto in cui ci

si è separati e

quivi sotterrare i resti del volatile. Si dice che il tenere

esposto a certi

vapori un bastone a cui sia attorta una vipera, aiuti a

vaticinare e che

un bastone che abbia servito a far lasciare una rana a un

serpente, sia

efficace negli sgravi. Tutto ciò è riferito da Plinio, come

pure che il

raccogliere erbe e radici, il segnarle tre volte con un

coltello e il

sotterrarle valga a preservare dai venti contrari. Si dice che

se con una

corda si misura un cadavere, prima dal gomito all'anulare, poi

dalla spalla

allo stesso dito e infine dalla testa ai piedi per tre volte,

misurando nello

stesso modo e con la stessa corda un vivente lo si renda

infelice disgraziato

e malinconico. E Alberto riferisce che per distruggere la malia

amorosa

esercitata da una donna, basta afferrarne la camicia dalla

parte superiore e

orinarvi attraverso la manica destra. Plinio assicura che si

può fare abortire

una donna incinta coricandosele allato e tenendone allacciate

le dita con le

proprie. Veleno sperimentato, allorch‚ Alcumena generò Ercole.

Il veleno è più

attivo avvicinando le ginocchia, o applicando i garretti ora

sull'uno, ora

sull'altro ginocchio. Perciò tali atti sono vietati. Si dice

infine che

restando in piedi dietro l'uscio, chiamando per nome un uomo

che sia coricato

con una donna e, allorch‚ questo risponda, conficcando un

coltello o un ago

nel legno della porta e Spezzandovi dentro la punta, l'uomo non

potrà giacersi

con la donna sinch‚ il ferro resterà conficcato nel legno.

CAPITOLO LII.

Del viso, dei gesti, della complessione del corpo e degli

atteggiamenti e

della corrispondenza con le stelle e della

Fisiognomia della Metoposcopia e della Chiromanzia e

degli artifici divinatori.

Il volto, i gesti, i movimenti, gli atteggiamenti del corpo,

cose tutte che ci

sono largite dall'alto, ci aiutano a ricevere i benefizi

celesti e producono

in noi dati effetti, come raccogliendo l'elleboro, a seconda

che la foglia sia

strappata dalla parte superiore o dalla inferiore, il succo ne

geme disopra o

disotto. Si sa come il viso e i gesti dispongano la vista

l'immaginazione e lo

spirito degli animali e così al nascituro s'improntano per lo

più durante il

coito i lineamenti che si hanno o che ci si immagina di avere.

Così un volto

amabile di principe fa esultare i sudditi, mentre un volto rude

e arcigno li

sbigottisce. E l'atteggiamento e il viso d'un uomo che pianga

eccitano solo la

compassione e un volto amabile ispira l'amore. Tali sorta di

atteggiamenti e

di aspetti, che costituiscono l'armonia del corpo, valgono a

sottoporlo ai

corpi celesti, nello stesso modo dei profumi e dei farmaci,

dello spirito e

delle passioni interiori dell'anima. Perchè‚ come i farmaci e

le passioni si

ricollegano a certe disposizioni del cielo, così gli

atteggiamenti e i

movimenti del corpo si rendono efficaci in virtù di certe

influenze dei corpi

celesti.

I gesti languidi e tristi, quali il piangere e il picchiarsi il

petto o la

testa, si riferiscono a Saturno, e così pure i gesti pii, le

genuflessioni, lo

sguardo abbassato al suolo in atto di preghiera compunta e

altri simiglianti,

che caratterizzano l'uomo appartato austero e saturniano, quale

è dipinto dal

poeta satirico:

Egli mormora col capo chino e gli occhi fissi al stuolo e si

rode in silenzio

e rabbia e la sua parola è parsimoniosa e misurata.

I volti allegri e onesti, i gesti onorevoli, la congiunzione

delle mani come

quando si applaudisce o si loda alcuno o alcunch‚, le

genuflessioni col capo

eretto come quando si adora, si riferiscono a Giove. A Marte

invece i gesti

violenti o fieri, feroci, crudeli, o collerici. I gesti solari

sono quelli

coraggiosi e onorifici, come le genuflessioni in presenza d'un

sovrano. A

Venere si riferiscono le danze, gli abbracci, le risa, i volti

amabili e

lieti. A Mercurio i gesti incostanti, mutevoli, astuti e

lubrici. I gesti

lunari sono anche essi mutevoli velenosi e puerili.

Lo stesso deve dirsi dell'aspetto. Perchè‚ Saturno caratterizza

un uomo col

colorito tra il nero e il giallo, con la magrezza, col

rattrappimento, con la

pelle rude e solcata da vene appariscenti, con l'abbondanza di

peli, con la

piccolezza degli occhi dalle sopracciglia congiunte, con la

scarsità della

barba, con la turgidezza delle labbra, con l'andatura pesante e

grossolana e

così maldestra da far si che i piedi si urtino a vicenda nel

camminare, con

l'astuzia, con l'ingegnosità, con la sediziosità, con la

tendenza a spargere

il sangue. Giove dà colorito bianco chiazzato di rosso, bel

corpo, alta

statura, calvizie, occhi quasi neri e un po' grandi, pupilla

larga, narici

strette e ineguali, denti davanti un po' grandi, barba crespa,

cuore

eccellente e ottimi costumi. Marte conferisce colorito acceso,

pelame

rossastro, viso rotondo, occhi giallognoli, sguardo fiero e

penetrante,

ardimento, superbia, giovialità, finezza. Il Sole dà colorito

fosco tra il

giallo e il nero e sfumato di rosso, piccola statura, corpo

sfornito di peli,

capelli crespi, occhi giallognoli, saggezza, fedeltà,

propensione alle

adulazioni. Venere contrassegna un colorito rosso bruno

piuttosto chiaro,

bella capigliatura, occhi belli e assai scuri, bel corpo, viso

bello e

rotondo, eccellenti costumi, buoni sensi di amicizia,

benevolenza, pazienza e

giocondità. Mercurio largheggia colorito n‚ decisamente chiaro

n‚ decisamente

scuro, viso lungo, fronte elevata, begli occhi non troppo

scuri, naso dritto e

lungo, barba rada, dita affusolate, spiritualità, curiosità,

finezza,

desiderio di avventure. La Luna contraddistingue carnagione

chiara e rosea,

bell'aspetto, viso tondo e picchiettato, occhi non troppo

scuri, sopracciglia

avvicinate, benevolenza, socievolezza.

Anche i segni zodiacali e le loro immagini hanno i loro aspetti

e per

conoscerli basterà consultare le opere speciali di Astrologia.

La Fisiognomia, la Metoposcopia e la Chiromanzia si basano su

tali immagini

segni e aspetti e predicono le cose future non come cause, ma

come effetti

provenienti da una stessa origine. E quantunque simili

divinazioni si compiano

a mezzo delle cose inferiori e più deboli, tuttavia non si

devono disprezzare

o rifiutare i loro responsi, quando non derivano dalla

superstizione ma dalla

concordanza armonica di tutte le parti del corpo.

E chiunque meglio imiti le cose celesti con la natura, lo

studio, l'azione, il

movimento, il gesto, il volto, gli affetti dell'anima e

l'opportunità del

tempo, come gli esseri superiori sarà più simile ad esse e ne

potrà ricevere

maggiori doti.

CAPITOLO LIII.

Degli auspicii e degli auguri.

Altre specie di divinazioni dipendono da cause naturali, per

mezzo delle

quali, merc‚ la propria esperienza e speciali artifici,

ciascuno, medico,

pastore, marinaio, contadino, pronostica l'avvenire. In

proposito Aristotile

si diffonde ampiamente nel suo libro dei tempi e ricorda che

gli auspicii e

gli auguri erano tanto stimati dai Romani, da non intraprendere

essi cosa

alcuna, pubblica o privata, senza averli in precedenza

consultati.

Specialmente gli Etruschi eccellevano in tali forme di

vaticinio. Anche

Cicerone narra molte cose al riguardo nel suo libro delle

Divinazioni. I

vaticini si traevano in varii modi e assumevano nomi diversi.

Alcuni erano

chiamati pedestri, perchè‚ tratti dagli animali quadrupedi;

altri augurii

perchè‚ si ricavavano dagli uccelli; altri, detti celesti, dal

tuono e dalla

folgore; altri, detti santi, dai sacrifici. Tra questi ultimi

si chiamavano

espiatori quei vaticini tratti durante i sacrifici dallo

scampare della

vittima all'immolazione, o dalla sua fuga dall'altare, o dalle

strilla che

emetteva prima di soccombere, o dal cadere su un lato del corpo

piuttosto che

sull'altro.

A questi si aggiunga l'exaugurazione, quando cioè dalle mani

dell'augure

cadeva la verga con la quale era solito contemplare e prendere

l'auspicio.

Michele Scoto numera dodici specie di presagi; sei a destra:

fernova,

fervetus, confert, emnponenth, sonnasarnova, sonnasarvetus (1);

sei a

sinistra: confernova, confervetus,

viaram, herrenam, scassarnova e scassarvetus.

Nota 1:

(1) Il testo dell'edizione originale reca sonnasarnova,

sonnasarvetus e più

oltre scimasarnova, scimasarvetus, correttamente e conforme

alla grafia

adoperata da Michele Scoto (Liber Phisionomiae Ä Venezia 1506,

cap. 57).

Invece è corretta la dizione herrena e scorretta quella

hartena, usata più

oltre, invece di harrena equivalente a herrena. (Nota del

Traduttore).

E spiegando tali nomi dice: la fernova è un presagio di buon

successo in un

affare, allorch‚, uscendo di casa s'incontra un uomo o un

uccello, che passa o

che prende il volo dal proprio lato sinistro. Il fervetus,

presagio di cattivo

esito dell'affare intrapreso, è l'incontrare nell'uscio di casa

un uomo o un

uccello, che ci si fermino davanti dal lato sinistro. Il

viaram, segno di buon

successo in un affare, è l'incontrare camminando un uomo o un

uccello, che,

nel passare o nell'involarsi, procedano verso la nostra destra

per ritornare

verso la nostra sinistra prima di allontanarsi. Il confernova,

anch'esso segno

di buon successo, è l'incontrare per prima cosa un uomo o un

uccello, i quali

sieno in moto e si fermino nel vederci Sulla nostra destra. Il

confervetus,

presagio di cattivo successo, è l'incontrare un uomo o un

uccello che si

curvino dal nostro lato destro. Il scimasarnova, presagio

buono, è il vedere

un uomo o un uccello che ci arrivino alle terga e si fermino

alla nostra

destra. Il sonnasarvetus è un cattivo presagio e consiste nello

scorgere

dietro di noi un uomo o un uccello fermi sul nostro lato

destro. Lo

scassarnova è un buon presagio e si verifica nello scorgere

dietro noi un uomo

o un uccello, i quali, sia che noi si vada verso di loro sia

che essi vengano

verso di noi, si fermino allorch‚ li guardiamo. Lo

scassarvetus, cattivo

presagio, è il veder passare un uomo o un uccello e fermarsi

sulla nostra

sinistra. Lo emponenth è un buon presagio, che si verifica

nello scorgere un

uomo o un uccello giungere dalla nostra sinistra e allontanarsi

verso la

nostra destra senza fermarsi. Lo hartena è un cattivo presagio

che si verifica

nello scorgere un uomo o un uccello giungere dalla nostra

destra, passarci

dietro a sinistra e fermarsi un momento.

Gli antichi presagivano anche merc‚ gli sternuti, come ne fa

menzione Omero

nel suo diciassettesimo libro dell'Odissea, considerandoli

provenienti da un

luogo consacrato, la testa, sede dell'intelletto. Perciò si

dice che tutto ciò

che passi per la mente al mattino appena desti, sia un presagio

e un augurio.

CAPITOLO LIV.

Dei differenti animali e del loro significato nei vaticinii.

I presagi vanno tratti dall'inizio di ogni atto e di ogni data

impresa. Per

esempio, se nell'iniziare un lavoro qualsiasi avvenisse che i

sorci

rosicchiassero i vostri abiti, bisognerebbe interrompere

l'opera incominciata;

se nell'uscire di casa, o strada facendo, incespicaste,

desistete da quanto vi

eravate proposto di compiere e cambiate strada; se al principio

d'una vostra

intrapresa, vi capitasse d'incontrare qualche difficoltà,

abbandonatela, o

almeno differitela a tempi più favorevoli e a presagi migliori.

Molti animali hanno virtù naturali tali da renderli assai atti

al presagire e

al vaticinare. Il gallo col canto segna le ore molto a

proposito e

starnazzando con le ali pone in fuga il leone. Parecchi uccelli

col gorgheggio

e le mosche col rendersi più attaccaticce indicano la pioggia.

I delfini

presagiscono vicina la tempesta col balzare fuori delle acque.

E troppo ci si

dilungherebbe a riferire tutti i presagi che i Frigi, i Cilici,

gli Arabi, gli

Umbri e gli Etruschi ritraevano dagli uccelli e dagli animali.

Perchè‚ ogni

cosa, e soprattutto gli uccelli, racchiude in s‚ un potere

misterioso, capace

di predire gli eventi futuri. Così bisogna ascoltare

attentamente il

gracchiare della cornacchia, osservare il suo comportarsi

quando se ne sta

appollaiata in qualche posto, badare se vola verso la vostra

destra o verso la

vostra sinistra, se grida forte, se tace, se vi precede o vi

segue, se vi

aspetta o se vi sorpassa, se si allontana rapida o se procede

tranquilla. Orus

Apollo dice nei suoi Geroglifici, che due cornacchie

significano matrimonio,

perchè‚ tale uccello fa due uova per volta, da cui si generano

un maschio e una

femmina e se, caso raro, ne schiudono due maschi o due femmine,

cotesti

uccelli non si accoppiano più, ma conducono vita solitaria.

Perciò imbattersi

in una sola cornacchia presagisce vedovanza. Un piccione nero

indica la stessa

cosa,

perchè‚ una volta orbata del suo maschio la femmina vive sola.

Non bisogna osservare meno attentamente i corvi, che si ritiene

presagiscano

cose importantissime ed Epitetto, filosofo stoico e grande

scrittore, opina

che quando un corvo gracchia incontrando alcuno, gli

pronostichi eventi

contrari alla sua salute corporale, alla sua fortuna, al suo

onore, alla

moglie sua e ai suoi figliuoli. N‚ bisogna trascurare i cigni,

che conoscono i

segreti delle acque e che quando sono ilari indicano felici

eventi non solo ai

marinai ma a tutti i viaggiatori, salvo che il loro presagio

non sia distrutto

dall'incontro di qualche animale più forte e di significato

diverso. L'aquila,

ad esempio, uccello ben più possente e maestoso, che vola molto

più in alto,

che ha vista più acuta e più penetrante e che non è mai

completamente

all'oscuro dei secreti dello stesso Giove. L'aquila pronostica

elevazioni e

vittorie, ma conseguite col sangue, perchè‚ essa non si

abbevera d'acqua, ma di

sangue. Un'aquila, volando sui Locrensi che si battevano contro

i Crotoniensi,

dette loro la vittoria; una aquila, posandosi sullo scudo

d'Hierone durante la

sua prima campagna, gli predisse la dignità regale; due aquile,

che si

trattennero l'intero giorno sulla casa ove nasceva Alessandro

il Macedone, gli

predissero i due imperi d'Asia e di Europa; un'aquila, avendo

prima rapito il

copricapo di Lucio Tarquinio Prisco, figlio di Demaratho di

Corinto, che in

Seguito a una sedizione lasciava il paese nativo per riparare

in Etruria e poi

a Roma, e avendoglielo riportato in seguito gli predisse che

sarebbe divenuto

re dei Romani.

Gli avvoltoi significano pene, difficoltà, saccheggi o

devastazioni, come è

provato dalla fondazione di Roma. La disfatta d'un'armata è

vaticinata dal

trattenersi di tali uccelli per sette giorni nei pressi dei

luoghi ove deve

avvenire un combattimento e dal loro riguardare dalla parte ove

sia attendata

l'armata più debole, quasi in attesa di pascersi di quegli

uomini che la

compongono e che sono destinati a soccombere.

La fenice indica il successo. Per la vista della fenice la

nuova Roma fu

fondata coi migliori auspici.

Il pellicano, che si sacrifica pei suoi piccoli, indica crucci

causati dalla

bontà del proprio animo. Il pavone, che ha

dato il suo nome alla città di Poitiers e provincia, pel colore

e per la voce,

significa dolcezza. L'airone indica affari irti di difficoltà.

La cicogna, che

ama la quiete e l'unione, significa concordia. La gru,

cosìddetta dalla voce

antica gruere che significa andare d'accordo, indica sempre

alcunch‚ di

conveniente e ci preserva dalle imboscate di chi ci è nemico.

II cucupha

indica la riconoscenza, perchè‚ è il solo animale non ingrato

verso i genitori

una volta divenuti vecchi. Al contrario l'ippopotamo parricida

contrassegna

l'ingratitudine e la ingiustizia. L'orige, uccello assai

invidioso, indica

l'invidia. Fra gli uccelli minori, la gazza ciarliera annunzia

gli ospiti o

significa compagnia. La strige e la civetta sono sempre di

cattivo augurio e

poich‚ assalgono la notte e uccidono all'improvviso i polli,

presagiscono la

morte. Nondimeno, in ragione del loro vederci al buio, indicano

talora

diligenza

e vigilanza, cosa provata dalla strige che si posò sull'asta

d'Hierone.

Didone, giacendosi con Enea, s'accorse che il gufo era di

cattivo augurio. Il

che ha fatto dire al poeta: Il gufo solitario Si aggira spesso

sui tetti delle

case e modula la sua nenia lenta e triste, prolungando il suo

canto a

somiglianza di lunghi gemiti. Esso è funesto presagio ai

mortali.

Il gufo si fece udire sul Capitolino, quando i Romani ebbero la

peggio a

Numanzia, e quando Fregelle venne distrutta, per la congiura

fatta contro i

Romani. Dice Almadel che i gufi e gli allocchi, quando fanno

una diversione in

regioni e case insolite, indicano che ivi devon morire uomini,

perchè‚ questi

uccelli amano i cadaveri e ne hanno il presentimento; quindi

tali uomini sono

già cadaveri in potenza. Ovidio così parla degli uccelli da

preda, che

contrassegnano i processi e i litigi: si odia lo sparviero, che

non si

compiace che della lotta.

Lelio, ambasciatore di Pompeo, fu ucciso in Ispagna da soldati

addetti al

servizio di rifornimento delle truppe e simile sorte gli era

stata predetta da

uno sparviero che gli aveva volteggiato intorno. E Almadel dice

che due

sparvieri che Si battono insieme, o comunque due uccelli da

preda, annunziano

il disfacimento d'un reame. Ma trattandosi di due uccelli di

specie diversa, i

quali dopo essersi combattuti si rappacifichino, se ne ricava

pronostico di

nuova era prospera pel paese. I passerotti, con la loro

presenza o con

l'avvicinarsi e l'allontanarsi, indicano l'accrescersi e il

diminuire d'una

famiglia e più il loro volo è sicuro e giocondo più il presagio

è felice.

Donde il vaticinio dell'augure Melampo, che annunziò la perdita

e la rovina

dei Greci: Osservate come quell'Uccello svolazzi tristemente.

Le rondini, che

costruiscono il nido ai loro piccoli quando sono vicine a

morire, indicano

beni di fortuna o eredità. Imbattersi in un pipistrello mentre

si fugge,

indica felice riuscita del proprio allontanarsi, perchè‚

sebbene quest'animale

non abbia ali, pure non si stanca dal volare. Il passero è

invece di cattivo

augurio all'uomo che fugge e di buon augurio per gli amori,

perchè‚, quando è

in caldo, si accoppia sette volte all'ora. Le api sono di buon

augurio ai

sovrani e indicano l'obbedienza dei sudditi. Le mosche

significano molestia e

impudenza, perchè‚ per quanto le si scaccino ritornano sempre.

Anche gli

uccelli domestici possono fornirci presagi e i galli col canto

infondono la

speranza e indicano l'inizio d'un prossimo viaggio. Livia,

madre di Tiberio,

quand'era incinta di costui, serbò in seno un uovo di gallina

sino a schiusura

di un galletto dalla cresta pronunziata assai, il che fu

interpretato dagli

indovini indizio che il nascituro fosse destinato al trono.

Cicerone scrive

nella sua Tebaide, che alcuni galli col cantare tutta notte

avessero

pronosticato la vittoria riportata dai Beoti sui Lacedemoni,

gli indovini

stabilendo il presagio sul fatto che il gallo non canta quando

è vinto e

strepita invece quando è vincitore del rivale.

In modo consimile si traggono pronostici anche dagli animali e

dalle bestie.

L'incontro d'una donnola è di cattivo augurio e lo stesso

dicasi d'una lepre

quando si è in procinto d'intraprendere qualche viaggio,

ammenoch‚ non ci se

ne impadronisca. Anche il mulo è da temere, perchè‚ sterile e

il maiale è

pernicioso come il suo naturale. Il cavallo suscita le liti e

la discordia e

Anchise, avendo scorto alcuni cavalli bianchi, esclamò, come

riporta Virgilio:

Bellum o terra hospita portas,

bello armantur equi, bella haec armenta minantur.

Nondimeno l'incontro di cavalli attaccati a una vettura

pronostica pace.

L'asino non serve a nulla; pure fu utile a Mario che, essendo

stato dichiarato

nemico della patria, vide un asino che rifiutava tutto il cibo

che gli si

presentava, indirizzandosi vivamente verso un corso d'acqua.

Tale vista gli

sembrò un presagio di salvezza, e insist‚ presso gli amici per

ottenere un

naviglio, col quale infatti pot‚ sottrarsi alle ire del rivale

e vincitore

Silla. Incontrare un asino significa lavoro, pazienza, stenti.

L'incontro d'un

lupo è di buon augurio e ne è prova Hierone il Siculo a cui un

lupo indicò la

regalità col sottrargli le sue tavolette in un concorso

letterario. Nondimeno

impedisce di parlare a colui che lo ha visto per primo e

significa anche

perfidie e cattiva fede, cosa confermatasi nella discendenza di

Romolo e Remo,

che furono allattati da una lupa, i quali si addimostrarono a

vicenda di

cattiva fede e trasmisero tale qualità negativa ai loro nepoti.

Al tempo del

consolato di Publio l'Africano e di Caio Fulvio Minturno un

lupo strozzò una

sentinella, quando l'armata romana fu disfatta in Sicilia.

Incontrare un leone è di buon augurio, essendo il più forte di

tutti gli

animali e tale da intimorire ogni altro. Però l'incontro d'una

leonessa è di

cattivo auguro a una donna e le minaccia sterilità, perchè‚ la

leonessa non

genera più d'una volta. Pecore e capre sono di buon augurio. Si

legge anche

nell'Ostentario degli Etruschi che se uno di questi animali

presenti un manto

che esca dal comune, se ne può pronosticare abbondanza in

tutto. Lo stesso

dice Virgilio:

Ipse sed in pratis aries jam suave rubenti nutrice, jam croceo

mutabit vellera

luto.

E' anche buon presagio incontrare buoi che si azzuffino, o

ancora meglio,

occupati in lavori agricoli, perchè‚, quantunque ostacolino i

viaggi e il

cammino, compensano il ritardo col loro buon augurio.

L'incontro d'un cane

lungo il proprio cammino presagisce bene, perchè‚ Ciro,

abbandonato nei boschi

e allattato da una cagna, divenne re e l'angelo che guidò Tobia

non rifiutò di

accompagnarsi a un cane. Il castoro, che lascia ai suoi

persecutori i propri

testicoli dopo esserseli strappati coi denti, è di cattivo

augurio e indica

che ci si arrecherà danno da se stessi. Tra gli animali minori,

i sorci sono

di cattivo augurio, perchè‚ avendo essi rosicchiato l'oro del

Capitolino, nello

stesso giorno i due consoli caddero in potere di Annibale nelle

vicinanze di

Taranto. Le cavallette, che distruggono tutto ciò che trovano e

quasi ardono i

luoghi, sono di cattivo augurio e ostacolano le imprese; invece

le cicale

presagiscono i viaggi e il successo. Si dice che il ragno che

tessa dall'alto

la sua tela annunci guadagni prossimi. Così pure le formiche,

previdenti e

accumulatrici, indicano sicurezza e ricchezze e armate

numerose. Perciò,

avendo le formiche divorato il drago addomesticato

dell'imperatore Tiberio,

gli fu avvisato essere questo un indizio di prossima sedizione.

Se si incontra

un serpe, occorre diffidare d'un maldicente, perchè‚ tutta la

forza e tutto il

veleno di questo animale si raccolgono nella sua bocca. Un

serpente

introdottosi nella reggia di Tarquinio predisse a questo re la

sua decadenza.

Due serpenti furono trovati nel letto di Sempronio Gracco, per

il che gli fu

annunziato che il risparmiare il maschio o la femmina avrebbe

implicato la

morte sua o della moglie. E Sempronio Gracco, che amava la

moglie più di se

stesso, uccise il serpe maschio e lasciò libera la femmina,

morendo qualche

giorno di poi. La vipera significa cattive femmine e cattivi

fanciulli e

l'anguilla un uomo detestato da tutti, perchè‚ è un animale che

vive in

disparte e solitario.

Ma il presagio più forte e più sicuro è dato dall'uomo e

incontrandone alcuno

occorrerà osservarne la condizione, la età, il sesso, la

professione, la

complessione, i gesti, i costumi, le occupazioni, la

costituzione, le

abitudini, il nome, le parole e gli atteggiamenti. Perchè‚,

trovandosi negli

altri animali tante luci di presagi, non vi è dubbio che assai

più efficaci e

più chiare debbano essere infuse nell'anima umana, poich‚, come

dice lo stesso

Cicerone, non v'ha dubbio che sia inerente all'anima umana un

certo auspicio

di eternità, che le consente comprendere le cause delle cose.

Nel costruire

Roma fu rinvenuta una testa umana dai lineamenti ben

conservati, che presagì

la grandezza del suo impero e dette il Nome al Capitolino.

L'amata di Bruto,

prima di scontrarsi

con quella di Ottavio e di Marco Antonio, s'imbatte in un

Etiope, che fu messo

a morte perchè‚ considerato di cattivo augurio. La battaglia fu

perduta e i

suoi due capi, Bruto e Cassio, morirono entrambi. Il popolino

stima di cattivo

augurio l'incontro dei monaci soprattutto al mattino, perchè‚

cotesta gente non

vive per lo più che di funerali e di corpi morti, come gli

avvoltoi.

CAPITOLO LV.

In qual modo i presagi si realizzino merc‚ la luce del senso

della natura e delle regole per farne l'esperienza.

I presagi che indicano gli eventi futuri a mezzo degli animali

e degli

uccelli, ci furono dapprima insegnati, come risulta dalla

storia, da Orfeo il

teologo e si producono merc‚ la luce del senso della natura che

sembra

riverberarsi sugli animali per pronosticare l'avvenire degli

uomini. Tale è

stato il parere di Virgilio, che dice:

Haud equidem credo, quia sit divinius illis ingenium, aut rerum

fato prudentia

major.

Ora questo senso della natura, come dice Guglielmo di Parigi, è

al di sopra

d'ogni comprensione umana e assai vicino alla profezia a cui è

affatto simile

e largisce naturalmente una mirabile chiaroveggenza divinatoria

a qualche

animale, come è evidente in qualche cane, che è capace di

riconoscere merc‚

tale senso i ladri e coloro che si nascondono, così da

cercarli, da scovarli,

da afferrarli, da trattenerli, da morderli. Merc‚ lo stesso

senso gli avvoltoi

prevedono le carneficine e le battaglie e si radunano nei

luoghi in cui tali

avvenimenti dovranno prodursi per ritrarne profitto col

pascersi dei numerosi

cadaveri. E il perniciotto conosce la madre che non aveva

ancora veduta e si

allontana dalla pernice che ha rubato le uova alla vera madre e

le ha covate

come sue. E l'anima umana, inconsciamente, presente certe cose

nocevoli e si

riempie talora di terrore o di orrore istintivo, che sembra

irragionevole, ma

che ha un

fondamento di realtà, presto confermato dai fatti. Così un

ladro nascosto in

un'abitazione diffonde intorno a s‚ il timore e l'inquietudine,

che si

impadroniscono, a loro stessa insaputa, degli abitatori della

casa, di alcuni

almeno, perchè‚ certo cotesta luce non si riverbera su tutti

gli uomini. E una

meretrice nascosta in una casa, lascia indovinare la sua

presenza, quantunque

ignorata. Si legge d'un certo Heraisco, egiziano, il quale

conosceva tutte le

donne immonde non solo al guardarle, ma udendone semplicemente

da lungi la

voce, perchè‚ subito ne risentiva un forte mal di capo.

Guglielmo di Parigi

narra di una donna innamorata che sentiva l'avvicinarsi del suo

amante,

allorch‚ si recava a visitarla, sin da due leghe distante e

parla di una

cicogna maschio, che merc‚ l'odorato scoprì l'adulterio della

compagna, che lo

denunziò ai componenti lo stormo da esso stesso radunati in

assemblea e che ne

ottenne la condanna della colpevole, la quale fu spiumata e

fatta a pezzi

dagli inesorabili giudici. E narra anche d'un cavallo, che

aveva montato la

madre senza saperlo, il quale, scoprendolo in seguito, si mozzò

coi denti i

genitali per punirsi dell'incesto, fatto confermato da altre

narrazioni di

Aristotile di Varrone e di Plinio. Plinio riferisce pure che un

aspide, che

viveva in domesticità in casa d'un egiziano, avendo visto uno

dei suoi piccoli

uccidere un figlio dell'ospite, mise spontaneamente a morte la

prole colpevole

e abbandonò per sempre la casa funestata.

Questi esempi mostrano come in certi animali possano penetrare

bagliori di

presagi e manifestarsi attraverso i loro atteggiamenti, le

voci, il volo,

l'incedere, i colori e il cibarsi. Perchè‚, secondo le dottrine

dei Platonici,

le cose inferiori possiedono certe virtù che le fanno

corrispondere in tutto

con le cose superiori e in tal modo gli animali hanno segrete

concordanze coi

corpi divini occulti legami che li fanno vibrare all'unisono

con le rispettive

costellazioni.

Bisogna dunque conoscere quali animali sieno saturniani, quali

gioviani o

marziani e così via e ritrarne i presagi corrispondenti alle

loro proprietà.

Così dipendono da Saturno e da Marte tutti gli uccelli feroci e

selvaggi, come

le civette, i barbagianni e simili e il gufo, uccello

saturniano solitario e

notturno, gode meritata fama d'essere di cattivo

augurio, come conferma il poeta: Quel vile uccello, messaggero

dei mali

futuri, che presagisce la cattiva sorte ai mortali. Ma il

cigno, uccello

delizioso e consacrato a Venere e al Sole, è di buon augurio,

soprattutto a

ciò che si riferisce al navigare, perchè‚ non si tuffa mai

sott'acqua. Ovidio

lo qualifica: uccello di felicissimo augurio.

Alcuni uccelli, come il corvo la gazza e la cornacchia,

indicano i presagi con

le strida e col canto, come dice Virgilio:

una cornacchia funesta ci ha spesso predetto tal disgrazia dal

sommo del suo

albero.

Ali uccelli che pronosticano l'avvenire col volo sono il

bozzagro,

l'ossifraga, l'aquila, l'avvoltoio, la gru, il cigno e simili.

Bisogna

osservare se il volo ne è lento o veloce, se si dirigono a

destra o a

sinistra, di quanti individui è composto il gruppo. Le gru che

volano

rapidamente, indicano l'uragano e quando volano lentamente e in

silenzio,

pronosticano bel tempo. Due uccelli ferali che volino insieme

sono di cattivo

augurio. La quantità degli uccelli intravisti è anche cosa

importantissima pel

significato del presagio e occorre anche por mente alla

concordanza delle

congetture, come in Virgilio Venere simulatrice insegna al

figlio Enea:

Se non invano gli avi nostri ci hanno legato la scienza dei

presagi, osserva

quei dodici cigni raggruppati che si trastullano e che

un'aquila discesa

attraverso l'aria è venuta a turbare. Ora essi sembrano

guardare smarriti in

alto e in basso per scorgere un luogo di scampo e osserva come

giunti in salvo

sembrano plaudire con le ali e cantano in coro. Lo stesso è

delle flotte

raccolte nei porti, o che vi entrano a vele spiegate.

Ma il più efficace genere di pronostici è ricavabile dalla

conoscenza del

linguaggio degli animali, conoscenza che fra gli antichi si

ebbero Melampo,

Tiresia, Talete e Apollonio di Tiana. Di quest'ultimo, che

eccelleva in tale

conoscenza, Filostrato e Porfirio narrano che un giorno in cui

con alcuni

amici osservava uno stormo di passeri cinguettanti sugli alberi

vicini,

sopraggiunse uno di tali uccelli che si dette a stridere con

foga. Apollonio,

interrogato, spiegò che il passero avvisava i compagni che un

asino carico di

frumento era caduto alle porte della città e che il frumento

s'era sparso al

suolo. Punti dalla curiosità, tutti si recarono sul posto e

poterono verificare che Apollonio aveva detto il vero. Porfirio

il platonico,

nel terzo libro dei Sacrifizi, dice invece che si trattava di

rondinelle.

Certo nessuna voce di qualsivoglia animale non è priva di

qualche significato

e non indica qualche passione, qualche disposizione allegra o

triste o

collerica e non deve recar meraviglia che chi si dedichi a tale

conoscenza non

finisca per intenderne il linguaggio. E Democrito, come

asserisce Plinio, ha

indicato il modo per acquistare tale conoscenza, menzionando

gli uccelli di

cui mescolando il sangue se ne genera un serpente, cibandosi

del quale tutti

possono intendere il linguaggio degli uccelli. Ermete dice che

dopo essere

stati a caccia in un dato giorno delle calende di novembre e

aver fatto

cuocere insieme col cuore di una volpe il primo uccello preso,

tutti coloro

che se ne ciberanno potranno intendere il linguaggio degli

uccelli. Gli Arabi

ci hanno appreso che riuscivano a capire gli animali col

mangiare il cuore o

il fegato dei draghi e Proclo il platonico ha creduto e ci

riferisce che il

cuore d'una talpa aiuti nel presagire.

Altre specie di presagi e di divinazioni erano ricavati dalle

viscere delle

vittime sacrificate, divinazioni inventate la Tagete, come

menziona Lucano:

et fibris sit nulla fides, sed conditor artis finxerit illa

Tages.

La religione dei Romani riteneva che il fegato fosse il viscere

capitale.

Perciò gli auguri esaminavano anzitutto il fegato, facendone

due capi, di cui

uno assegnavano al nemico l'altro ai cittadini e, riuniti i

capi, predicevano

la vittoria dell'una o dell'altra parte. La disfatta delle

truppe di Pompeo e

la vittoria delle armate imperiali, pronosticata merc‚ le

viscere, è così

cantata da Lucano:

Quodque nefas nullis impune apparuit extis, ecce viditi capiti

fibrarum

increscere molem, alterius capitis pars aegra et marcida

pendet, pars micat et

celeri venas movet improba pulsu.

Dopo il fegato, il cuore era ritenuto il viscere più perfetto e

quando la cosa

sacrificata risultava priva di cuore

e il fegato era sprovvisto di ventricoli, i presagi erano

cattivi ed erano

chiamati espiatori. Lo stesso accadeva quando la vittima si

sottraeva

dall'altare, o gridava nel colpirla, o si abbatteva su un lato

diverso dal

normale. E' noto che il giorno in cui Cesare uscì in abito di

porpora, il

cuore mancò due volte tra le viscere nel sacrificio ch'egli

offerse. Mario a

Utica, nell'immolare, non trovò fegato e lo stesso accadde a

Caio principe e a

M. Marcello, allorch‚ Caio Claudio e Lucio Petellio erano

consoli, l'uno

ammalandosi quasi subito e l'altro restando sconfitto

dall'armata dei Liguri.

Perciò gli antichi consideravano di grande importanza i

responsi delle

viscere, specie quando si osservava qualche cosa che uscisse

dal comune, come

avvenne a Silla che estorse una specie di corona su un fegato

nel sacrificare.

L'aruspice Postumio lo interpretò come un presagio di vittoria

e un

contrassegno di regalità e ordinò che il solo Silla si cibasse

di tale

viscere. Anche il colore delle viscere merita attenta

considerazione. Lucano

fa menzione di tutto ciò:

Terruit ipse color vatem, nam pallida tetris viscera tincta

notis, gelidoque

infecta cruore, plurimus asperso variabat sanguine livor.

Tali arti erano un tempo tanto considerate, che gli uomini più

dotti le

coltivavano e n‚ il Senato ne i re imprendevano cosa alcuna

senza aver

osservato se i presagi fossero favorevoli. Tutto ciò è posto

oggi in

dimenticanza, sia per l'incuria degli uomini che per l'autorità

dei padri

della Chiesa.

CAPITOLO LVI.

Delle predizioni tratte dai baleni e dalle folgori e come

bisogni interpretare

i presagi e i prodigi.

Gli indovini e i sacerdoti etruschi ci hanno insegnato a

interpretare i

presagi dei baleni, delle folgori, dei portenti e dei prodigi.

Essi hanno

ripartito l'aria e il cielo in sedici regioni attribuendo a

ciascuna il suo

nome; hanno classificato undici specie di folgori e nove

divinità che le

scagliavano e ne hanno spiegato i significati. Certo i prodigi

contrassegnano

sempre alcunch‚ di grande e d'inusato, ma occorre che coloro

che li

interpretano sappiano valutare acconciamente i riferimenti e le

rassomiglianze, che ne conoscano i principi informatori, che

sieno al corrente

degli affari e degli interessi della nazione, nonch‚

dell'indole dei suoi

governanti, perchè‚ gli astri le costellazioni e i prodigi

sogliono avvertire

in precedenza i principi i popoli e le nazioni degli eventi

futuri.

Bisogna quindi considerare quanto di simile sia già accaduto in

passato e le

conseguenze che ne derivarono e per riferimento predirre eventi

simiglianti,

giacch‚ avvenimenti simili offrono le medesime particolarità,

gli stessi

rapporti, identiche concordanze.

Così segni premonitori e prodigi hanno accompagnato la nascita

e la morte

d'illustri personaggi e Cicerone cita l'esempio di Mida

fanciullo, nella bocca

del quale, mentre dormiva le formiche deposero granelli di

frumento, che

pronosticavano ricchezze fuori del comune. Nello stesso modo le

api che si

posarono sulle labbra di Platone dormente, ne predissero

l'eloquenza. Ecuba,

quando era incinta di Paride, che doveva poi porre a fuoco

Troia e l'Asia

intera, si vide generare in sogno una torcia accesa. La madre

di Falaride vide

un Mercurio spargere tanto sangue da riempire tutta la casa. La

madre di

Dionigi sognò di partorire un satiro. La moglie di Tarquinio

Prisco, avendo

visto una fiamma coronare il capo di Servio Tullio, gli

predisse il trono.

Così pure, dopo la presa di Troia, mentre Enea disputava col

padre Anchise per

decidere se toccasse restare nel regno a lui o ad Ascanio,

apparve una fiamma

sul capo di quest'ultimo ad annunziargli il trono, decidendo

Enea ad

espatriare.

Tutti gli avvenimenti e le disfatte eccezionali sono state

precedute da

particolari segni e da prodigi. Si legge in Plinio che sotto il

consolato di

Marco Attilio e di Caio Porzio una pioggia di latte e di sangue

aveva predetto

la peste di Roma dell'anno seguente. Così pure, al tempo del

consolato di

Lucio Paolo e di Gaio Marcello, si pot‚ vedere una pioggia di

lana che

predisse la morte di Tito Annio Milone, avvenuta nell'anno

successivo.

All'epoca della guerra dei Cimbri, si udì in cielo strepito

d'armi e clangore

di trombe. E Tito Livio, parlando della guerra di Macedonia,

dice che

nell'anno in cui se ne allontanò Annibale, si verificò una

pioggia di sangue

durata due giorni. E nel parlare della seconda guerra

Cartaginese, riferisce

che mentre Annibale devastava l'Italia, cadde dal cielo acqua

mista a sangue.

In Lacedemonia, un po' avanti la disgrazia toccata a Leuctria,

si udì strepito

di armi nel tempio d'Ercole e quasi contemporaneamente le porte

del tempio

d'Ercole a Tebe, che erano chiuse, si spalancarono da sole e le

armi sospese

alle pareti del luogo sacro rovinarono strepitosamente al

suolo.

I pronostici da ritrarre da simili avvenimenti vanno modellati

su avvenimenti

simiglianti. Però occorre conoscere bene le influenze dei corpi

celesti, di

cui discorreremo più diffusamente in appresso.

CAPITOLO LVII.

Della geomanzia, dell'idromanzia, dell'aeromanzia e della

piromanzia, che sono

quattro maniere diverse di divinazione merc‚ gli elementi.

Gli stessi elementi ci predicono svariati avvenimenti e tra

essi derivano la

geomanzia, l'idromanzia, l'aeromanzia e la piromanzia, arti

divinatorie che in

Lucano si vantava possedere una certa strega: La terra, l'aria,

l'etere, il

chaos, il Mare, i Piani e le rupi di Rodope ci paleseranno il

vero.

La geomanzia predice le cose future merc‚ i moti della terra, i

suoi rumori,

le sue convulsioni, le sue esalazioni e tutti gli altri aspetti

di cui l'arabo

Almadel ci ha rivelato il linguaggio. Vi è poi un'altra specie

di geomanzia,

in cui la divinazione avviene con l'impiego di certe figure

tracciate o

impresse in un determinato modo e di tale specie di geomanzia

parleremo in

seguito.

L'idromanzia fa divinare con gli aspetti delle acque, il flusso

e il deflusso,

l'accrescersi e lo straripare o il decrescere, la colorazione e

simili altra

cose, a cui si possono

aggiungere le visioni che si compiono nelle acque, genere di

divinazione

questo trovato dai Persiani e di cui Varrone dà un esempio

parlando di quel

fanciullo che aveva visto formarsi nell'acqua Una immagine di

Mercurio, che

con centocinquanta versi predisse ogni evento della guerra di

Mitridate. Anche

Numa Pompilio coltivava l'idromanzia, evocando per mezzo delle

acque le

immagini degli dei che gli predicevano il futuro.

E Pitagora, molto tempo dopo di lui, ha esercitato la stessa

arte. Gli Assiri

avevano in pregio una specie di idromanzia chiamata

lecanomanzia, in cui si

faceva uso d'un recipiente colmo d'acqua e si adoperavano

lamine d'oro o

d'argento tempestate di pietre preziose, sulle quali

s'incidevano dati nomi e

caratteri. Alla lecanomanzia si può anche ricollegare l'arte di

divinare merc‚

il piombo e la cera fusi versati in acqua fredda, in cui si

rapprendono in

determinate forme, che rendono manifeste le cose che

desideriamo conoscere.

Anticamente esistevano sorgenti, da cui si ricavavano presagi

delle cose

future, come quella che ancora si trova a Patrasso, in Acaia, e

quella che

Epidauro chiama fontana di Giunone, di cui parleremo a lungo in

seguito nel

trattare degli oracoli. Citiamo altresì i presagi tratti dai

pesci, come si

praticava una volta in un luogo chiamato Dina in Licia. Si

scavava un

fossatello nella sabbia in un dato luogo del bosco di Apollo

nelle vicinanze

del mare e per conoscere l'avvenire bastava gettarvi copia di

cibarie.

L'escavazione si riempiva d'acqua e si popolava di pesci

ammirabili e

sconosciuti e dalle loro forme gl'indovini ritraevano i loro

presagi. Ateneo,

nelle istorie dei Licii di Policarmo, ne cita parecchi esempi.

L'aeromanzia fa divinare con gli aspetti dell'aria, la

direzione dei venti,

gli arcobaleni, gli aloni lunari, le nuvole, le immagini che si

delineano

nelle nuvole, le visioni aeree.

La piromanzia fa divinare con gli aspetti del fuoco, le comete,

i colori del

fuoco, le visioni che si formano nel fuoco. La moglie di

Cicerone predisse in

tal modo al marito che l'anno appresso sarebbe stato eletto

console e ciò

perchè‚ nel fissare lo sguardo sulle ceneri di un sacrificio,

la fiamma se ne

sprigionò repente. Plinio dice che i fuochi terrestri

un po' sbiaditi e rumorosi pronosticano le tempeste e quando

piove, se la

fiamma oscilla, è segno di vento. Lo stesso dicasi quando, nel

togliere una

pentola dal fuoco, vi si attacchi qualche po' di brace, o

quando un fuoco

estinto tramandi improvvise scintille, o quando la cenere si

accumuli in un

fornello, o quando il carbone riluca molto. Menzioniamo anche

la capnomanzia,

così chiamata dal fumo e derivata dall'osservazione

contemporanea della fiamma

e del fuoco, nei loro colori suoni e movimenti, nonch‚ nella

loro direzione,

come Stazio descrive nei seguenti versi:

Vincatur pietas, pone eia altaria virgo, quaeramus superos,

facit illa acieque

sagaci sanguineos flammarum apices, genitumque per auras ignem,

et clara tamen

mediae fastigia lucis orta, docet tunc in speciem serpentis

inanem ancipiti

gyro volvi, frangique rubore.

Già presso gli Apolloniati venivano tratti presagi dai crateri

dell'Etna e dai

campi delle Ninfe, dal fuoco e dalle fiamme che significavano

gioia se

accettavano quanto vi si gettava e tristezza se rifiutavano

comunicarsi al

combustibile largito. Ne riparleremo più diffusamente nel

trattare degli

oracoli.

CAPITOLO LVIII.

Del modo di far rivivere i morti del prolungato dormire

e dell'inedia.

I filosofi arabi sono concordi nel convenire che v'abbiano

uomini capaci di

elevarsi sopra le forze del corpo e sopra quelle sensitive e,

avendole

sorpassate, capaci di ricevere la virtù e il potere divino con

l'ausilio della

perfezione celeste e delle intelligenze superiori. Le anime

degli uomini

essendo eterne e ogni spirito obbedendo alle anime perfette, i

magi stimano

che gli uomini perfetti possano, con le forze della loro anima,

restituire ai

corpi moribondi le anime inferiori e farle rivivere, nello

stesso modo che una

donnola

morta ritorna in vita alla voce del padre o della madre e i

leoni rivivificano

i loro piccoli col loro fiato. E siccome, come essi

riferiscono, tutto ciò che

v'ha di simile applicato a cose simiglianti ne rende efficace

la natura e

tutto ciò che riceve alcun agente assume i caratteri di tale

agente, così essi

stimano che certe erbe possano contribuire non poco a

vivificare, o certe

composizioni magiche, come quelle che si preparano con le

ceneri della fenice

e con le spoglie dei serpenti, cose che sembrerebbero favole e

impossibili a

molti, se la storia non ce le confermasse. Perchè‚ questa ci

documenta come non

poche persone, dopo essere state annegate, gettate nel fuoco,

uccise in

combattimento, o in cento altri modi, sieno poi ritornate in

vita. Plinio ci

parla del console Aviola, di Lucio Lamia, di Celio Tuberon, di

Corsidio, di

Gabieno e di molti altri. Leggiamo pure ch'Esopo, il famoso

favolista,

Tindoride, Ercole e i gemelli Palici, figli di Giove e di

Talia, furono

risuscitati e di altri molti a cui i magi e i medici hanno reso

la vita, come

le istorie dicono di Esculapio e come noi già abbiamo riferito

da Giuba di

Xanto, di Tillone, d'un certo Arabo e di Apollonio di Tiana. E'

anche noto che

un certo Glauco risuscitò merc‚ l'erba detta del drago e altri

avendo gustato

d'una certa droga mielata. Apuleio parla di Zachla, profeta

egiziano, che

collocò un'erba sulla bocca del cadavere e un'altra sul petto e

dopo aver

fissato il sole levante e implorato tacitamente l'astro,

dispose il viso del

defunto così che facesse fronte ai riguardanti e allora il suo

petto cominciò

a gonfiarsi e a sollevarsi, il cuore a battere e, lo spirito

essendo rientrato

nel corpo, il cadavere si levò su e il fanciullo parlò.

Se tali cose sono vere, bisogna ritenere che qualche volta le

anime dei

moribondi sieno immerse in estasi accentuate e private d'ogni

stimolo

corporale, così che la vita i sensi e il movimento abbandonino

il corpo, pur

non essendo l'uomo completamento estinto, ma solo giacente

esanime. E' noto

come in tempi di pestilenza sia accaduto che non poche persone

che si

portavano a seppellire, ritornassero in vita nelle loro tombe e

come ciò sia

anche successo a parecchie donne in seguito a strozzamento

della matrice.

Rabi Moyse, nel libro di Galeno, dice che un uomo, per

soffocazione, rimase

durante sei giorni senza mangiare n‚

bere e che le sue arterie s'indurirono. Dice anche nello stesso

libro che in

seguito a una replezione un uomo può perdere il battito del

polso e ogni

movimento del corpo, il suo cuore può arrestarsi e diventare

come morto. Così

pure una persona che cada da un luogo elevato, o che sia

rimasta a lungo

nell'acqua, può restare immersa in una sincope della durata di

quarantotto

ore, durante la quale è come un cadavere e il volto le si copre

d'una polvere

verde. E narra d'un tale che fu seppellito settantadue ore dopo

la morte e che

pure era vivo e indica il modo per poter riconoscere tali

persone vive e tanto

simili a persone morte, le quali finiscono per estinguersi

realmente se non

vengono soccorse con la flebotomia o con altri rimedi. Son cose

queste però

che accadono assai di rado.

In tal modo noi intendiamo la possibilità poi magi e pei medici

di far

rivivere gli estinti, come un tempo coloro che avevano perduto

la vita per

essere stati morsicati da qualche serpente, la riacquistavano

per opera dei

Marsi e dei Psilli. Ne bisogna credere che simili estasi

possano protrarsi a

lungo senza troncare definitivamente la vita. E, sebbene sia

appena credibile,

leggiamo negli storiografi più reputati che alcune persone

hanno dormito per

parecchi anni, destandosi poi così giovani come lo erano al

momento di

addormentarsi. Plinio cita l'esempio di quel giovanetto che

essendo

travagliato dal caldo e affaticato dal lungo cammino, si

addormentò dentro una

caverna e si destò dopo cinquantasette anni. La stessa cosa si

legge

d'Epimenide Gnosio, da cui è derivato il detto: dormire più di

Epimenide.

Damasceno dice che ai suoi tempi un contadino, in Alemagna, si

pose a giacere

stanco su un mucchio di fieno e vi restò a dormire durante

tutto l'autunno e

l'inverno successivo, destandosi solo all'estate seguente. Le

istorie sacre

fanno menzione dei sette dormenti che dormirono per

centonovantasei anni. In

Norvegia, sotto una ripa scoscesa, esiste un antro, in cui,

secondo Paolo

Diacono e Metodio Martire, sette uomini rimasero a dormire

allungo senza

corrompersi e coloro che vi entravano per arrecar loro

nocumento ne avevano

subito le membra rattratte, tanto che gli abitanti del paese,

spaventati,

smisero dal molestarli. Xenocrate, che non occupa uno dei posti

inferiori tra

i filosofi, opina che sonni così lunghi sieno un castigo

inflitto dall'Eterno.

Damasceno, con molte argomentazioni, prova che ciò può avvenire

naturalmente e

la sua opinione non è sragionevole, perchè‚ se la cosa è

possibile agli

animali, che parecchi mesi possono restare addormentati senza

prender cibo o

bevanda e senza rispandere deiezioni o corrompersi, potrà

esserlo pur anco per

l'uomo, sia in seguito all'assorbimento di qualche veleno, sia

per malattia

soporifera, sia per qualche spavento, per parecchi giorni o

mesi od anni,

secondo l'intenzione o la remissione delle forze e delle

passioni della sua

anima.

I medici affermano che l'uso di certe sostanze possa far

resistere a lungo

l'organismo senza inserimento di alcun cibo, come avvenne a

Elia, che, dopo

aver mangiato una certa cosa apportatagli da un angelo, pot‚

camminare e

digiunare per lo spazio di quaranta giorni in virtù di tale

nutrimento.

Giovanni Boccaccio dice che al tempo suo v'era un tale a

Venezia che usava

digiunare ogni anno quaranta giorni e, cosa ancora più

sorprendente, che una

donna della Bassa Germania aveva vissuto sino ai trenta anni

senza aver preso

alcun cibo. Il che sembrerebbe incredibile, se non fosse

confermato

dall'esempio dello svizzero Nicola Di Sasso, vissuto

notoriamente in un eremo

per ventidue anni nel digiuno più assoluto, sino alla sua

morte. Teofrasto ci

parla di un certo Filino, che non aveva mai ingerito altro cibo

o bevanda

all'infuori del latte e autori illustri e degni di fede

assicurano che v'ha

un'erba detta di Sparta, di cui usano gli Sciti, la quale,

gustata o

semplicemente tenuta in bocca, consente di restar dodici giorni

senza bere e

senza mangiare.

CAPITOLO LIX.

Della divinazione a mezzo dei sogni.

V'ha una specie di divinazione che si compie dormendo o

sognando, la quale è

provata dalla tradizione dei filosofi, dall'autorità dei

teologi, dalle

narrazioni degli storici e dall'esperienza giornaliera.

Per sogno io non intendo già una visione o un'apparizione, cose

vane e prive

di significato divinatorio, originate dai residui della veglia

e dal

turbamento del corpo, tutte le volte che per la posizione

comoda o scomoda del

corpo e le vicende della fortuna l'anima si occupa dormendo di

quanto lo ha

affaticato da sveglio. Ma chiamo sogno le visioni causate dagli

influssi dei

corpi celesti sopra lo spirito fantastico, quando anima e corpo

sono in buona

salute. Gli astrologhi, nei loro trattati, insegnano a

interpretarli; ma le

regole enunciate non sono sufficienti, perchè‚ tali sogni

provengono da cause

differenti e sono largiti a differenti persone, secondo le

disperse qualità

dello spirito fantastico e la sua disposizione momentanea.

Perciò non è

possibile enunciare regole costanti e uniche d'interpretazione,

applicabili

uniformemente a tutti i sogni di ciascun uomo, ma solo, secondo

l'opinione di

Sinesio, quando le circostanze sieno identiche nelle cose e

simili in quelle

simili, dimodoch‚ chi spesso si imbatte nella stessa, o in

consimile visione,

designi la stessa o consimile sentenza, passione, fortuna,

azione, evento.

Come dice Aristotile la memoria è rinsaldata dalla sensazione,

dalla memoria

deriva la conoscenza e da più conoscenze acquisite procedono e

prosperano le

arti e le scienze. In riguardo ai sogni il procedimento è

identico e perciò

Sinesio esorta ad analizzare i propri sogni e a rilevarne le

conseguenze, vale

a dire a stabilire i rapporti intercorrenti tra la causa e

l'effetto. Perciò

occorre ricordarsi bene i particolari dei sogni, porli a

raffronto con le

visioni successive e dall'accumulazione metodica delle proprie

osservazioni

ciascuno potrà pervenire poco a poco a interpretare i propri

sogni e a

ricavarne esatti presagi.

I sogni più efficaci e di più sicura realizzazione si hanno

quando la luna

percorre il segno in cui era nella nona radice della natività o

della

rivoluzione di quell'anno, o nel nono segno dal segno della

perfezione. E la

più efficace divinazione dei sogni non proviene dalla natura o

dalla scienza

degli uomini ma, purificate le menti, dall'ispirazione divina.

Ma discuteremo

altrove quanto spetta ai vaticini e agli oracoli.

CAPITOLO LX.

Del furore e delle divinazioni compiute allo stato di veglia e

del potere

dell'umore melanconico, col quale è possibile

talora far sì che i demoni s'introducano nel corpo umano.

E' possibile divinare il futuro anche desti, purch‚ lo spirito

venga esaltato

da dati pensieri e Aristotile chiama furore simile specie di

divinazione e

l'attribuisce all'umore melanconico, dicendo nel suo trattato

Della

Divinazione:

I melanconici, per la loro veemenza, congetturano e divinano

benissimo e

ricevono facilmente le impressioni dei corpi celesti. E nei

Problemi dice che

le Sibille, le Baccanti, Nicerato di Siracusa e Amone hanno

poetato e

presagito il futuro per la forza del loro umore melanconico.

Non si tratta

però di quell'umore melanconico chiamato bile nera, che i

fisiologhi e i

medici assicurano capace di servire da richiamo ai demoni

maligni, ma sibbene

di quell'umore detto bile naturale bianca, che, entrando in

combustione,

eccita il furore che ci conduce alla scienza e alla

divinazione, sopratutto se

fortificato da alcuna influenza celeste e in particolare da

quella di Saturno

che, essendo freddo e secco come è lo stesso umore, vale ad

aumentarlo a

conservarlo e ad esaltarlo. Inoltre Saturno, essendo l'autore

stesso della

contemplazione arcana ed alieno dagli affari pubblici e il più

alto dei

pianeti, storna le anime dalle occupazioni esteriori, le

trascina verso le

meditazioni interiori, le attira verso le cose future, come

intende Aristotile

nel suo libro dei Problemi.

In virtù della melanconia, egli dice, molti uomini son divenuti

indovini e

hanno presagito il futuro e altri hanno poetato. Di più dice

che tutti coloro

che si sono distinti nelle scienze erano per lo più

melanconici. Democrito e

Platone condividono tale opinione e asseriscono che molti

melanconici hanno

tanta spiritualità da sembrare più che uomini divinità.

Alcuni melanconici, d'ordinario grossolani inabili e dotati di

scarso

spiritualismo, quali Esiodo, Ione di Chio, Tinnico, il

Calcidico, Omero e

Lucrezio, trasportati da improvviso furore, diventano poeti e

creano opere

tanto ammirevoli che appena essi stessi giungono a intenderle,

come asserisce

il divino Platone nell'Ione.

Quasi tutti i poeti, egli dice, svanito che sia il loro

trasporto, non

comprendono quanto hanno scritto, quantunque abbiano scritto

bene e con

competenza sulle più svariate materie.

Si dice anche che l'umore melanconico abbia tanto potere da

costringere gli

spiriti celesti a incarnarsi nel corpo umano, così che gli

uomini melanconici

parlano e agiscono sotto la loro ispirazione superiore, secondo

le tre

modalità dell'anima, l'immaginativa la razionale e la mentale.

L'anima,

esaltata dall'umore melanconico, rompe le pastoie delle membra

e del corpo e

si effonde tutta nel dominio della immaginazione, divenendo

ricetto dei demoni

di ordine inferiore, da cui spesso apprende le arti più

sottili. Perciò spesso

è dato vedere un uomo ignorante e grossolano trasformarsi in

abile pittore, in

eccellente architetto, o in altro artista di vaglia. E quando

tali sorta di

spiriti volgono la nostra immaginativa verso il futuro, ci

consentono vedere i

cangiamenti del tempo, come la pioggia, gli uragani, le

inondazioni, i

terremoti, le mortalità, le carestie, i massacri e altre simili

cose.

Leggiamo in Aulo Gellio, che il prete Cornelio, invasato a

Padova da tale

speciale furore nel tempo in cui le armate di Cesare e di

Pompeo stavano a

fronte, aveva profetato in anticipo l'epoca e l'esito della

battaglia.

Quando l'anima si converte nella parte razionale, essa diviene

ricetto agli

spiriti aerei del secondo ordine e col loro ausilio acquista la

conoscenza e

il dominio delle cose naturali e umane, nonch‚ la saggezza.

Così un uomo

diviene d'un tratto un gran filosofo, un abile medico, o un

eloquente oratore

e la stessa causa fa che altri possa predire quanto riguarda

l'assetto e le

vicende dei reami e dei popoli. Quando poi l'anima si eleva

tutta nella mente,

divenendo così la dimora degli spiriti superiori e sublimi, ne

trae la

conoscenza dei secreti delle cose divine, cioè la legge eterna,

le gerarchie

angeliche, la salvezza delle anime, presagendo ciò che dipende

dalla

provvidenza celeste, vale a dire i prodigi e i miracoli, i

profeti futuri, i

cangiamenti di fede.

In tal modo le Sibille hanno potuto predire con grande anticipo

la venuta del

Cristo e Virgilio, ricordando la Sibilla Cumana e sentendo

prossimo l'avvento

di Gesù, cantò a Pollione:

Ultima Cumaei jam venit carminis aetas, magnus ab integro

seclorum nascitur

ordo. Jam redit et Virgo, redeant Saturnia regna, jam nova

progenies coelo

dimittitur alto.

Più avanti parla del riscatto del peccato originale:

Te duce Si qua manent sceleris vestigia nostri irrita, perpetuo

solvent

formidine terras. Ille deum vitam accipiet, divisque videbit

permixtos heroes

et ipse videbitur illis, pacatumque reget patriis virtutibus

orbem.

E accenna alla distruzione del serpente e del veleno

dell'albero mortifero

della scienza del bene e del male:

Occidet et serpens et fallax herba veneri.

Come pure all'impronta del peccato originale, che non potrà

essere del tutto

cancellata:

Pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis.

Infine, inneggiando iperbolicamente alla venuta del Salvatore,

così rende

onore al Figliuolo di Dio:

Chara deum soboles magnum Jovis incrementum aspice convexo

nutantem pondere

mundum et terras, tractusque maris, coelumque profundum, aspice

venturo

laetentur ut omnia seclo. O mihi tam longe maneat pars ultima

vitae, spiritus

et quantum sat erit tua dicere facta.

V'hanno anche predizioni che possono classificarsi tra la

divinazione naturale

e la soprannaturale, come quelle di coloro che, giunti alla più

tarda età e in

procinto di morire hanno la visione del futuro, perchè‚,

secondo Platone nella

sua Repubblica, coloro che hanno i sensi meno eccitati

intendono meglio e

penetrano più le cose e i loro legami essendo già come

rilanciati e non

essendo più soggetti all'impaccio del corpo, ricevono più

facilmente la luce

delle rivelazioni divine.

CAPITOLO LXI.

Della fonazione dell'uomo, dei sensi esteriori e interiori,

della mente, delle

tre specie di appetenze dell'anima e delle passioni della

volontà.

Alcuni teologi credono che Dio non abbia creato dal nulla il

corpo del primo

uomo, ma che si sia valso per formarlo dei cieli e degli

elementi. Alcinoo,

che seguiva la dottrina di Platone, è anch'esso di tal parere e

crede Iddio

creatore soprano dell'universo delle divinità e dei demoni,

esse tutte che

sono immortali, mentre le divinità inferiori hanno creato il

resto e tutti gli

animali, i quali, se fossero stati creati da Lui, sarebbero

Stati egualmente

immortali. Le divinità minori dunque, mescolando elementi

tratti dalla terra,

dal fuoco, dall'aria e dall'acqua e amalgamandoli, ne hanno

composto un

involucro per l'anima, attribuendo a ciascuna caratteristica

dell'anima una

data parte del corpo, come la collera al cuore e la

concupiscenza al ventre, e

riservando alla testa i sensi più nobili e gli organi della

parola.

I sensi si dividono in esteriori e in interiori. Gli esteriori

sono cinque e

ben noti a tutti e i più puri sono quelli collocati nelle parti

più elevate

del Corpo. Primo fra tutti la vista, che si esercita merc‚ gli

occhi, posti

nel luogo più elevato del corpo e alimentati naturalmente dalla

luce e dal

fuoco naturale. Seguono le orecchie, comparabili all'aria; poi

le narici che

occupano il terzo posto tra l'aria e l'acqua; poi l'organo del

gusto, più

grossolano e affatto simile all'acqua, infine, all'ultimo

posto, il tatto che

è diffuso a tutto il corpo e a cui si attribuisce la

grossolanità e la

pesantezza della terra.

I sensi più puri sono quelli che, senza accostarsi troppo alle

cose naturali,

ne hanno la percezione e ne restano impressionati. Tali la

vista e l'udito.

Anche l'odorato funziona senza contatto immediato, ma il gusto

invece non

percepisce nulla di ciò che gli è lontano. Il tatto ha le due

qualità perchè‚

esso sente i corpi che gli si avvicinano e come la vista scorge

le cose da

lontano, così pure esso, con l'aiuto d'una verga o d'un

bastone, percepisce

senza contatto immediato le cose dure o molli o umide. Il tatto

è comune a

tutti gli animali, ma nell'uomo è più sicuro e lo stesso dicasi

del gusto che

nell'uomo è più delicato. Molti altri animali però hanno gli

altri tre sensi

più sviluppati che nell'uomo.

Così il cane vede ode e odora meglio dell'uomo e le linci e le

aquile hanno la

vista più acuta di quella di altri animali e dell'uomo.

I sensi interiori, secondo l'opinione di Averroe, sono quattro

e il primo è

detto senso comune, perchè‚ riceve raccoglie e perfeziona tutte

le immagini

percepite coi sensi esteriori. Il secondo è la virtù

immaginativa, che ha il

compito di ritenere le immagini ricevute dai primi sensi e di

trasmetterle a

una terza specie di senso, che è la fantasia, o la forza e il

potere di

crescere e di pensare. La fantasia ha il compito, una volta

ricevute le

immagini, di comprenderle e di giudicarne la provenienza,

confidando poi alla

memoria, che è il quarto senso interiore, le sensazioni

coordinate comprese e

giudicate. La fantasia ci fa scorgere in sogno gli eventi

futuri. Essa

costituisce l'ultima orma dell'intelligenza, perchè‚, come dice

Giamblico,

essendo nata da tutte le forze dello spirito, crea ogni sorta

d'immagini di

rassomiglianze e di atteggiamenti e fa credere ciò che vien

mostrato dai sensi

e ciò che proviene dall'intendimento. Essa riceve da tutti gli

altri sensi le

immagini, le riunisce, le avviva, le pone a confronto, plasma o

crea tutti i

moti dell'anima, coordinando quelli esteriori con gli

interiori, e impressiona

i corpi.

Tutti questi sensi hanno i loro organi nella testa. Il senso

comune e

l'immaginazione occupano le prime cellule cerebrali, quantunque

Aristotile

abbia preteso esser il cuore l'organo generativo del senso

comune; il

pensiero, o la facoltà di pensare, occupa la sommità e il mezzo

del cervello e

la memoria la parte posteriore. Gli organi della voce sono

multipli: l'interno

del petto tra le costole, i muscoli, il torace, il polmone, la

trachea, la

gola. La bocca è l'organo generativo della parola; la lingua

articola il suono

con lo schiudersi dei denti e delle labbra, a somiglianza delle

corde della

lira. Il naso infine contribuisce alla formazione di un suono

buono o cattivo.

Al di sopra dell'anima che esplica le sue forze per mezzo degli

organi del

corpo, il posto supremo è tenuto dalla mente incorporea stessa.

Tale spirito

ha due sorta di nature. L'una, che ricerca le cose contenute

nell'ordine della

natura, scrutandone le cause le proprietà e i progressi, che

consiste nella

contemplazione e nella ricerca della verità e che per tal

motivo viene

chiamata lo spirito contemplativo. L'altra che discerne le cose

da compiere o

da evitare, che non è intenta che a consultare e ad agire e che

perciò vien

chiamata l'intelletto lo spirito o l'intendimento attivo.

La natura ha dunque fatto si che merc‚ i sensi esteriori sia

possibile

conoscere le cose corporali e merc‚ i sensi interiori anche le

similitudini

dei corpi ed infine per mezzo della mente o intelletto le cose

che non sono

corpi n‚ alcunch‚ di simigliante a un corpo. Seguendo queste

tre specie

d'ordini di possanze dell'anima, nascono nell'anima tre sorta

di appetenze. La

prima è naturale ed è una certa inclinazione della natura a

tendere alla sua

fine, così come la pietra tende a cadere al basso, inclinazione

che si

riscontra in tutte le cose; la seconda è animale, segue i sensi

e si divide in

irascibile e concupiscibile; la terza è intellettuale, si

chiama volontà, è

differente dal sensitivo in quanto non esiste che per s‚ stessa

e non

appetisce nulla di ciò che si offre ai sensi senza averlo in

qualche modo

compreso. Nondimeno, essendo libera di sua natura, la volontà

può anche

volgersi verso l'impossibile, come vediamo nei demoni che hanno

aspirato a

divenire eguali alla divinità. Perciò s'altera di continuo e si

deprava con la

voluttà e col dolore, cedendo alla potenze inferiori.

Depravata in tal modo, tale appetenza fa che in se stessa

nascano quattro

passioni, da cui anche il corpo è talora ossessionato, di cui

la prima si

chiama dilettazione ed

è una certa mollezza o arrendevolezza dello spirito o della

volontà, per cui

entrambi si lasciano attrarre volentieri verso le dolcezze

promesse loro dai

sensi. Perciò viene definita una. inclinazione dello spirito al

piacere che

snerva e avvilisce. La seconda si chiama effusione ed è un

rilasciamento o una

dissoluzione della virtù e della forza, che si produce allorch‚

lo spirito si

abbandona per intero alla dolcezza d'un bene presente e se ne

esalta per

gioirne. La terza si chiama iattanza ed è un trasporto di gioia

per

l'acquisizione immaginaria o reale di qualche gran bene. La

quarta e ultima è

la malevolenza ed è un certo diletto che si prova per le

sventure e per i mali

altrui, senza ricavarne alcun profitto personale. Perchè‚ se

alcuno si rallegra

del male altrui in vista d'un proprio vantaggio, tale

sentimento proverrebbe

piuttosto da una benevolenza verso s‚ stesso, che da una

malevolenza verso

altri.

Il dolore poi genera quattro passioni contrarie a quelle

generate

dall'appetenza sregolata del piacere, ossia l'orrore, la

tristezza, il timore

e il dispetto o dispiacere che si concepisce nell'osservare un

bene che si

riversa su altri senza che noi se ne abbia danno e che si

chiama invidia, vale

a dire una tristezza per la felicità altrui, opposta alla

misericordia, che è

una afflizione pei mali altrui.

CAPITOLO LXII.

Delle passioni dell'anima, della loro origine, della loro

differenza e delle

loro specie.

Le passioni dell'anima non sono che certi movimenti o

inclinazioni provenienti

dal considerare alcunch‚ come buono o cattivo, come conveniente

o no. Tali

inclinazioni sono di tre specie: sensuali razionali e mentali,

che suscitano

tre sorta di passioni nell'anima. Spesso esse seguono

un'apprensione sensitiva

e allora considerano un bene o un male temporale sotto

l'aspetto della

comodità o dell'incomodità, del dilettevole o del dannoso e

vengono chiamate

passioni naturali o animali. Talora provengono da

un'apprensione razionale e vedono il bene e il male come virtù

o vizio,

lusinga o biasimo, utilità o inutilità, onestà o disonestà, e

vengono chiamate

passioni razionali o volontarie (qualche volta seguono

l'apprensione mentale e

scrutano il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, il vero e

il falso e

allora si chiamano passioni intellettuali, o sinderesi.

Ciò che è oggetto delle passioni dell'anima è la forza

concupiscente

dell'anima, che si divide in concupiscibile e in irascibile e

entrambe

scrutano il bene e il male, ma in modo diverso. Perchè‚ la

parte concupiscibile

osserva talora il bene e il male in modo assoluto e ciò causa

l'amore, o

inclinazione violenta, e al contrario l'odio; ovvero giudica un

bene

irraggiungibile o lontano e ne deriva la cupidigia, o il

desiderio e il male

non presenti ma prossimi a giungere, e ne deriva l'orrore la

fuga e

l'abbominazione; ovvero infine considera il bene e il male come

presenti e

acquisiti e ne derivano il piacere, la gioia e le delizie da un

lato e

dall'altro la tristezza la pena e il dolore.

La parte irascibile invece considera il bene il male come

alcunch‚ di

difficile acquisizione o d'inevitabile e da ciò deriva la

speranza e l'ardire,

talora la diffidenza che origina la disperazione e la paura o

il timore.

Qualche volta la forza irascibile da' luogo alla vendetta

originata da un male

passato o da un torto o da un'ingiuria patita, da cui proviene

la collera.

In tal modo nello spirito, noi possiamo riscontrare undici

passioni: l'amore,

l'odio, il desiderio, l'orrore, la gioia, la tristezza, la

speranza, la

disperazione, l'ardimento, il timore e la collera.

CAPITOLO LXII

In che modo le passioni dell'anima giungano a modificare il

corpo istesso e a

commuovere lo spirito.

Quando le passioni dell'anima provengono da un'apprensione

sensuale, esse sono

governate dall'immaginazione o fantasia. E la fantasia, o virtù

immaginativa,

col dominio che esercita sulle diverse passioni, altera in modo

sensibile lo

stesso corpo, proiettando lo spirito in alto o in basso,

all'esteriore o

all'interiore e producendo qualità differenti nelle varie

membra. Così la

gioia esalta gli spiriti, il timore li deprime, la vergogna li

fa affluire al

cervello. Nella gioia il cuore si dilata poco a poco verso

l'esteriore, nella

tristezza si restringe poco a poco verso l'interiore e lo

stesso avviene nella

collera e nel timore, ma bruscamente. L'ira e il desiderio

della vendetta

producono anche il calore, il rossore, l'amarezza, i flussi del

ventre. Il

timore apporta il freddo, la palpitazione del cuore, la perdita

della voce e

il pallore. La tristezza fa sudare e diventare lividi. La

compassione, che è

una specie di tristezza, atteggia spesso il corpo così da

sembrar quasi

divenire il corpo del compassionato ed è comune fra gli amanti

veramente

appassionati che quanto soffra l'uno sia egualmente sofferto

dall'altro.

L'ansietà disecca e annerisce, ne i medici ignorano gli

accrescimenti di

temperatura del fegato e del polso che accompagnano il mal

d'amore. In tal

modo Nausistrato pot‚ riconoscere l'amore appassionato di

Antioco per

Stratonice. E' anche accertato che le passioni, esaltate sino

alla violenza,

possano causare la morte ed è ben noto che talora si possa

morire per eccesso

di gioia, di paura, d'amore e d'odio.

Si legge nell'istoria, che Sofocle e Dionisio, tiranno di

Siracusa, morirono

d'improvviso nell'apprendere la nuova della loro disfatta. Una

madre si spense

per la gioia d'aver veduto il figlio ritornare dalla battaglia

di Canne.

Numerosi cani sono morti pel dispiacere di aver perduto il loro

padrone.

Le passioni generano anche lunghe malattie da cui si guarisce

talora. V'ha chi

trema nel guardare da un luogo molto elevato, diventando come

insensato e

smarrendone i sensi. E dalle passioni provengono i singulti, le

febbri,

l'epilessia e talvolta esse producono effetti meravigliosi,

come accadde al

figlio di Creso, nato muto, a cui una paura violenta diede la

favella. Spesso

così le passioni ci sorprendono d'improvviso e la vita, i

sensi, il moto e le

membra ci abbandonano e ci vengono meno d'un tratto e spesso

altresì ci

vengono resi di botto. Alessandro il Grande ci ha lasciato

esempio di ciò che

possa l'ira: accoppiata all'estremo ardire, allorch‚,

accerchiato durante uno

scontro, in India, schizzò fiamme dal corpo. La storia ci parla

anche del

padre di Teodorico, che emanava dalla persona scintille

luminose che

s'irraggiavano d'ogni lato. E cose simili pare che Sia

possibile riscontrare

tra gli animali, citandosene ad esempio il cavallo di Tiberio,

che eruttava

fiamme dalla bocca.

CAPITOLO LXIV

Come le passioni dell'anima modifichino il corpo con la

rassomiglianza e

l'imitazione, delle trasformazioni e translazioni umane e del

vigore che ha il

potere immaginativo non solo sul corpo ma anche sull'anima.

Le passioni alterano talora un corpo per virtù imitativa

eccitata da

un'immaginazione viva e violenta, come quando si hanno i denti

allegati per

aver visto altri mangiare alcunch‚ di agro. Lo stesso avviene

quando si

sbadiglia osservando altri sbadigliare e v'hanno persone a cui

la lingua

diventa acida udendo nominare qualche sostanza acida. Così la

vista di alcuna

cosa disgustosa provoca la nausea e molti si sentono venir meno

nel veder

scorrere il sangue umano e altri nel veder presentare ad alcuno

qualche cibo

amaro, sentono la loro saliva divenire amara. Guglielmo di

Parigi narra di

aver conosciuto una persona, la quale, quand'era inferma, non

prendeva

materialmente le medicine del caso, ma ne riceveva benefizio,

in virtù della

rassomiglianza, solo pensando a esse. Per la stessa ragione

coloro che si

scorgono bruciare in sogno, o essere attorniati dal fuoco,

soffrono spesso

insopportabilmente come se in effetti bruciassero e ciò per la

semplice

rassomiglianza immaginativa. Talvolta pure i corpi umani si

trasformano, si

trasfigurano e si traslatano, spesso in sogno e più raramente

allo stato di

veglia. Così Cippo, che doveva essere eletto re d'Italia, dopo

aver osservato

con eccessivo interesse un combattimento di tori e avendo

seguitato a pensarvi

in sogno, si destò all'indomani munito di corna, il che avvenne

per la virtù

vegetativa eccitata dall'immaginazione esaltata, che

sospinse gli umori fino al suo capo, originandovi le corna.

Perchè‚ quando

un'immaginazione vivace e veemente commove violentemente un

essere, suscita in

esso l'immagine della cosa pensata, che si riproduce nel

sangue, il quale a

sua volta la imprime in tutte le membra che nutrisce. In tal

modo

l'immaginazione d'una donna incinta imprime sul nascituro

l'impronta della

cosa desiderata e l'immaginazione d'un uomo morso da un cane

arrabbiato

imprime nella sua orina l'immagine di un cane arrabbiato. Per

le stesse cause

molti invecchiano rapidamente e un bimbo, nello spazio d'una

notte, divenne un

uomo maturo.

Molti vogliono riferire a ciò le cicatrici di Dagoberto e le

stimmate di San

Francesco, il primo per aver a lungo paventato un attacco e il

secondo per

aver contemplato ardentemente le piaghe del Cristo. E v'hanno

non pochi uomini

che son trasportati dall'uno all'altro luogo attraverso i

fiumi, le fiamme e i

luoghi più inaccessibili e ciò avviene quando alcuna

concupiscenza violenta, o

qualche timore, o uno smodato ardire, imprimendo di s‚ gli

spiriti e generando

vapori, abbia esaltato l'organo del tatto con la fantasia, che

è il principio

del movimento locale. Perciò le membra e gli organi del

movimento sono

eccitati al moto e son commossi e sospinti verso il luogo

immaginato non dalla

vista ma dalla fantasia interiore e tale è l'impero esercitato

dall'anima sul

corpo, da poterlo trascinare ovunque essa voglia immaginando o

sognando.

Numerosi esempi possono dimostrarci tal dominio dello spirito

sul corpo.

Avicenna ci parla d'un uomo che poteva divenire paralitico a

piacimento. Gallo

Vibio, volendo simulare la pazzia, divenne realmente folle e

Sant'Agostino

dice che vi sono stati uomini capaci di muovere a piacere le

loro orecchie e

altri capaci di sudare a volontà. Molti piangono quando lo

vogliono, molti

rigettano a piacimento come da un sacco tutto il cibo ingerito,

molti sanno

contraffare così bene le voci degli uccelli degli animali e

degli stessi

uomini da destar meraviglia. Plinio racconta di donne cangiate

in uomini,

citandone più casi e Pontano dice che ciò è accaduto ai suoi

tempi a due

donne, una certa Gaetana e una certa Emilia, le quali, parecchi

anni dopo il

matrimonio, furono trasformate in uomini. Nessuno ignora quanto

possa

sull'anima la forza dell'immaginazione, che è più prossima dei

sensi alla sua

sostanza e che quindi agisce più sull'anima che sui sensi. E'

facile perciò

costringere una donna ad amare appassionatamente alcuno merc‚

le immaginazioni

i sogni e le suggestioni e si dice che un solo sogno sia stato

sufficiente a

innamorare Medea di Giasone.

Ugualmente spesso, per effetto di un'attivissima immaginativa,

l'anima può

astrarsi affatto dal corpo e Celso riferisce d'un ecclesiastico

che usciva

fuor di s'è tutte le volte che voleva, lasciando la spoglia

corporea come

priva di vita, in modo da restare insensibile all'azione del

fuoco e delle

punture e da non respirare più. Durante tale suo stato

d'insensibilità fisica,

egli poi dichiarava di percepire le voci dei circostanti come

provenienti da

luoghi lontanissimi.

Ma nel corso dell'opera parleremo più diffusamente di queste

astrazioni.

CAPITOLO LXV

In che modo le passioni dell'anima agiscano fuori di s‚

su un altro corpo.

Le passioni dell'anima che sono subordinate alla fantasia,

quando sono

veementi, possono operare non solo sul proprio corpo ma anche

su un corpo

estraneo, in modo da impressionare già gli elementi e guarire o

procurare le

infermità spirituali e corporali. Così un'anima forte e

esaltata può largire

la salute o la malattia, oltre che al proprio corpo anche ai

corpi estranei.

Avicenna crede che un cammello cada vedendone cadere un altro e

nelle orine di

chi sia stato morso da un cane arrabbiato si delineano immagini

di cani.

Similmente la voglia d'una donna incinta agisce su un corpo

estraneo e ne

imprime l'immagine sul nascituro, derivandone così buon numero

di generazioni

mostruose. Marco Damasceno narra d'una ragazza nativa di

Pietrasanta,

villaggio in territorio di Pisa, che fu presentata a Carlo re

di Boemia e

imperatore, la quale era stata generata tutta coperta di pelo

come una bestia

selvatica per aver la madre avuto costantemente sotto occhio un

dipinto di San

Giovanni Battista, collocato di fronte al suo letto.

Casi simili si riscontrano anche tra gli animali. Così

apprendiamo che le

verghe gettate nell'acqua dal patriarca. Giacobbe, valsero a

far cambiare

colore alle pecore di Labano; così la forza immaginativa dei

pavoni e degli

altri uccelli in cova vale a colorirne le ali e sfruttando tal

potere si

riesce a produrre pavoni tutti bianchi, tappezzando di bianco

l'interno delle

stie d'incubazione.

E da questi esempi già è manifesto in qual modo gli affetti

della fantasia

agiscano non solo sul proprio corpo ma sull'altrui, ove più

veementemente

intendano.

Perciò gli stregoni, solo guardando fissamente alcuno, riescono

ad affascinare

e Avicenna, Aristotile, Algazel e Galeno sono concordi in tale

opinione.

Perchè‚ è evidente che il vapore d'un corpo infermo è nocivo e

ne infetta un

altro con facilità, come constatiamo per la lebbra e per la

peste. I vapori

che si sprigionano dagli occhi hanno tanta possa da infettare e

stregare

facilmente i circostanti e un esempio ce ne offrono il

basilisco e il

catoblepas, che uccidono con lo sguardo, nonch‚ certe donne

della Scizia

dell'Illiria e del paese dei Triballi.

Non bisogna dunque stupire se uno spirito riesce ad agire sul

corpo e

sull'anima di un altro essere ed è reale l'influenza che un

uomo esercita su

un altro uomo merc‚ il suo aspetto e la potenza delle sue

passioni. Perchè‚

l'animo è assai più potente più forte fervido e valente nel

moto, che non

siano i vapori esalanti dai corpi e non mancano i mezzi per

operare; e inoltre

il corpo si sottomette all'animo altrui non meno che al corpo

altrui. In

questo modo si dice che l'uomo per mezzo del solo affetto e

dell'abito agisca

su altri. Per tale ragione i filosofi sconsigliano dal

frequentare i malvagi e

i disgraziati che hanno l'anima ripiena di cattivi effluvi

comunicabili per

contagione e raccomandano al contrario di ricercare la

compagnia dei buoni e

dei felici. Perchè‚ come ci si impregna facilmente del profumo

dell'asse fetida

o del muschio, così alcunch‚ di cattivo o di buono si rispande

pur sempre

dall'avvicinamento degli esseri umani e ciò che viene infuso

permane spesso a

lungo.

Ora se le passioni hanno tanto potere sulla fantasia,

certamente ne avranno

assai più sulla ragione, che sta al disopra della fantasia, e

ancora più sulla

mente, la quale invero, quando con tutta l'intensità dell'animo

si rivolge ai

superi per qualche beneficio, spesso apporta un qualche divino

dono tanto al

proprio corpo che all'altrui, circa quello di cui è affetta. In

tal modo

constatiamo come Apollonio, Pitagora, Empedocle, Filolao e non

pochi profeti

perfino della nostra santa religione abbiano potuto operare

miracoli, di cui

parleremo in seguito nel trattare della religione.

CAPITOLO LXVI

Come i corpi celesti accrescano il potere delle passioni

dell'anima e come la

costanza sia necessarissima in ogni genere di operazione.

Le passioni dell'anima sono validamente aiutate dai corpi

celesti, che

influiscono sul loro operare quanto più esse s'accordino col

cielo sia in un

certo modo naturale, sia per scelta volontaria o libero

arbitrio, perchè‚, come

dice Tolomeo, sembra non esservi differenza di risultati tra la

libera scelta

e la disposizione naturale. E' dunque utile, a ricevere i

benefici del cielo

in ogni sorta d'operazioni, il porsi in istato di concordanza

con esso e il

rispondere ai suoi influssi coi nostri pensieri, con le nostre

passioni, con

le nostre immaginazioni, con le nostre deliberazioni, con le

nostre

contemplazioni e altri simili atteggiamenti spirituali. Perchè‚

tali passioni

fanno inclinare il nostro spirito verso quanto rassomiglia a

esso e lo

espongono a ricever meglio le influenze celesti. In modo che lo

spirito, sia

merc‚ l'immaginazione, sia in virtù d'una speciale iniziazione,

può tanto

conformarsi a un dato astro da impregnarsi affatto dei suoi

benefici e da

divenire il ricettacolo delle sue influenze. Tale risultato non

è però

raggiungibile a mezzo del pensiero contemplativo, che si separa

da ogni senso

dall'immaginazione e dalla natura, salvo che esso non si volga

verso Saturno.

Il nostro spirito opera prodigi merc‚ la fede, che è un fermo

attaccamento una

intenzione fissa e una forte applicazione dell'operatore al

cooperatore, la

quale rinvigorisce quanto abbiamo in animo di compiere, in modo

che si forma

in noi un'immagine della virtù che deve essere ricevuta e della

cosa che deve

essere fatta da noi ed in noi.

Occorre perciò esser costanti nelle nostre operazioni lavorare

indefessamente,

immaginare, sperare e avere robusta la fede, che molto può fare

per aiutarci.

I medici hanno constatato che una ferma credenza, una speranza

che sia

certezza, la fiducia nell'uomo di scienza e nel rimedio,

contribuiscono assai

al risanare, talora più che non il rimedio stesso. In effetti

lo spirito

agente del medico può perfino modificare le qualità corporali

del malato, il

quale tanto più si dispone a ricevere la virtù del medico e del

rimedio,

quanto più ha confidenza nell'abilità di chi lo cura.

Per operare efficacemente in Magia, è dunque indispensabile

aver fede costante

e confidenza, non dubitar mai della riuscita, non esitare con

l'animo. Perchè‚

come una ferma fede produce effetti meravigliosi anche nelle

operazioni false,

così la sfiducia e l'esitazione, che sta in mezzo tra l'uno e

l'altro estremo,

dissipa e rompe la virtù dell'animo dell'operatore. Quindi

accade che ne viene

frustrato e disperso il desiderato influsso delle influenze

celesti, le quali,

senza una virtù salda e costante dell'anima, non possono unirsi

alle cose e

alle operazioni.

CAPITOLO LXVII

Come lo spirito umano possa congiungersi alle intelligenze

superiori e

imprimere insieme con essi certe virtù alle cose inferiori.

I filosofi, e principalmente gli arabi, dicono che quando lo

spirito umano sia

fortemente eccitato dalle passioni verso alcuna opera, si

congiunge con le

intelligenze superiori, derivandone alle cose e alle operazioni

una certa

virtù ammirabile, sia perchè‚ in tal modo esso tutto discerne e

tutto può, sia

perchè‚ naturalmente tutto gli obbedisce. Ciò è verificabile

nell'artificio dei

caratteri, delle immagini, degli incantesimi, degli scongiuri e

di molte altre

specie d'esperienze meravigliose e ne deriva che tutto ciò che

pensa lo

spirito d'un uomo che ami ardentemente, abbia efficacia per

l'amore e ciò che

pensa lo spirito d'un uomo che molto odii, valga a nuocere e a

distruggere. Lo

stesso dicasi d'ogni altro sentimento a cui lo spirito

s'attacchi fortemente.

Perchè‚ tutto ciò ch'esso pensi e faccia e che provenga dai

caratteri, dalle

immagini, dalle parole, dai gesti e da simili altre cose,

coadiuva le bramosie

dell'anima e riceve virtù rimarchevoli tanto dall'anima

dell'operatore,

allorch‚ questa più risente tale specie d'appetenza, che

dall'influsso celeste

che più allora esalta lo spirito.

E quando il nostro spirito si trasporta sino all'eccesso di

alcuna passione o

virtù, sa scegliere istintivamente l'ora più propizia e

l'opportunità

migliore, come dice San Tommaso d'Aquino nel suo terzo libro

contro i Gentili.

Ne derivano certe meravigliose operazioni per le grandi

affezioni in quelle

cose che l'anima in quell'ora detta in esse. Ma le cose di

questo genere non

giovano, o giovano poco, se non al loro autore, o a chi vi

propende talmente

da esserne quasi l'autore; e questo è il modo col quale se ne

trova

l'efficacia ed è regola generale che lo spirito che eccelle nel

suo desiderio

e nella sua passione, renda per s‚ più adatte e più efficaci,

verso ciò che

desidera, le cose di questo genere.

Chiunque vuole operare in magia è necessario sappia e conosca

la proprietà

della sua propria anima, la sua virtù, misura, ordine e grado

nella potenza

dell'universo stesso.

CAPITOLO LXVIII

In che modo lo spirito possa cangiare le cose inferiori

e sottometterle al desiderio personale.

Lo spirito umano ha una certa virtù di cangiare, d'attrarre e

di sottomettere

le cose e gli uomini al proprio desiderio e tutto gli obbedisce

quando sia

esaltato così da alcuna passione o virtù da superare in potenza

la cosa da

sottomettere. Ciò che è superiore sottomette ciò che è

inferiore e lo converte

a sua immagine, e l'inferiore per la stessa ragione si converte

nel superiore,

o viene in altro modo agitato o affetto. Perciò le cose che

hanno un grado

superiore di potenza astrale legano attraggono o respingono

quelle che ne

possiedono in quantità inferiore, a seconda della loro

concordanza

disposizione o differenza.

Così il leone teme il gallo, perchè‚ la virtù solare conviene

più a

quest'ultimo animale; la calamita attrae il ferro, perchè‚,

essendo collocata

sotto l'Orsa celeste, ha un grado superiore di potenza; il

diamante annulla il

potere della calamita, trovandosi Sotto l'effluvio più forte

del pianeta

Marte.

Un uomo, sia per le disposizioni e le passioni del suo spirito

che per

l'impiego delle cose naturali, il quale sappia trar profitto

dalle qualità dei

corpi celesti, sottomette e costringe l'inferiore

all'ammirazione e

all'obbedienza, quando è il più forte nella virtù solare; alla

dipendenza e

alle infermità nell'ordine della Luna; al riposo e alla

tristezza nell'ordine

di Saturno; alla venerazione in quello di Giove; al timore e

alla discordia in

quello di Marte; all'amore e alla gioia in quello di Venere;

alla persuasione

e all'ossequio in quello di Mercurio. La passione ardente e

sterminata

dell'anima, che coopera con l'ordine celeste, è la scaturigine

di tal sorta di

legame e gl'impedimenti a tal sorta di legami si ottengono

invece con

l'affetto contrario e questo più eccellente e più forte.

Così quando si teme Venere, bisogna opporle Saturno; quando

Saturno o Marte,

opporre loro Venere o Giove. Gli astrologhi dicono che tali

astri sono assai

contrari tra loro, vale a dire che originano opposte passioni

nelle cose di

quaggiù, perchè‚ in cielo, ove tutto è governato dall'amore,

non può esistere

l'odio, l'inimicizia, o la semplice contrarietà.

CAPITOLO LXIX

Dei discorsi e del potere delle parole.

Le parole e i nomi delle cose non hanno minori virtù delle

passioni dell'anima

e i discorsi complessi, che stabiliscono la principale

differenza tra l'uomo e

le bestie e che noi chiamiamo ragionevoli, nonch‚ le preghiere,

possiedono un

potere ancora più grande. Non intendiamo qui parlare di quel

raziocinio che

deriva dall'anima e che è una qualità o una capacità che

abbiamo comune con

gli animali, sebbene in grado diverso; ma bensì di quella

ragione che si

esplica merc‚ la voce nelle parole e nel discorso e che è

chiamata ragione

enunciativa, in che noi eccelliamo sopra tutti gli animali,

perchè‚ logos in

greco significa la ragione il discorso e la parola.

Il verbo è duplice, cioè interiore e proferito. La parola

interiore è la

concezione dello spirito e il movimento dell'anima che si

produce nella

potenza affine senza la voce, come quando in sogno parliamo e

disputiamo e

desti, senza profferir motto, diciamo mentalmente una

preghiera. La parola

pronunciata scaturisce dalla proprietà pronunciativa e si

produce col respiro,

con lo schiudere delle labbra, col movimento della lingua,

avendo voluto madre

natura darci il mezzo di manifestare il nostro pensiero a

coloro che son

capaci di intenderlo.

Le parole dunque costituiscono un legame tra colui che parla e

colui che

ascolta e trascinano seco non solo il concetto ma sino la virtù

di colui che

parla, virtù che si comunica all'ascoltatore spesso con tal

vigore da

influenzarlo e con esso altri corpi e perfino le cose

inanimate. Le parole

sono più efficaci, quanto meglio esprimono e rappresentano le

cose più grandi,

cioè le intellettuali le celesti e le soprannaturali e quelle

stabilite e

ordinate nella lingua più degna e rivestite della più santa

dignità. Perchè‚

tali rappresentazioni o sacramenti ritraggono il loro potere

dalle cose

celesti e soprannaturali, tanto in virtù delle cose che

esplicano e di cui

costituiscono il veicolo, quanto per la forza improntata loro

dalla virtù di

colui che le ha stabilite e pronunciate.

CAPITOLO LXX

Del potere dei nomi propri.

I nomi propri sono necessarissimi nelle operazioni magiche,

perchè‚ la forza o

virtù naturale delle cose passa anzitutto dagli oggetti ai

sensi, poi dai

sensi all'immaginazione e da questa alla mente, in cui

primieramente viene

concepita e di poi si esprime con la voce e le parole. Perciò i

platonici

dicono che la forza d'una cosa è nascosta nella voce o nella

parola stessa e

nel nome, concepito dapprima dal pensiero, come è della semente

delle cose,

maturato poi come un frutto dalla voce e dalle parole e

conservato infine

dalla scrittura.

Ciò fa dire al mago che i nomi propri delle cose sono raggi

ovunque presenti,

che serbano la loro possa sinch‚ l'essenza della cosa segnata

in essi domini e

sia discernibile e che rendono riconoscibili le cose come

configurazioni reali

e visibili. Perchè‚ come il supremo artefice produce con le

influenze del cielo

e degli elementi e con le virtù dei pianeti specie diverse e

cose particolari,

così i nomi propri delle cose, che sono la risultante delle

proprietà delle

loro influenze specifiche e dei corpi che le influenzano, sono

largiti loro da

colui che numera le stelle, come dice Cristo stesso: I vostri

nomi sono

scritti nelle stelle. Il protoplate pertanto, conoscendo questi

influssi e

queste singolari proprietà delle cose celesti, impose alle cose

nomi secondo

le loro quiddità, come è scritto nella Genesi: perchè‚ Iddio

portò avanti ad

Adamo tutte le cose che aveva creato, affinch‚ le nominasse; e

come egli

chiamò le cose, cioè ne profferì i nomi, perciò questi nomi

contengono in s‚

le forze mirabili delle cose significate.

Perciò ogni voce significativa significa anzitutto per

l'influenza

dell'armonia celeste, poi per l'imposizione dell'uomo e quando

i due

significati si riuniscono in qualche voce o nome che siano

stati imposti a un

tempo dall'armonia celeste e dall'uomo, allora un tal nome

agisce assai

efficacemente per la doppia sua virtù, la naturale e la

volontaria, le quante

volte sia profferito in tempo e luogo convenienti col

cerimoniale l'intenzione

e la natura che debbono essergli appropriati. Così è dato

leggere in

Filostrato che una ragazza, morta nel giorno delle sue nozze,

fu presentata a

Roma ad Apollonio, il quale chiese quale fosse il suo nome,

toccò il suo

corpo, la chiamò a gran voce, pronunciò alcunch‚ di segreto e

la resuscitò. I

Romani, nell'assediare qualche città, avevano costume di

chiederne il nome e

quello della divinità a cui era consacrata e con opportune

cerimonie

obbligavano le sue divinità tutelari a ritirarsi per alcun

tempo, riuscendo in

tal modo a rendersi padroni della città durante la loro

assenza, come dice

Virgilio: Tutte le divinità che signoreggiavano quei luoghi si

sono ritirate e

hanno abbandonato i loro templi e i loro altari.

Macrobio e Tito Livio riportano il cerimoniale seguito dai

Romani per

raggiungere lo scopo e ancor meglio Sereno Samonico nei suoi

libri dei

Secreti.

CAPITOLO LXXI

Dei discorsi complessi dei carmi e delle virtù

e dei vincoli degli incantesimi.

Un potere maggiore di quello delle parole e dei nomi è

racchiuso nei discorsi

complessi. Esso proviene dalla verità che contengono, la quale

ha grande

efficacia per imprimere, cangiare, legare e stabilire, verità

che più brilla

quanto più la si voglia offuscare e combattuta s'afferma e si

consolida. Ne la

virtù della verità si trova nelle singole parole, ma nelle

enunciazioni per

cui si afferma o si nega alcuna cosa e di tal sorta sono i

poemi, le

incantazioni, le imprecazioni, le preghiere, le deprecazioni,

le invocazioni,

gli scongiuri, le adiurazioni, gli esorcismi e simili.

Nel comporre canti e orazioni con l'intento di assicurarsi il

favore di alcun

astro o di alcuna divinità, bisogna considerare le virtù

specifiche dell'astro

o della divinità e i loro effetti e operazioni e mischiare nei

versi, lodando,

amplificando, esaltando, ornando, le cose che l'astro o la

divinità sogliono

largire o influenzare, senza trascurare di disapprovare quanto

è da loro

distrutto o avversato, supplicando per quanto ci auguriamo

ottenere,

biasimando e disprezzando ciò che noi vogliamo distrutto od

impedito,

riducendo il tutto a forma tersa ed elegante e a proporzioni

convenienti.

Inoltre i magi prescrivono che s'invochi e si scongiuri pei

nomi dell'astro o

della divinità prescelta, nonch‚ pei suoi effetti mirabili, pei

suoi portenti,

per la sua luce, per la nobiltà del suo imperio, per la sua

bellezza, pel suo

fulgore, per le sue possenti virtù.

In Apuleio Psiche prega Cerere così: "Io t'invoco e ti supplico

senza posa per

la mano tua fruttifera, per le tue cerimonie che fanno

rigogliare le messi,

pei secreti taciti delle ceste, pei carri acuti dei dragoni

tuoi servi, per le

polle della terra di Sicilia, pel carro rapitore e la terra

ferma, per la

discesa delle nozze abbaglianti di Proserpina e le vestigia

delle sue luminose

invenzioni, per tutto quanto racchiude nel silenzio il tempio

d'Eleusi in

Attica".

Vogliono altresì i magi che s'invochi pei nomi delle

intelligenze che

presiedono agli astri e di tali nomi parleremo diffusamente più

oltre. Si

potranno anche consultare gli inni d'Orfeo, che costituiscono

quanto vi sia di

più efficace nella Magia naturale, se adoperati con le armonie

acconce e con

la indispensabile attenzione e con le adatte cerimonie, note ai

sapienti.

Tali specie di canti composti in modo acconcio e ritualmente a

norma delle

stelle, pienissimi di senso e intelligenza,

pronunciati opportunamente con intenso affetto, tanto secondo

il numero e la

proporzione dei loro articoli, quanto secondo la forma

risultante dagli

articoli, e con l'impeto della immaginazione, valgono a

infondere grandissimo

potere in colui che incanta e a trasmetterlo alla cosa

incantata per dirigerla

e legarla secondo il volere dell'incantatore. Lo strumento

stesso

dell'incantesimo è un certo purissimo spirito armonico vivente

e spirante,

apportatore di movimenti affetti e significati, composto coi

suoi articoli,

fornito di senso e concepito secondo la ragione.

E per la loro rassomiglianza celeste, tali poemi valgono ad

attrarre dal cielo

virtù molto più eccellenti ed efficaci degli spiriti e dei

vapori provenienti

dalla vita vegetante,

dalle erbe, dalle radici, dalle resine, dai profumi, dalle

fumigazioni e

simili. Perciò i magi incantano col soffio le cose e con le

parole del loro

poema e s'incitano le virtù col dirigere tutta la potenza

dell'anima verso la

cosa incantata che è disposta a riceverla. Si rimarchi infine

che ogni

scrittura e ogni discorso attirano i movimenti ordinari con la

disposizione

normale e le giuste proporzioni nonch‚ con la forma e che

pronunciando o

scrivendo contro la disposizione ordinaria o in ordine

retrogrado, si

ottengono effetti insoliti.

CAPITOLO LXXII

Della potenza meravigliosa degli incantesimi.

Si dice che il potere delle incantazioni sia tanto grande da

poter sconvolgere

tutta la natura e Apuleio assicura che un mormorio magico può

fare

indietreggiare i fiumi, chetare o enfiare i mari, eccitare i

venti, arrestare

il sole e la luna far vacillare le stelle, cangiare il giorno

in notte. Lucano

canta in proposito:

Cessavere vices rerum, dilataque longa haesit nocte dies, non

paruit aether.

Torpuit et praeceps audito carmine mundus.

ººººººººººººº

Carmen Thessalidum dura in praecordia fluxit,

non satis adductus amor.

ºººººººººººººº

Meus hausti nulla sanie polluta veneni excantata perit.

E Virgilio in Damone:

Carmina vel coelo possunt deducere lunam.

Carminibus Circe socios mutavit Ulyssis. Frigidus in pratis

cantando rumpitur

anguis.

Atque satas alio vidi traducere messes.

Ovidio, in Sinc titulo, dice:

Carmine laesa Ceres sterilem vanescit in herbam, deficiunt

laesi carmine

fontis aquae.

Ilicibus glandes cantataque vitibus uva decidit, et nullo poma

movente fluunt.

Se ciò non fosse vero, le leggi non avrebbero comminato pene

così severe

contro coloro che incantavano i frutti della terra. E Tibullo

dice d'una certa

incantatrice:

Hanc ego de coelo ducentem sydera vidi, fluminis haec rapidi

carmine vertit

iter. Haec cantu finditque solum, manesque sepulchris elicit,

et tepido

devocat ossa rogo. Cum libet haec tristi depellit nubila coelo.

Cum libet

aestivo convocat orbe nivis.

In Ovidio udiamo la maga vantarsi di tutto ciò:

Cum volui ripis ipsis mirantibus amnes in fontes redire suos,

concussaque

sisto, stantia concutio cantu freta, nubila pello, nubilaque

induco, ventus

abigoque vocoque, viperas rumpo verbis et carmine fauces,

vivaque saxa sua

convulsaque robora terra, et sylvas moveo, jubeoque tremiscere

montes, et

mugire solum, manesque exire sepulchris, te quoque luna traho.

Tutti i poeti dicono, e i filosofi non lo negano, che i poemi o

incantazioni

possono produrre grandi effetti, come far germinare i raccolti,

provocare la

folgore o stornarla, guarite le malattie. Catone, nella sua

vita rustica,

impiegava alcune canzoni che si trovano nei suoi scritti per

guarire le

malattie del bestiame. Giuseppe dice che anche Salomone

conosceva tali sorta

d'incantazioni e Celso l'Africano, seguendo la dottrina degli

Egizi, narra

che, secondo il numero delle immagini dei segni zodiacali,

trentasei spiriti

hanno cura del corpo umano. Ciascuno di tali spiriti ha

particolari

attribuzioni e governa una data parte del corpo e invocandoli,

merc‚ le

incantazioni, essi rendono la salute alle varie parti inferme

del corpo.

CAPITOLO LXXIII

Del potere della scrittura, delle imprecazioni

e delle iscrizioni

Le parole e il discorso sono la manifestazione dei sentimenti

dello spirito,

dei secreti del pensiero, della volontà di chi parla; ma la

scrittura è

l'ultima espressione dello spirito, il numero della parola e

della voce e

tutto ciò che v'ha nello spirito, nella voce, nella parola,

nella preghiera,

nel discorso si trova nella scrittura e come la voce non

esprime nulla Come

non sia concepito dallo spirito così niente si esprime che non

si possa

scrivere. Perciò i magi ordinano di fare imprecazioni e

iscrizioni per cadauna

operazione, in modo che l'operatore possa con esse esprimere la

sua passione o

il suo desiderio. Così, nel raccogliere un'erba o una pietra,

bisogna

enunciare a cosa debba servire e nel tracciare un'immagine o

una figura dire e

scrivere a quale effetto. Alberto, nel suo Specchio, parla di

queste

imprecazioni e iscrizioni, senza le quali le nostre operazioni

non verrebbero

condotte a buon fine, perchè‚ non è la disposizione che produce

l'effetto, ma

l'atto della disposizione. N‚ gli antichi trascuravano simili

precetti,

cantati da Virgilio:

Terna tibi aec primum triplici diversa colore licia circundo,

terque haec

altaria circum effigiem duco.

ºººººººººººººº

Necte tribus nodis ternos Amarylli colores, necte Amarylli modo

et Veneris,

dic, vincula necto.

ºººººººººººººº

Limus ut hic durescit et haec ut caera liquescit una codemque

igni, sic nostro

Daphnis amore.

CAPITOLO LXXIV

Della proporzione e della corrispondenza e riduzione delle

lettere coi segni celesti e coi pianeti nelle varie lingue.

Dio ha dato all'uomo lo spirito e il discorso, che sono, come

dice Ermete,

l'impronta della sua virtù della sua potenza e della sua

immortalità e con la

sua onnipotenza e provvidenza ha stabilito diverse favelle, le

quali, secondo

le loro differenze, hanno caratteri propri e diversi di

scrittura, espressi

con segni che non furono stabiliti dall'azzardo o dal capriccio

dell'uomo, ma

bensì dall'intervento divino, cosa che li fa convenire e

concordare coi corpi

celesti e divini e coi loro poteri. Fra tutte la scrittura

degli Ebrei è la

più augusta la più santa e la più sacra, nelle figure dei

caratteri nei punti

delle vocali e negli apici degli accenti, come consistente

nella materia nella

forma e nello spirito essendo stata primamente formata nel

soggiorno di Dio,

che è il cielo, collocandovi gli astri, dei quali le lettere

ritraggono le

immagini, come dicono i rabbini, così da essere piene dei

misteri tanto pel

loro aspetto forma e significato, che per i numeri che

rappresentano e la

diversa armonia del loro legame.

Perciò le più segrete Mecubali degli Ebrei, dalla figura di

quelle lettere,

dalle forme dei caratteri, dalla loro segnatura, semplicità e

piccolezza,

composizione, separazione, tortuosità, direzione, difetto,

abbondanza

grandezza e piccolezza relativa, coronamento, apertura

chiusura, ordine,

trasmutazione, collegamento risoluzione delle lettere dei punti

e degli apici

e calcolo dei numeri significati con le lettere, promettono

spiegare tutte le

cose, in qual modo provengano dalla prima causa e in che modo

vi possano

ritornare. Gli Ebrei perciò dividono in tre parti il loro

alfabeto e cioè in

dodici lettere semplici, sette doppie e tre madri e

rappresentano, come

caratteri delle cose, i dodici segni dello zodiaco i sette

pianeti e i tre

elementi, fuoco terra e acqua, non considerando essi l'aria

come un elemento,

ma come il legame e lo spirito degli elementi.

I punti e gli accenti vengono coordinati alle lettere e siccome

tutto è stato

prodotto e si produce per volere dello

spirito supremo e pel potere dei pianeti e delle irradiazioni

dei segni

congiunti agli elementi, così da questi caratteri e punti delle

lettere, che

significano questi prodotti, si costituiscono i nomi di tutte

le cose, a guisa

di Sacramenti e veicoli delle cose spiegate, che apportano con

se dovunque la

loro forza ed essenza. I maggiori secreti i concetti misteriosi

e i

significati ammirabili si trovano racchiusi in tali caratteri,

nei loro

grafici, nel loro numero ordine e rivoluzione, così che Origene

ritiene che

gli stessi nomi espressi in un'altra lingua perdono il loro

potere, non

conservando più il loro significato naturale. Lo stesso non è

di quei nomi che

significano ciò che si vuole, i quali non sono attivi nel loro

significato. Ed

è indubitabile che la lingua madre sia l'ebraica e chi ne

conosce a fondo il

meccanismo e sa disporne le lettere con ordine e proporzione,

trova il modo e

la regola d'apprendere o creare ogni sorta d'altre lingue.

Ventidue lettere quindi costituiscono la base del mondo e di

tutte le sue

creature; tutto quanto è stato detto e creato proviene da esse

e tutto ritrae

il nome e la virtù dalle loro rivoluzioni. Per penetrarne gli

arcani necessita

esaminare così a fondo le loro combinazioni, che ne scaturisca

la voce della

divinità e ne balzi il testo delle sacre lettere. Esse rendono

efficaci la

voce e le parole nelle operazioni magiche, perchè‚ la voce

divina è la prima

cosa in cui la natura esercita la magia.

Ma tutto ciò ha un carattere speculativo così profondo, da non

poterne parlare

in questo libro e ci conviene ritornare alla divisione delle

lettere.

L'ebraico dunque ha tre lettere madri:

sette lettere doppie:

e dodici lettere semplici:

La stessa divisione si riscontra nella lingua caldaica, a

imitazione della

quale le lettere delle altre lingue sono distribuite ai segni

ai pianeti e

agli elementi. Così, presso i Greci, A E H I O U W

corrispondono ai sette

pianeti; B G D Z K L M N P R S T sono attribuite ai dodici

segni zodiacali e

le altre cinque Q X F C Y rappresentano i quattro elementi e lo

spirito del

mondo.

Presso i Latini invece le stesse cose vengono indicate con un

altro ordine. Le

cinque vocali A E I O U e la J e la V, consonanti, sono

attribuite ai sette

pianeti; le consonanti B C D F G L M N P R S T presiedono ai

dodici segni; K Q

X Z rappresentano i quattro elementi; H, che è aspirata, indica

lo spirito del

mondo; Y, che è lettera greca e non latina e non è adoperata

che nelle parole

greche, segue la natura della sua lingua.

I dotti hanno però constatato che le più efficaci e le più

significative sono

le lettere ebraiche, avendo maggiori rapporti coi corpi celesti

e col mondo,

mentre le lettere delle altre lingue, che ne sono più lontane,

non sono tanto

efficaci.

La tavola annessa dimostra l'ordine e la disposizione delle

varie lettere

degli alfabeti: ebraico, caldaico, greco e latino.

Tutte le lettere infine hanno altresì doppi numeri del loro

ordine, ossia:

numeri estesi, che esprimono semplicemente la quantità delle

lettere secondo

il loro ordine; numeri composti, che raccolgono in s‚ i numeri

delle lettere

precedenti; numeri integrali, che risultano dai nomi delle

lettere secondo

maniere diverse di contare. La conoscenza del potere di tali

numeri, rivela,

merc‚ le lettere, misteri meravigliosi celati in ogni lingua e

assicura la

divinazione delle cose future e delle cose passate.

V'hanno altri connubi misteriosi fra le lettere e i numeri, ma

ci riserviamo

parlarne abbondantemente nei libri successivi per poter porre

fine al

presente.

Tavola annessa con l'ordine e la disposizione delle varie

lettere degli

alfabeti: ebraico, caldaico, greco e latino.

FINE DEL VOLUME PRIMO.